LA RIFORMA "OCCULTA" DELLA GIUSTIZIA – Lidia Undiemi (terza parte)

di Lidia Undiemi

…C’E’ IL SERIO RISCHIO DI 
UN TRAFFICO ILLEGALE DI DATI GIUDIZARI
COPERTI DA SEGRETO?
Le due direttrici dell’attuale fase di privatizzazione assumono toni inquietanti.
Dal punto di vista affaristico-contrattuale si concentra nelle mani di pochissime società la realizzazione e il governo dei servizi informatici dei principali settori pubblici strategici per il paese, dai palazzi di Giustizia alle scuole e alle università.
Il nostro contesto sociale non è nelle condizioni di consentire uno sviluppo virtuoso di un obiettivo così ambizioso. Telecom Italia, indiscussa protagonista del progetto, oltre ad avere patteggiato per spionaggio illegale ha un pessimo curriculum in ambito “appalti-esternalizzazioni”. 
Secondo i dati forniti da un gruppo di lavoratori ceduti dall’azienda mediante il trasferimento di ramo di attività, in decine e decine di sentenze diversi giudici d’Italia hanno dichiarato illegittime molte delle cessioni attuate dalla società. La battaglia legale è ancora in corso e nonostante tutto, guarda caso, nel 2010 Telecom Italia esternalizza circa 2000 informatici (ramo SSC).
Guardando più da vicino la crisi dell’informatica italiana legata alla p.a. non si può dimenticare lo scandalo Eutelia da cui emerge, come ho avuto più volte modo di dimostrare, una responsabilità “politica” diretta dei committenti pubblici nella determinazione di condizioni tali da generare grossi problemi occupazionali per gli informatici trasferiti nella controllata Agile.
Per non parlare dei fallimenti aziendali pilotati, della precarietà e dei continui trasferimenti da una società all’altra che affliggono molti lavoratori dei call center che con l’assistenza informatica “a distanza” in ambito SPC assumono un ruolo di non poca importanza.
L’ipotesi di un’intrusione politica nell’affidamento degli appalti si fa sempre più concreta. 
Scoppia infatti l’inchiesta Finmeccanica che mette sotto accusa il PD e la fondazione di D’Alema (www.affariitaliani.libero.it, 7 maggio 2011). In attesa degli accertamenti giudiziari D’Alema smentisce, ma c’è un dettaglio che intanto vale la pena di sottolineare, ossia che l’anno in cui alcuni dei protagonisti della vicenda sostengono di essersi incontrati per discutere di affari coincide con quello in cui il governo di centrosinistra dell’epoca stipula il contratto quadro con il RTI, il 2007.
Pare che, al di là degli obiettivi dichiarati legati allo sviluppo del SPC, sia in atto una grande riorganizzazione del governo dei servizi informatici della p.a., bisognerebbe capire verso quale direzione.
Non si può inoltre non considerare quanto dichiarato dal procuratore generale della Corte dei Conti che, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011, mette in guardia dal fatto che le privatizzazioni ed esternalizzazioni si sono ridotte a “mezzo di mera elusione delle regole della contabilità pubblica o della gestione clientelare del potere politico amministrativo”.
L’altra direttrice, ossia quella relativa alle caratteristiche del processo informatico, tocca il cuore del problema dell’infiltrazione abusiva. I principi su cui fa perno il nuovo progetto di informatizzazione sono la centralizzazione della gestione dei dati su un unico database a livello nazionale e la possibilità di potere effettuare l’accesso e l’assistenza “da remoto” ossia a “distanza” nei sistemi utilizzati dagli operatori della pubblica amministrazione.
Si prevede la realizzazione di tre applicativi nell’area penale che andranno progressivamente a sostituire quelli preesistenti. Si tratta del SICP, relativo alla fase di cognizione del processo penale che include il REGE Web (che a quanto pare resterà su base distrettuale ma in ambiente web) e la Banca Dati delle Misure Cautelari (BDMC), del SIES deputato alla fase di esecuzione del processo penale che comprende SIEP-SIUS-UEPE-SIGE e del perimetro di contrasto alla criminalità organizzata formato dal SIPPI,  preposto alla gestione delle misure di prevenzione personali e reali, e dal SIDNA e dal SIDDA finalizzati alla gestione delle attività, investigative e conoscitive, di contrasto alla criminalità organizzata che saranno gestiste attraverso un database nazionale.
In particolare, la nuova gestione del Registro Generale delle notizie di reato (REGE Web), vista la riservatezza dei dati trattati, ha generato aspre proteste da parte di alcune procure.
Il vecchio sistema a quanto pare risulta obsoleto e non sono mancati problemi di funzionamento dei nuovi registri automatizzati. Al tribunale di Lucca ci si lamenta perché il non corretto funzionamento di un programma allunga i tempi del processo penale (Il Tirreno, 31/1/2010). Più di recente, il procuratore di Udine, Antonio Biancardi denuncia la paralisi della Procura dovuta al malfunzionamento del REGE telematico e rimpiange il vecchio sistema di assistenza ATU (MessaggeroVeneto, 5/1/2011).
Emblematica la posizione di 70 magistrati napoletani che si sono mobilitati per supportare un informatico, membro attivo del comitato ATU, inspiegabilmente lasciato a casa dopo anni di servizio da una delle aziende appaltatrici.
Questi sistemi sono stati studiati di modo tale da realizzare una integrazione operativa telematica fra le attività svolte dagli operatori dei vari uffici del settore penale, ma anche, si badi bene, fra i palazzi di Giustizia e altri enti. E’ prevista, ad esempio, la trasmissione automatizzata dei dati di sintesi delle notizie di reato con il sistema NDR1 che consente il collegamento degli uffici di Procura con la Banca Dati Interforze (BDI) presso il ministero dell’interno. O, ancora, la trasmissione telematica alle procure di tutti di tutti gli atti costituenti NDR redatti dalle forze di Polizia (sistema NDR2).
Non potevano di certo mancare le intercettazioni. Il sistema SICP ospiterà anche nuovi servizi fra cui, appunto, l’informatizzazione dei registri delle intercettazioni.
Gridi di allarme sono arrivati da diverse parti.
Alcuni lavoratori (ex) ATU hanno organizzato diversi incontri pubblici con magistrati, politici e sindacalisti per esporre i rischi del processo di remotizzazione.
Anche singole voci di toghe (o ex tali)hanno espresso un parere negativo sul modo attraversi cui l’innovazione tecnologica sta approdando nei tribunali e nelle procure italiane. L’accesso remoto? “Sono uno o più sconosciuti che, da molto lontano, possono accedere a tutto quello che fa il magistrato, senza averne la fiducia” sostiene il gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona.
L’accordo tra Alfano e Brunetta per informatizzare la Giustizia?
“Sono molto preoccupato, perché ho letto che a portare avanti questa trattativa è il capo dipartimento del ministero di Brunetta, Stefano Torta, una persona che è in stretto collegamento con soggetti che sono stati oggetto di indagine nelle inchieste Poseidone e Why Not” gli fa eco l’europarlamentare Luigi De Magistris. “Il laboratorio di sperimentazione dell’avvio dei nuovi sistemi informatici è stato Napoli, dove ci sono stati gli arresti di soggetti condannati per abusi informatici” prosegue l’ex magistrato. Nel territorio napoletano ci sono stati arresti che hanno coinvolto anche due dipendenti Telecom accusati di girare il contenuto delle intercettazioni registrate, probabilmente, al clan dei casalesi (repubblica, 29 luglio 2009).
Forti contestazioni arrivano anche dal sindacato. 
“Non è chiaro chi lavori per queste società, che tipo di contratti abbia e come funzionino i server di queste società, ovvero quale sia la portata dell’accesso ai dati dei computer dei magistrati e del personale.
E’ chiaro che un servizio del genere dovrebbe essere assolutamente interno alla giustizia ed è quello che ripetiamo da anni” dichiara Nicoletta Grieco, responsabile Giustizia FPCGIL -.
Sempre nel 2009 emerge lo scandalo delle infiltrazioni nella rete della procura di Milano in cui, per oltre un mese, “una copia dei dati contenuti nei computer della Direzione distrettuale antimafia è rimasta su una delle <<cartelle>> aperte e condivise della rete informatica”. 8 utenti che erano in possesso delle credenziali di amministratore di sistema avevano nomi di fantasia e in 5 casi potevano agire “a distanza” (corriere.it, 27 giugno 2009). Si ricorda che nel 2007 la Stampa ha dato la notizia del furto dell’hard disk del GIP Maria Vittoria De Simone contenente molte intercettazioni telefoniche ancora segrete (corriere.it, 4 settembre 2007).
terza parte

LA GUERRA GEOFISICA: PAMIR 3 e HAARP

Le statistiche ci dicono che dopo la realizzazione di questi macchinari abbiamo avuto un incremento per numero ed intensità dei terremoti, tanto che negli ultimi 12 anni essi hanno superato quegli degli ultimi 100 anni. 
Lo scopo? Uno stato devastato da un terremoto e/o da un’onda anomala è costretto a sborsare enormi quantità di denaro per la ricostruzione, facendo sì che esso si indebiti sempre più verso le banche centrali che stampano il denaro creandolo dal nulla per poi prestarglielo applicandovi sopra interessi nel caso questo stato appartenesse al circuito della BCE o della FED; mentre potrebbe essere distrutto come ritorsione se esso non volesse sottostare ad essere controllato dal meccanismo-truffa del signoraggio bancario, avendo ancora una sua sovranità monetaria.

Guarda caso il Giappone ha la sua sovranità monetaria ed è stato devastato da un terremoto che ha generato un enorme tsunami, così come i paesi arabi in rivolta, anch’essi fuori dal controllo del signoraggio bancario dei grandi banchieri internazionali. Negli anni settanta i Russi avevano costruito un enorme generatore a pulsioni battezzato “Pamir” che poteva essere trasportato su un grosso camion. Era una variante del generatore di Sakharov (MK1), a compressione di flusso. Questo generatore chiamato anche Generatore di Pavloski utilizzava dei cannoni elettromagnetici, con un esplosivo chimico che interagiva con un potente solenoide (in regime di numero di Reynolds magnetico elevato). Questo sistema permetteva di far circolare forti correnti elettriche nel terreno.

Il dispositivo fu ufficialmente presentato come un sistema per analizzare la situazione di un terreno misurandone sulle grandi distanze e a grandi profondità la conduttività elettrica del suolo. Il sistema, usato con moderazione, può testare il terreno, come quando si danno leggeri impulsi su un blocco in equilibrio per vedere se è pronto a scivolare in un burrone. Ma un tale sistema potrebbe non solo studiare la situazione pre-sismica del territorio, ma eventualmente innescare il terremoto. Se la faglia non è pronta a cedere, occorrerebbe una notevole energia per innescare il terremoto. Al giorno d’oggi ormai sappiamo che una variazione di conduttività è il segno di un imminente terremoto.

Con una simile macchina e dei dati geologici esatti, i militari potrebbero, in aree potenzialmente “ostili”, o per ragioni geo-politiche, innescare un devastante terremoto, uno tsunami o un’eruzione vulcanica, lo stesso dicasi per HAARP, un programma di ricerca nato per studiare le proprietà della ionosfera e le avanzate tecnologie nelle comunicazioni radio applicabili nel campo della difesa. Il termine HAARP indica l’acronimo di High-frequency Active Auroral Research Project: Programma di Ricerca Aurorale Attivo ad Alta frequenza. E’ un progetto del Dipartimento della Difesa Statunitense (DoD), coordinato dalla Marina e dall’Aviazione e considerato il nucleo del programma “Guerre Stellari” avviato sotto le amministrazioni Reagan–Bush negli anni ’80. Il progetto HAARP viene avviato nel 1990 dall’Air Force Research Laboratory e dall’Office of Naval Research e concluso nel 2007. L’intero progetto è stato economicamente sostenuto in maniera congiunta da: aviazione, marina e Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzata del Dipartimento della Difesa (DARPA) statunitensi. Alla base del progetto HAARP ci sono una serie di brevetti di Bernard J. Eastlund, fisico texano del MIT di Boston. Negli anni Ottanta, ispirandosi alle scoperte di Nikola Tesla nell’inizio del ‘900, Eastlund registra negli Stati Uniti il brevetto n° 4.686.605 denominato “Metodi e apparati per alterare regioni dell’atmosfera terrestre, della ionosfera o della magnetosfera”, a cui seguono altri undici brevetti.

Il dispositivo ideato da Eastlund, chiamato riscaldatore ionosferico, è in grado di concentrare e focalizzare la radiazione della radiofrequenza (RFR) in un punto preciso della ionosfera. Questo dispositivo getterebbe una concentrazione di tre watt per centimetro cubico nella ionosfera, una quantità senza precedenti se confrontata con altri in grado di trasportare soltanto circa un milionesimo di watt. Secondo le scoperte di Eastlund, quindi, dirigere la potenza di HAARP verso uno specifico punto della ionosfera la farebbe riscaldare al punto da innalzarla fisicamente. In questo modo si verrebbe a creare un rigonfiamento altamente riflettente, definito da lui “effetto lente”, in grado di convogliare i raggi sulla terra con effetti devastanti. La potenza di tali onde è tale da provocare modificazioni molecolari dell’atmosfera, causando, a seconda delle diverse frequenze: cambiamenti climatici e effetti sui movimenti tettonici di magnitudine imprecisata.

tratto da Altrogiornale.org
di causacomune Inviato su NWO

FUKUSHIMA: E’ ANCORA POSSIBILE UN DISASTRO PLANETARIO

Nessuno o quasi non lo dice: nel cuore della centrale giapponese dorme una “bomba” i cui effetti, in caso di nuovo sisma, sarebbero devastanti.
A causa della piscina del reattore 4, (sul tetto), un nuovo incidente può prodursi in qualsiasi momento. (SIPA)
È una piccola piscina -ma con una potenza che potrebbe provocare un disastro planetario . Un cubo di cemento di undici metri di profondità, pieno di acqua e zeppo di combustibili nucleari esauriti: 264 tonnellate di barre molto radioattive! Da un anno e mezzo, questa vasca detta di “disattivazione” riposa a trenta metri dal suolo sull’edificio pericolante del reattore numero 4 della centrale di Fukushima-Daiichi. Non è più protetto, né da un tetto solido né da muri, ma da un semplice telone di plastica bianca.
Questo scenario di apocalisse è un’ossessione per la maggior parte dei ricercatori
I rischi di una tale situazione sono incommensurabili. Se, in seguito ad un tifone, la stagione comincia fine agosto, o ad un nuovo terremoto, la piscina potrebbe svuotarsi o crollare, la catastrofe che ne risulterebbe sarebbe probabilmente senza precedenti nella storia dell’umanità. Lasciare all’aria aperta di queste 264 tonnellate di combustibile nucleare potrebbe liberare nell’atmosfera dieci volte più radioattività che l’incidente di Chernobyl, e andare anche oltre. Questo sarebbe, dicono certi, la fine del Giappone moderno e, in ogni caso, una calamità per l’insieme dell’emisfero Nord che diventerebbe gravemente e durevolmente contaminato.

 La piscina del reattore 4., Noriaki Sazaki-AP-AFP

Sensazionalismo? Delirio catastrofisto di militanti antinucleari? Purtroppo, no. 
Questo scenario di apocalisse è diventato un’ossessione per la maggior parte dei ricercatori seri che hanno studiato il dossier. Fino a settembre scorso, il professore Koichi Kitazawa presiedeva la prestigiosa Agenzia giapponese per le Scienze e la Tecnologia (JST) che non è, anzi, l’anticamera di Greenpeace. Quest’anno, ha diretto una grande commissione di inchiesta sull’incidente nucleare del marzo 2011. “Dopo avere ascoltato centinaia di testimoni, la mia convinzione è fatta, racconta questo universitario rispettato. Alla centrale di Fukushima, il peggio deve forse ancora arrivare. A causa della piscina del reattore 4, un nuovo incidente può prodursi a qualsiasi momento, incidente che minaccerebbe la sopravvivenza stessa del mio paese.” 
E lo scienziato aggiunge:
“Prego affinché, nelle settimane a venire, non si abbatta sulla centrale un violento tornado stagionale.”
Alto responsabile del dipartimento dell’energia sotto Bill Clinton, Robert Alvarez è stato uno dei primi a  suonare il campanello d’allarme. Conferma: 
“Se un terremoto o tutto altro evento dovesse colpire questa piscina, potrebbe risultare un incendio radiologico catastrofico, con quasi dieci volte la quantità di cesio 137 che si è propagato in seguito all’incidente di Chernobyl.” 
Notiamo che le esplosioni alla centrale di Fukushima hanno liberato solo un sesto di questo cesio emesso a Chernobyl. Detto diversamente, il crollo di questa piscina, che secondo l’espressione del fisico francese Jean-Louis Basdevant, sembra essere mantenuta in altezza grazie alle uniche “forze dello spirito”, potrebbe essere sessanta volte più grave della catastrofe di marzo 2011. Questa ultima avendo provocato l’evacuazione permanente di 160 000 persone in un ragggio di venti chilometri intorno al sito atomico, si fa fatica ad immaginare ciò che “sessanta volte più grave” significa.
Una radioattività equivalente a 5 000 volte la bomba nucleare di Hiroshima!
Un professore dell’istituto di Ricerca nucleare universitario di Kyoto, Hiraoki Koide, propone un paragone ancora più spaventoso, soprattutto per i giapponesi. “Se la piscina del reattore numero 4 dovesse crollare, assicura, le emissioni di materia radioattiva sarebbero enormi: una stima prudente dà una radioattività equivalente a 5 000 volte la bomba nucleare di Hiroshima.” A nostra conoscenza, nessuno l’ha contraddetto. […]
Traduzione: Global Info Action

DA CONDIVIDERE: Perchè siamo arrivati a questo punto ?

Perché siamo arrivati a questo punto? 
Perché abbiamo delegato le decisioni ad altri, e questi pochi che decidono per tutti sono stati corrotti. Come è naturale per l’uomo, hanno preferito la propria sicurezza individuale e ricchezza a scapito della maggioranza.
Il problema non è quale politico o ideologia scegliere, il problema è che noi non possiamo più scegliere altro che simboli. 
Se non esistessero affatto partiti politici o gruppi che decidono le leggi per noi, e ogni cittadino scegliesse per UNO, allora anche un colosso economico potentissimo non avrebbe nessun gruppo limitato da poter corrompere, e non potrebbe esistere lo sfruttamento del debole su larga scala. Tutti sarebbero liberi di arricchirsi, ma senza nessuno da corrompere, gli istinti individualistici dell’uomo non avrebbero la struttura per degenerare.
Tutti i cittadini del mondo devono decidere direttamente sulle questioni universali dell’uomo e devono avere accesso diretto alle informazioni.
Oggi non esiste più, la tecnologia permetterebbe facilmente ad ogni cittadino della terra di esprimere direttamente la propria opinione istante per istante. Dobbiamo essere noi stessi i primi ad occuparci della nostra salute, dell’educazione, della qualità della vita, della nostra libertà. 
Se lasciamo che altri lo fanno per noi, non abbiamo la garanzia che mettano sempre in primo piano le nostre esigenze.

L’OSCURAMENTO DI INTERNET E’ ALLE PORTE

Ho sentito parlare per la prima volta del concetto di Internet nazionale più di un decennio fa, durante una visita alla sede della Internet Corporation for Assigned Names e Numbers (Icann) dove si parlava delle minacce a Internet. Era evidente allora, ed è evidente oggi che la maggior parte dei paesi, compresi gli Stati Uniti, avrebbero alla fine spento il “World Wide” Web per utilizzare invece le tecnologie che la comunità Internet ha sviluppato per proteggersi da esso. Ciò risolverebbe gli infiniti problemi politici che il Web provoca in quasi tutti i paesi. Di nuovo, mi trovo qui ad includere gli Stati Uniti in questo movimento, dato che noi, come paese, stiamo ovviamente cercando di limitare e di controllare Internet.

Tutto quello che dovete fare è guardare lo scandaloso sostegno del Congresso alla onerosa legge denominata Stop Online Piracy Act (Sopa). Come recentemente riferito, in Iran si sta apertamente parlando di un Internet nazionale senza possibilità di accesso al mondo esterno. Il regime sta talmente perdendo la testa sul fatto che la gente possa effettivamente utilizzare Internet per scoprire la verità sulla propria situazione, che sta imponendo l’obbligo a tutti gli Internet café di installare telecamere di sicurezza entro i prossimi 15 giorni, al fine di identificare tutti gli utenti. Secondo il “Wall Street Journal”, la maggior parte degli iraniani già pensano che i loro computer di casa siano controllati.
La Bielorussia è un altro paese che si preoccupa fortemente della libera circolazione delle informazioni e che sta adottando l’idea di un Internet nazionale. Molti paesi, tra cui la Cina e l’Arabia Saudita, hanno filtri massicci che utilizzano per bloccare i siti indesiderati. Anche quelli avanzati come la Corea del Sud lo fanno. Come faccio a saperlo? Il mio stesso blog è bloccato da molti degli Isp della Corea del Sud, senza alcuna ragione. È incredibile quanti siti siano già stati bloccati in tutte le parti del mondo. Sarà repressione in Bielorussiasicuramente più facile impostare un controllo governativo e dare avvio a degli Internet nazionali. È troppo evidente.
Naturalmente, ci saranno dei modi per navigare dentro e fuori le reti Internet nazionali, ma questi saranno appannaggio di funzionari del governo e di qualche hacker solitario che alla fine magari sarà anche arrestato. E, sì, succederà qui. Perché no? Chi mai se ne lamenterà? Sarete ancora in grado di comprare roba su Amazon e fare shopping online presso B&H.    Potrete comunque leggere il “New York Times”. Alcuni operatori esteri, come il “Times” di Londra potrebbero essere autorizzati ad operare anche qui. La differenza sarà di certo minima. Quello che vi mancherà sarà qualche blog straniero, forse, ed altri siti apparentemente insignificanti. O così sembreranno. Nel caso, i siti di opposizione al governo verrebbero comunque spenti, senza alcun tipo di processo. Questo è lo spettacolo che sta per andare in scena.
La succitata “Sopa” elimina il diritto al giusto processo nei casi di cancellazione di un sito. In futuro, tutti i siti saranno soggetti ad ordine di rimozione immediata. Potete contarci. Si può solo stare a guardare mentre questa tendenza prende piede con ben poca resistenza. Nessuno, soprattutto negli Stati Uniti, vuole affrontare le implicazioni politiche di tutto ciò. Abbiamo solo un’estrema fiducia nei nostri politici. Li votiamo per fare delle cose in base alle loro promesse elettorali e subito dopo li perdoniamo perObamanon aver dato seguito alle promesse fatte. Questo non fa altro che incoraggiare e attrarre l’inganno.
Provate a guardare ai prossimi anni come se l’idea di un internet nazionale che si sviluppa come strumento di soppressione dell’opposizione fosse invece presentata come una grande idea in fase di realizzazione. Sì, tutto questo vi sarà venduto come una grande nuova idea! Sarà la maniera per poterci proteggere da siti “alieni” che reclutano terroristi e produttori di bombe fatte in casa. Si potrà impedire ai siti pirata offshore di rovinare i nostri film e l’industria discografica. Si impedirà al circuito internazionale della pedopornografia di farsi strada nella nostra nazione. Si eviterà che al-Qa’ida dal Pakistan comunichi facilmente con le sue cellule terroristiche negli Stati Uniti, per evitare altri probabili 11 Settembre. È un evidente successo.
Porterà anche altri vantaggi. Proteggerà la nazione dallo spionaggio cinese. Potrebbe prevenire la guerracibernetica che tanto ci preoccupa. Se si tratta di un sistema chiuso, poi, ogni attacco dovrebbe avvenire dall’interno ed è quindi più facile da intercettare. Vi assicuro, potrei stare spiegarvi per dei giorni il motivo per cui questa è una grande idea. Vi posso anche assicurare che ci vorrà il minimo sforzo per convincere il Congresso e l’opinione pubblica della genialità di un Internet nazionale negli Stati Uniti. Poi, immaginate un po’ che cosa succederà dopo. Il controllo totale da parte del governo. Questo di certo non vi piacerà, ma sarà troppo tardi. Probabilmente è già ora troppo tardi. Stiamo a guardare come si evolve la situazione. Nel frattempo, godetevi la vostra “Età dell’Oro” digitale.
(John C. Dvorak, “Ecco l’Internet nazionale”, dal blog “Pcmag”, ripreso da “Megachip” il 2 febbraio 2012).

GLI USA BOICOTTANO APERTAMENTE LA KESH FOUNDATION

Il Prof. Keshe della Kesh Foundation pubblica questo comunicato: 

Con il recente decreto presidenziale firmato come legge dal presidente Obama, l’uso da altri governi delle tecnologie spaziali sviluppate dalla Fondazione Keshe e altri simili è ormai diventato un reato penale. Ciò significa che gli scienziati non possono rilasciare la loro tecnologia al pubblico o ad eventuali governi a meno che non sia per uso bellico e vantaggioso per le armi occidentali. Non accettiamo una tale castrazione della scienza e chiediamo al governo degli Stati Uniti d’America di chiarire quanto scritto su questo decreto emesso dalla Casa Bianca. Questa legge, questo decreto, è stato creato per mettere a tacere la Fondazione Keshe e altre organizzazioni di ricerca, con il proposito di esercitare pressioni sulla popolazione americana, in modo che solo la loro tecnologia (quella degli Stati Uniti) possa essere accettata in tutto il mondo. Il decreto presidenziale è contro la libertà scientifica internazionale per la condivisione dello sviluppo, della ricerca e dell’informazione, e questo è una legge “bavaglio” sulle organizzazioni scientifiche come la nostra.

Federazione degli Scienziati Americani: La Segretezza sulle Invenzioni è ancora Forte

http://www.altrogiornale.org/news.php?extend.6464.7

Quindi gli Stati Uniti sembra stiano cercando di boicottare la presentazione ufficiale del 6/9/2012, l’invito fatto dalla Fondazione alle rappresentanze dei governi mondiali e quindi l’applicazione pratica di tali scoperte. 

Il comunicato di Mr Keshe in questo sito web:
http://www.keshefoundation.org/en/

LA RIFORMA "OCCULTA" DELLA GIUSTIZIA – Lidia Undiemi (seconda parte)

di Lidia Undiemi

…IL GOVERNO
DELL’INFORMATICA GIUDIZIARIA
NELLE MANI DEI PRIVATI

Da molti anni, seppur con modalità differenti, i servizi informatici legati all’attività giudiziaria sono stati gestiti attraverso le politiche di esternalizzazione/privatizzazione, che in generale consistono nell’affidamento a terzi di attività riguardanti la produzione di beni e servizi pubblici facenti capo alla pubblica amministrazione.

Ciò non significa che non esistono esperti informatici presso gli organici dell’Amministrazione preposta all’organizzazione di tali attività (strutture DGSIA/CISIA), ma solo che questi non sono sufficienti per lo svolgimento della maggior parte dei servizi che sono appunto svolti all’esterno.
Il ruolo dei privati nell’informatica giudiziaria segue fasi distinte supportate da due direttrici: le relazioni contrattuali affaristiche che legano il pubblico al privato e le caratteristiche del sistema informatico rispetto alle esigenze di sicurezza dell’Amministrazione.

Nella prima fase, iniziata nel 1997, il ministero della Giustizia affida a singole ditte sparse sul territorio nazionale il servizio di Assistenza Tecnica Unificata (ATU) tramite gare d’appalto locali. L’attività consiste sostanzialmente nel lavoro fornito dal tecnico-informatico che effettua la prestazione “on site”, nel senso che esegue l’assistenza recandosi fisicamente nei palazzi di Giustizia ed interfacciandosi direttamente con i magistrati, i cancellieri e gli altri operatori. Così come emerso in sede di interrogazione parlamentare, i dipendenti cosiddetti ATU risultano impiegati nella gestione dei dati sensibili e, tra le altre cose, rappresentano l’unico punto di riferimento per ogni problema di natura informatica di tribunali e procure.

La parte fondamentale dell’attività viene dunque svolta da soggetti privati selezionati e assunti da aziende private.
Ciò determina una evidente perdita di controllo da parte del ministero su chi mette le mani nelle strutture informatiche legate alla Giustizia.
L’aspetto del controllo sulla correttezza del comportamento dell’informatico è logicamente il più importante dal punto di vista delle infiltrazioni illegali. Non è ancora prevista l’idea della centralizzazione dei dati giudiziari e quindi per violare i sistemi occorre essere fisicamente presenti in un punto di accesso dentro gli uffici pubblici.

Che dal punto di vista della sicurezza informatica assumere personale interno con concorso pubblico sarebbe stata la scelta più sensata non pare ci siano dubbi.
Questo microsistema ha comunque raggiunto un suo equilibrio: agli informatici viene garantito un posto di lavoro, i magistrati e gli altri operatori hanno avuto modo di instaurare un rapporto di fiducia con gli addetti all’assistenza e la gestione dei dati giudiziari era localizzata. Il mantenimento di una certa affidabilità del servizio è dovuto sostanzialmente alla serietà dei tecnici.

Questa situazione, proprio perché legata alla logica degli appalti, potrebbe cambiare da un momento all’altro. E’ sulla base di tale presupposto che inizia la seconda fase della privatizzazione.
Nel 2004 viene indetto un bando di gara (G.U. del 29/11/2004) per l’assegnazione dell’Assistenza Tecnica Unificata e nel 2005 le società già fornitrici perdono l’appalto perché sono altre le imprese che risultano aggiudicatarie del servizio (RTI). Tuttavia, il decreto ministeriale di aggiudicazione viene annullato nel 2006 con sentenza del TAR del Lazio per gravi irregolarità nelle procedure seguite dal ministero della Giustizia che, anziché rinnovare il bando di gara, decide di aderire ad un grande progetto che riguarda tutta la pubblica amministrazione: la realizzazione del Servizio Pubblico di Connettività (SPC) previsto dal d.lgs. n. 42/2005 che ha come obiettivo la creazione di un sistema tecnologico in grado di garantire l’interazione informatica fra le pubbliche amministrazioni centrali e locali.

Nel frattempo però l’assistenza informatica ai magistrati e agli operatori della Giustizia deve essere comunque fornita e, dato che la gara di appalto è stata annullata e il SPC deve essere ancora realizzato, l’attività degli ATU prosegue in regime di proroga con una significativa diminuzione dei finanziamenti che grava sulle condizioni di lavoro degli informatici.
Il 31 maggio 2007, il governo Prodi si impegna a garantire il mantenimento dei posti di lavoro nei passaggi fra un appalto e l’altro ma anche ad avviare un processo di assorbimento del personale nella p.a.

La possibilità di una internalizzazione del personale si rivela ben presto un’attraente illusione dato che il ministero ha deciso di aderire al SPC per la cui realizzazione il Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione(CNIPA) stipula due contratti quadro: il primo (n. 4/2007), che è anche il più rilevante, con il RTI composto da Telecom Italia, Elsag Datamat ed Engineering Ingegneria Informatica per la realizzazione del lotto 1 riguardante la progettazione, la realizzazione e la gestione dei siti web e la conduzione di sistemi; il secondo (n. 5/2007) con il RTI rappresentato da EDS Italia e Almaviva The Italian Innovation Company per l’attuazione del lotto 2 concernente i servizi di  interoperabilità evoluta e cooperazione e sicurezza applicativa.

Ora, poiché nel primo contratto quadro non ci si è preoccupati di considerare l’essenziale servizio di assistenza agli applicativi preesistenti e in uso, il ministero ha dovuto stipulare nel 2008 un apposito contratto con un altro RTI, stavolta formato da CM Sistemi, Almaviva, Eutelia, Ois.Com, ISI Ingegneria dei Sistemi Informativi, Sistemi Informativi, Società OIS.Com Consorzio.
A parte l’avvio della sperimentazione in alcune città – fra cui Palermo, Milano, Genova e Firenze – e denunce sparse di malfunzionamenti da parte di qualche procura non si sa molto sull’effettivo stato di attuazione dei nuovi processi, che comunque non sono stati ancora completati.

Le società ATU, che prima fornivano i tecnici direttamente al ministero, oggi lavorano in subappalto con i fornitori del SPC che hanno ridotto il loro contributo portando al licenziamento di molti informatici senza alcun risparmio per la pubblica amministrazione.

Questa situazione viene contestata dall’ANM (Associazione Nazionale Magistrati)in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario (27 gennaio 2011). In particolare, l’associazione critica fortemente i disservizi relativi all’informatica giudiziaria, smentendo esplicitamente le dichiarazioni dei ministri Alfano e Brunetta che affermano la piena informatizzazione degli uffici.

Si consideri che poco tempo prima il sistema giudiziario ha rischiato una paralisi a causa dei tagli finanziari decisi dal ministro Tremonti alle aziende che forniscono l’assistenza. Nel mettere in evidenza tale questione, l’ANM ha correttamente colto il nocciolo del problema finanziario, e cioè che, in conseguenza del fatto che i nuovi sistemi sono stati resi operativi solo in alcuni uffici, la maggior parte delle richieste che arrivano dai tribunali riguardano i tradizionali interventi in loco sui vecchi programmi informatici (applicativi). Che si sarebbe arrivati ad una simile situazione era prevedibile se si tiene conto del fatto che il contratto a cui ha aderito l’amministrazione (DGSIA) prevede bassi costi per la nuova assistenza “a distanza” tramite call center “che permettono di prendere il controllo del Pc” e spese elevate per gli interventi effettuati direttamente presso i palazzi di Giustizia. Nessun riferimento ai rischi di infiltrazioni illecite, anzi, al contrario, proprio sulla base di una valutazione di ordine economico l’ANM si dichiara a favore di una centralizzazione in tutto il territorio nazionale.

seconda parte