LE PROSSIME TAPPE DOPO IL NO-MONTI DAY (seconda parte)

La manifestazione del 27 ottobre a  Roma ha visto una partecipazione enorme di popolo, che ha rotto il silenzio colpevole dei palazzi della politica e dell’informazione e che ha mostrato la forza reale e ancor più quella potenziale di uno schieramento che si opponga a Monti dal punto di vista dell’eguaglianza sociale, dello stato sociale dei beni comuni e della scuola pubblica, dei diritti del lavoro e del reddito, della democrazia.
Chi e’ sceso in piazza lo ha fatto consapevole che gli avversari principali di ogni movimento di lotta   sono oggi il governo Monti e la sua politica del rigore e di tagli sociali, assieme alla corrispondente politica europea guidata dai governi liberisti,  dalla banca europea, dal fondo monetario internazionale. Questa politica fa pagare alla grande maggioranza della popolazione tutti i costi della crisi e fa solo gli interessi del grande capitale multinazionale.
Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevole che questa politica europea contro i popoli è definita dai trattati liberisti che, come il fiscal compact, distruggono la democrazia e lo stato sociale, principali conquiste dopo la vittoria contro il fascismo. Questi patti iniqui sono alla base del governo Monti e sono stati votati dalla gran parte del parlamento italiano, assieme alla controriforma  delle pensioni, alla cancellazione dell’articolo 18, alla distruzione della scuola pubblica, fino alla modifica dell’articolo 81 della Costituzione con l’obbligo del bilancio in pareggio.
Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevole che senza stracciare questi patti e senza rovesciare questa politica non ci sarà alcun cambiamento positivo, la crisi si aggraverà e la condizione sociale dell’Italia sarà sempre più simile a quella della Grecia e di tutti i paesi europei che subiscono le stesse misure di massacro sociale. Non saranno i patti sociali, in Italia come in Europa, né la disastrosa pratica della riduzione del danno a fermare questa devastazione.
Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevole del ritardo che c’è nel nostro paese rispetto a tutti gli altri ove cresce la mobilitazione contro le politiche europee. Questo ritardo è dovuto anche ai danni provocati dalla lunga egemonia della destra berlusconiana, che hanno fatto sì che una sapiente campagna dei poteri forti potesse presentare Monti come il nuovo, anziché come il più rigoroso  continuatore delle politiche della destra liberista e conservatrice. Ma questo ritardo è dovuto oggi in primo luogo al ruolo negativo che stanno svolgendo le principali forze del centrosinistra e del sindacalismo concertativo, che con la politica di unita’ nazionale danno sostegno alle scelte di Monti.
Chi è sceso in piazza lo ha fatto consapevole che non si possono ripercorrere vecchie strade, che occorre rompere con tutte le continuità del sistema italiano e che  e’ necessario costruire una alternativa a tutte le forze che direttamente o indirettamente danno appoggio alle politiche di Monti,cioè sia alla destra che al centro sinistra.
Chi è sceso in piazza lo ha fatto sulla base di un appello di persone e forze sociali e politiche diverse tra loro , ma accomunate dalla consapevolezza che una vera alternativa  alle politiche di Monti si costruisce mettendo assieme tutte le forze  che non ci stanno  Questo ha chiesto con convinzione la manifestazione: netta discriminante verso chi nelle forze sociali e politiche non rompe con Monti e con chi lo sostiene, e forte unità’ di coloro che questa discriminante condividono.
Sulla base del messaggio chiaro e forte del No Monti Day il comitato promotore e le forze che lo compongono decidono di dare continuità all’iniziativa. A tale scopo il comitato promotore e tutte le forze che hanno promosso il No Monti Day si incontreranno  il prossimo 6 novembre a Roma.
In quella sede si definiranno le mobilitazioni già annunciate in piazza S.Giovanni per il 14 novembre, tra cui quella davanti al Parlamento.
Si definiranno proposte e discriminanti comuni  da portare al meeting 8-11novembre di Firenze, sulla base della piattaforma del No Monti day.
E soprattutto si discuterà su come andare avanti assieme, consolidando e diffondendo un programma alternativo a quello di Monti e di chi lo sostiene, in una assemblea delle opposizioni sociali e politiche da svolgere alla fine di novembre.
Il grande successo del No Monti Day consegna a tutte e tutti noi la responsabilità di proseguire sulla strada percorsa a Roma da tante persone.
Il 27 ottobre siamo ripartiti, andremo avanti.


COMITATO PROMOTORE NO MONTI DAY
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IDEA: VOTARE RENZI PER AFFONDARE IL PD E POI SCEGLIERE IL M5S

Alle primarie voterò Renzi, ma alle elezioni (quelle vere) sceglierò Grillo: votare l’insopportabile Renzi è l’unico modo per affondare il Pd, e fare tabula rasa di questo centrosinistra-fantasma è l’unica speranza di rimettere in piedi l’Italia, costretta alla gogna dal tecno-governo Napolitano-Monti. Ragionamento ardito e non proprio lineare, sottoscritto dal direttore di “Micromega”, Paolo Flores d’Arcais, che lo anticipa sulle colonne del “Fatto Quotidiano”: «Il programma di Matteo Renzi è pessimo, il suo stile insopportabile. Il 25 novembre alle primarie voterò Matteo Renzi, firmando anche il “giuramento” per il centrosinistra alle elezioni di primavera. Nelle quali invece, hic stantibus rebus, voterò Grillo. Non mi sentirò in contraddizione e meno che mai disonesto».
Provocatorio come nei lunghi anni della dura opposizione contro il “regno” berlusconiano, Flores d’Arcais ora si scopre spericolato sabotatore patriottico: votare il sindaco di Firenze serve a “scassare” il Pd, cioè l’architrave del “meno peggio” che, con la scusa di pensionare Berlusconi, ci ha portato nell’abisso di Mario Monti. Il sindaco di Firenze resta «un fan di Marchionne», anche se ora «fa l’offeso» solo perché il boss della Fiat ha insultato la sua città, ma «finché calpesta gli operai va benissimo». Il Renzi? «Ciancia di tolleranza zero contro la corruzione», nonché contro il ripristino del reato di falso in bilancio, «ma lascia le pene nel vago». E in sostanza: «Non una parola sull’abrogazione di tutte le leggi ad personam, sulla prescrizione dopo il rinvio a giudizio, su pene effettivamente deterrenti (cioè anni di galera effettivamente scontati) per l’autoriciclaggio, l’evasione fiscale e soprattutto l’intralcio alla giustizia».
In questa Italia, «la lotta alla corruzione resta grida manzoniana», anche se il “fatturato” di un solo anno di corruzione, evasione fiscale e mafia vale quanto le manovre “lacrime e sangue” di un’intera legislatura. Buio fitto anche sul fronte dello stile: c’è bisogno di razionalità e cultura, di «una sorta di illuminismo di massa che faccia da antidoto ai veleni della politica spettacolo con cui la democrazia è stata inquinata fino allo sfinimento e alla degenerazione», mentre lo stile-Renzi è un puro “format” di spettacolo, nient’altro che slogan e spot pubblicitari. «Perché allora votare questo Berlusconi formato pupo, che per soprammercato vuole turlupinarci parlando (di tanto in tanto) di “sinistra”? Perché – spiega Flores d’Arcais – la sua vittoria distruggerebbe il Pd, lo manderebbe letteralmente in pezzi, lo disperderebbe come un sacchetto di coriandoli». E a che scopo azzerare il Pd? Semplice: “liberare” milioni di elettori, finora «imbrigliati, congelati, manipolati, usati dalla nomenklatura partitocratica», non solo del Pd, ma anche di «Idv, Sel e residui rifondazionisti».
Certo, «ne potrebbe scaturire un peggio». Ma, «a forza di “male minore”, abbiamo un governo Napolitano-Monti che realizza una legge pro-concussori chiamandola “anticorruzione” e una legge-bavaglio che non era riuscita a Berlusconi». Secondo Flores, «al ricatto del “rischio peggio” bisogna sottrarsi». Come? Azzerando lo scenario attuale: «Solo sulla tabula rasa del fu centro-sinistra potrebbe infatti nascere una forza “giustizia e libertà”, un “partito d’azione” di massa anziché d’élite, propiziato dalla Fiom, dalle testate non allineate, dai movimenti di opinione della società civile in lotta (e da tanti quadri locali del Pd, anch’essi “liberati”)». Quanto alla “immoralità” di sottoscrivere il documento del centrosinistra già programmando lo “spergiuro” di un voto per un’altra lista, quella di Grillo, Flores d’Arcais ribalta il tavolo: sono i partiti ad aver tradito il loro ruolo, da nostri strumenti sono diventati nostri padroni. Tanto vale “strumentalizzarli” a nostra volta, e – come diceva Enrico Mattei – usarli “come taxi”. Renzi, dunque, come “taxi” per colpire Bersani. E perché non il Berlusconi furioso contro Monti, l’Europa e la Merkel? A questo, per ora, Flores d’Arcais non arriva: anche i “taxi”, evidentemente, non sono tutti uguali.
fonte: Libre

LA MARCIA "DEMOCRATICA" SU ROMA DEL M5S

Il movimento politico a Cinque Stelle, che si riconosce sotto la garanzia del “capo”, Beppe Grillo stesso, non è più ignorabile per percentuali, per risultati, per la voce pubblica che in Italia gli attivisti del MoVimento stanno progressivamente acquisendo.
EXPLOIT – Il risultato del movimento a Cinque Stelle nelle ultime elezioni siciliane sono lusinghieri, anche se il decollo non c’è stato: una percentuale vicina al 20% per una forza che si è appena formata è comunque un exploit – primo partito a livello regionale – ma l’altissima percentuale di astensione dimostra che c’è un voto di protesta che nemmeno Beppe Grillo e i suoi attivisti sono stati in grado di intercettare. C’è una regione, però, di cui nonostante l’importanza chiave per il quadro politico del paese si parla ancora pochissimo, in maniera abbastanza misteriosa. Oppure no, come tenteremo di spiegare fra un minuto: la regione Lazio.
TUTTO FLUIDO – I giochi per le due corse chiave della primavera, quella del Campidoglio e quella della Pisana, non potrebbero essere più confusi. I dati a disposizione sono tantissimi, le notizie, mormorate a mezza bocca e non smentite. L’unica notizia certa è la candidatura di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio, su richiesta del partito stesso che gli ha fatto letteralmente mollare la corsa per Roma che lui, si sa, ha sempre sognato e aveva già iniziato. Il resto, lo abbiamo evidenziato in una serie di articoli: tanti nomi, sia a destra che a sinistra, per il Comune e la Regione, poche certezze; forse qualcuna in più per la corsa alla Pisana. Si faranno le primarie per il centrosinistra capitolino, questo ce lo ribadiscono anche contatti all’interno del partito Democratico romano.
GRILLO PRIMO? – Questo, nonostante le recentissime rivelazioni basate sugli ultimi sondaggi. E se riguardo la regione Lazio, dicevamo, sembra agevole abbozzare un pronostico (una corsa fra Nicola Zingaretti e Giorgia Meloni, o almeno quest’ultimo è il nome su cui gli istituti demoscopici hanno già iniziato a sondare la popolazione), riguardo Roma il delirio è totale. E la paura è tanta, sopratutto partendo da una serie di voci bisbigliate un po’ alla rinfusa: secondo i sondaggi, addirittura, il Movimento Cinque Stelle potrebbe essere la prima forza politica nella Capitale. L’unica testata che si azzarda a scrivere con chiarezza questo pronostico è Vanity Fair, nel suo numero di questa settimana: Beppe Grillo primo a Roma, per il Pd sarebbe pronto a scendere in campo, annullando le primarie, addirittura l’ex sindaco Walter Veltroni.
STRIKE – Qualcosa che i nostri contatti nel Pd si sentono di “smentire categoricamente la seconda parte della notizia: la gente scenderebbe in piazza con i forconi”. Plausibile. Ma per quanto riguarda le dimensioni del consenso nei confronti di Beppe Grillo, certezze non ce ne sono, paure tante: Giovanna Casadio ha intercettato in Transatlantico uno degli  uomini-macchina del Pd a Roma, Michele Meta: “Se Grillo scendesse nella Capitale alla vigilia della sfida per il Campidoglio, mettendoci lo stesso impegno che ha riposto in Sicilia, allora potrebbe fare strike”. Il generalissimo del Pd romano, Goffredo Bettini, starebbe tessendo la tela fra Montezemolo, Caltagirone, Andrea Mondello, anche se lui smentisce di essere regista di “alcunché”. Si è dichiarato contro la rottamazione dei segretari ex-Ds ed ex-Popolari e ha detto che l’unico consiglio per il centrosinistra è “fare le primarie”. Il sentiment nel Pd è che alla fine prevarrà Enrico Gasbarra.
TANA LIBERA TUTTI – Grillo a Roma, dunque, sarebbe molto forte; nel Lazio, pare, secondo partito. E ulteriormente rafforzato da un curioso travaso di cui ci dà notizia oggi l’AgenParl.
A quanto apprende AgenParl da ambienti del Pdl locali, molti quadri e dirigenti del Pdl laziale della Provincia di Roma stanno emigrando verso il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo. Stanchi sfiduciati ma sopratutto delusi dal Pdl stanno smontando le insegne dei circoli in attesa dell’adesione a M5S.  
Situazione confermata da alcuni episodi narrati sul Forum a Cinque Stelle. E’ dunque partito, a Roma, il tana-libera-tutti dall’esperienza di Gianni Alemanno, che peraltro non ha ancora deciso quale possa essere il suo destino, se il PdL nazionale o la ricandidatura a sindaco di Roma. Bisognerà anche capire se questi “transfughi” del PdL, sempre presunti, possano venir accolti fra le fila del M5S quando il “capo politico” Beppe Grillo si è proclamato proprio garante degli ingressi, al fine di evitare entrismi da parte di reduci della vecchia politica.

IL WEB IN FERMENTO – Sia come sia, vediamo a che punto stanno i Grilli Romani, il gruppo di attivisti della capitale. Abbiamo inviato una mail chiedendo un contatto per un’intervista che ci aiutasse a capire quale è lo stato dell’arte all’interno del movimento. Nessuno ci ha risposto: sarà che la fase è molto fluida, e non priva di frizioni e litigi. Sicuramente ad “alta intensità”, ad alto impegno. Si stanno tenendo in questi giorni le riunioni dei gruppi territoriali per discutere la formazione delle liste in tutti i municipi romani, in base ad un regolamento per la definizione delle candidature che è stato votato e discusso in maniera molto articolata. E’ in fase di definizione dunque la lista Roma a 5 Stelle, i componenti della quale dovranno essere poi votati sul web per confermarne la candidabilità; per presentare la propria candidatura bisogna essere considerati “Attivi” nel movimento, dunque non solo iscritti, ma regolari nella partecipazione alle attività territoriali.
FRA ASSEMBLEE E REGOLAMENTI – Sul forum del movimento Romano – che funge da hub comunicativo anche per il gruppo regionale, che non ha un sito suo, ma solo una pagina Facebook e un Meetup e che comunque si sta attivando per la lista regionale, avendo programmato una riunione organizzativa per sabato prossimo – vengono aggregati “dossier” relativi ai due nomi forti finora emersi, Gianni Alemanno e Nicola Zingaretti, dunque. Il mese di ottobre è stato ricco di appuntamenti per il Movimento a 5 Stelle: si è partiti il 13 ottobre con la riunione presso il Mercato Coperto di Conca d’Oro per la candidatura ufficiale della lista alle regionali. Ce ne parlava Repubblica.
In questi giorni, ha spiegato Roberta Lombardi di Roma 5 Stelle, “siamo molto di fretta. Oggi era necessario avviare subito la nostra macchina, organizzata sulla falsariga del lavoro 5 Stelle Sicilia, visto che si potrebbe andare alle urne già il 16 dicembre, il che vuol dire che potremmo avere solo poco più di un mese per la presentazione della lista”. Senza contare, ha aggiunto, “lo scoglio degli adempimenti burocratici e amministrativi per presentare la nostra lista alle regionali, che per noi, essendo un movimento di semplici cittadini, dire che sarà una corsa a ostacoli è riduttivo”.
Roberta Lombardi è un’attivista del IV municipio di Roma pesantemente criticata sul forum da un utente anonimo per la sua attività nel Movimento, per l’organizzazione del meeting del 13, per la visibilità che questo breve colloquio con Repubblica le ha regalato. Si fa il suo nome come papabile  portavoce, e dunque candidata, dei Grilli Romani; altro nome che si legge è quello di Marco Giustini, consigliere del municipio Roma XVI, ma i giochi sono ancora apertissimi ed è difficile fare pronostici senza una comprensione profonda delle dinamiche di un movimento ormai attivo da anni a Roma. Per vero, la discussione intavolata dal Mario Rossi di turno, se pur solleva degli spunti interessanti per chi commenta, viene presto cassata per mancanza totale di Netiquette.

IN RITARDO – Solo una settimana fa il Roma5stelle si è riunito a Via dei Reti; la Lombardi ha dato corpo alle ansie di molti perché, pur raccogliendo il consenso di cui parlavamo nei sondaggi, il movimento romano è evidentemente indietro nella formulazion

e delle liste. Dal verbale, pubblico, della riunione: “ Per le comunali siamo in ritardo, … per le regionali peggio!”. Dalla riunione è emerso il costituirsi di un gruppo romano che dovrà sincronizzarsi con gli altri gruppi regionali. Con la pubblicazione del comunicato politico di Beppe Grillo il ritardo diventa evidente: Grillo oggi ha scritto che “chiunque sia stato iscritto a una lista comunale o regionale può candidarsi”, e il gruppo romano una lista, in effetti, ancora non l’ha. La discussione comunque avanza sui temi forti degli attivisti a Cinque Stelle: ambiente, trasporto pubblico, acqua, sviluppo economico, connettività.

fonte: Giornalettismo

TOP VIDEO N° 38 – INTERVISTA DANIEL ESTULIN

Puntata speciale dell’Anteprima Web dell’Ultima Parola. Nella prima parte con Giulia Cazzaniga c’è un ospite internazionale: DANIEL ESTULIN, autore russo, giornalista ed ex agente del KGB, autore del “CLUB BILDERBERG” (8 milioni di copie vendute in tutto il mondo, tradotto in 50 lingue in 81 Paesi). Un successo davvero mondiale, e che è diventato un film. 
ESTULIN ci ha presentato il suo ultimo lavoro, appena uscito in Italia per Castelvecchi. 
E’ “L’IMPERO INVISIBILE”, con sottotitolo “la vera cospirazione di chi governa il mondo”.

Nella seconda parte Giulia Cazzaniga parla delle ultime dichiarazioni del Ministro Fornero sui giovani e il lavoro (i #choosy). 
Ascoltiamo le storie di Chiara Daneo, Daniele Keshk, Matteo Berta e Enrico Bertolini. In studio ospite Giuliano Olivati (@olivati).

Francesca Riccione ha presentato il libro “LAVORICIDI”, appena uscito in Italia per MIRAGGI Edizioni: 20 autori per 20 storie di giovani e lavoro, di aspirazioni e precariato.
di causacomune Inviato su NWO

12 RISPOSTE SUL DEBITO E COME USCIRNE CON EQUITA’ (prima parte)

1. Cos’è il debito pubblico?
R. Il debito pubblico si forma quando le strutture dello stato (governo, regioni, province, comuni) spendono più di quanto incassano attraverso imposte, tributi, tariffe, oneri sociali. Lo scarto che si crea nel corso di un anno si definisce deficit. La somma di tutti i deficit accumulati ad una certa data forma il debito. In altre parole il deficit esprime la sfasatura relativa ai singoli anni; il debito la situazione debitoria complessiva accumulata negli anni.
Uno stato con potere di battere moneta, può finanziare il proprio debito con l’emissione di nuova moneta. Il che corrisponde ad una tassazione generalizzata di tutti i cittadini, perché l’emissione di nuova moneta, a parità di produzione, provoca inflazione, ossia aumento generale dei prezzi che decurta il potere d’acquisto di tutti. L’Italia ha utilizzato questa via prevalentemente negli anni settanta, facendovi ricorso più limitato negli anni successivi. Ma da quando è entrata nell’euro, nel 2001, questa possibilità le è preclusa del tutto perché il potere di emissione è assegnato alla Banca Centrale Europea, espressione delle banche centrali della zona euro, a loro volta espressione delle banche private dei singoli stati.
La Banca Centrale Europea non ha fra i propri compiti quello di soccorrere i paesi debitori e gli unici modi che questi hanno per fare fronte alle proprie difficoltà finanziarie sono il dilazionamento dei pagamenti nei confronti dei propri fornitori e l’accensione di prestiti presso banche e qualsiasi altro soggetto (assicurazioni, fondi, famiglie) disposto a fornire denaro in cambio di un tasso di interesse. Generalmente il prestito è ufficializzato da un certificato emesso dal Ministero del Tesoro, che certifica l’ammontare ricevuto, la data di restituzione e il tasso di interesse riconosciuto. Tali certificati sono genericamente definiti titoli di stato o titoli di debito pubblico, ulteriormente suddivisi in Bot (Buoni ordinari del tesoro), Cct (Certificati di credito del tesoro), o altro, in base alle condizioni specifiche del prestito.

2. Come si è formato il debito pubblico in Italia?
R. In Italia, il debito pubblico ha cominciato ad assumere dimensioni preoccupanti negli anni settanta, allorché iniziò a formarsi un divario consistente fra entrate e spese pubbliche. Mentre in alcuni periodi le uscite crescevano più ampiamente delle entrate, in altri succedeva che le prime salivano mentre le seconde scendevano. Ad esempio, nel periodo 1971-1974 le entrate, in rapporto al prodotto interno lordo (Pil), si ridussero dello 0,5% (dal 29 al 28,5%), mentre le uscite crebbero dal 36,9 al 43,4%.
Fra le ragioni per cui nel corso degli anni si sono avute entrate inferiori a quelle che il sistema avrebbe potuto garantire, va citata la riduzione delle aliquote sugli scaglioni più alti di reddito, la bassa tassazione dei redditi da capitale, la riduzione se non l’eliminazione delle imposte patrimoniali, l’elevato tasso di evasione fiscale, l’espandersi dell’economia in nero.
Fra le ragioni per cui si è avuta un’accelerazione delle uscite, vanno citate le politiche a sostegno delle imprese, il pensionamento precoce nel settore pubblico, l’abnorme espansione occupazionale in ambito pubblico e il mantenimento di inutili carrozzoni con finalità al tempo stesso clientelari ed elettorali, l’esplosione dei privilegi dalla politica, le ruberie a vantaggio di imprese appaltate dallo stato per spartire il bottino con i partiti al governo, la corruzione valutata 60 miliardi di euro l’anno.
Ma non va dimenticato il ruolo degli interessi che specie negli anni ottanta sono stati elevatissimi. Nel 2010 la spesa per interessi è stata pari a 70,1 miliardi di euro corrispondente all’8,8% dell’intera spesa pubblica e al 15,7% delle entrate tributarie (Imposte dirette e indirette esclusi oneri sociali). In effetti gli interessi, oltre ad accrescere le uscite e quindi il debito, rappresentano una redistribuzione alla rovescia: concentrano nelle tasche di pochi la ricchezza di tutti.
Fonti: Maria Teresa Salvemini, Le politiche del debito pubblico, Laterza 1992; Corte dei Conti, Rapporto 2011 sul coordinamento della finanzapubblica; Nunzia Penelope, Soldi rubati, Salani Editore 2011.

3. A quanto ammonta il debito pubblico italiano?
R. Secondo i dati della Banca d’Italia, al giugno 2011 il debito pubblico totale ammontava a 1901 miliardi di euro pari al 122% del Pil realizzato nel 2010. Ma economisti come Loretta Napoleoni, affermano che è impossibile avere il dato preciso perché in ogni ambito delle amministrazioni pubbliche, dal Ministero del Tesoro, fino all’ultimo comune d’Italia, possono essere stati accesi prestiti presso banche private compiacenti che in cambio di laute commissioni hanno escogitato degli stratagemmi per farli passare come anticipi su operazioni future. Ma il problema è che si tratta di operazioni assimilabili a scommesse che possono o non possono dar luogo ad incassi. In conclusione si fanno comparire fra le entrate somme che negli anni successivi possono trasformarsi in debiti, gravati di interessi, perché l’evento auspicato non si è realizzato.
Benché si tratti di operazioni configurabili come veri e propri falsi in bilancio, purtroppo sono utilizzate anche dai governi. Il caso più eclatante è stato scoperto a carico della Grecia che aveva agito con la complicità della banca d’affari Goldman Sachs. Per essere ammessa nell’euro, nell’anno 2001 e seguenti, la Grecia aveva bisogno di dimostrare che il suo deficit annuale era inferiore a quello reale e non potendo agire sul piano delle uscite, aveva deciso di falsificare i dati sul piano delle entrate. In altre parole si era fatto anticipare da Goldman Sachs dei soldi su polizze assicurative relative ad eventi finanziari futuri (l’innalzamento dei tassi di interesse piuttosto che la rivalutazione di certe valute) di cui nessuno poteva prevedere l’andamento. Ma ciò non interessava a nessuno: il problema era ingannare, poi si sarebbe visto. E infatti nel 2010 il bubbone è scoppiato perché non poteva essere più tenuto nascosto. Ed oggi la Grecia non sa di che morte morirà.
Gustavo Piga, professore dell’università di Tor Vergata, ha spiegato che tutti i grandi paesi industrializzati del mondo, Italia compresa, ricorrono all’uso di queste polizze assicurative, meglio conosciute come derivati, che però sono costosissime e tal volta articolate in una maniera tale che se l’evento assicurato non si realizza, può essere il cliente a dover pagare l’assicuratore. Ne sanno qualcosa i 519 comuni d’Italia che dalla sottoscrizione di simili polizze, con banche del calibro di Deutschebank o Ubs, stanno registrando perdite per quasi un miliardo di euro. Così l’utilizzo delle moderne tecniche di ingegneria finanziaria sta aggravando il debito pubblico e lo sta rendendo sempre più opaco, ossia fuori controllo. I vincenti, ancora una volta, sono le banche e le assicurazioni.
Fonti: Banca d’Italia, Supplemento al bollettino statistico 14 ottobre 2011 n. 51; Gustavo Piga, Derivatives and public debt management, Isma 2001; Loretta Napoleoni, Il contagio, Rizzoli 2011.

4. Chi detiene il debito pubblico italiano?
R. Una prima classificazione può essere fatta in base alla nazionalità dei detentori. Da questo punto di vista, al giugno 2011, il debito pubblico era detenuto per il 56,4% da soggetti italiani e il 43,4% da soggetti stranieri.
Una seconda classificazione può essere fatta in base alla tipologia giuridica dei detentori. Da questo punto di vista, la quota detenuta dalle famiglie, al giugno 2011, corrispondeva al 12,7%. Tutto il resto era detenuto da investitori istituzionali: banche, assicurazioni e fondi. Più precisamente: 3,6% Banca d’Italia; 26,2% banche commerciali italiane, 13,8% assicurazioni e fondi italiani, 10,6% banche estere, 32,8% fondi esteri.
In conclusione, limitatamente alla parte di debito detenuto dagli investitori istituzionali, la suddivisione fra soggetti italiani ed esteri è praticamente al 50%, mentre la suddivisione fra banche e fondi è rispettivamente del 46,8 e 53,2%.
Fonti:Elaborazione dati Banca d’Italia, Supplemento al bollettino statistico 14 ottobre 2011 n. 51; Morgan Stanley, Who owns Italy’s governmentdebt?, luglio 2011.
5.Che cos’è la speculazione sul debito pubblico e perché ci danneggia?
La speculazione è una strategia attuata da parte di fondi, assicurazioni e banche per guadagnare sul debito a più riprese.
Le tecniche finanziarie sono molte, ma una delle più ricorrenti è la speculazione al ribasso che consiste nel vendere, al prezzo di oggi, titoli che saranno consegnati fra una settimana o fra un mese. Il tempo è un elemento determinante, ma non è la semplice separazione fra data di vendita e data di consegna che consente agli speculatori di guadagnare. Il vero segreto è che non possiedono i titoli che offrono, in fondo il trucco sta tutto qui. La loro speranza è che nel frattempo il prezzo scenda e quando arriverà il tempo di consegnare i titoli, li compreranno sul momento a prezzi ribassati. Nella differenza fra l’alto prezzo di vendita di oggi e il basso prezzo di acquisto di domani, sta il loro guadagno. Sempre che tutto vada bene.
Ma banche e fondi non si affidano al caso. Quando prendono una decisione sanno come fare per creare le condizioni favorevoli al loro obiettivo perché hanno abbastanza denaro per indirizzare la storia. Se puntano su un’operazione al ribasso, in un primo momento si muovono con circospezione, cercano di piazzare le loro vendite senza dare nell’occhio. Poi quando stabiliscono che il prezzo deve crollare danno un’accelerazione all’offerta e il gioco è fatto. La massa di offerta insospettisce chi frequenta le borse: se tutti vendono una certa roba vuol dire che non vale niente, meglio starne alla larga. Ma proprio perché nessuno compra, il prezzo scende davvero e il timore si trasforma in realtà esattamente come volevano i burattinai.
Ovviamente questa è solo una semplificazione delle mille diavolerie che la finanza moderna si è inventata per guadagnare sulla dabbenaggine della moltitudine di piccoli risparmiatori che si aggirano per le piazze finanziarie. Ma quasi sempre la loro strategia si basa sulla psicologia di massa. Ottimismo e pessimismo, fiducia e paura sono i grandi alleati dei burattinai della finanza e quando stabiliscono che a loro serve un sentimento o l’altro si attivano con i loro potenti mezzi per provocarlo. La speculazione al ribasso si nutre della paura, e immediatamente l’intero sistema informativo cerca di amplificarla con titoli tipo: “I mercati non credono nel sistema Italia, prezzi in picchiata”.
Smettiamola di parlare di mercato: anche lì c’è una massa manovrata e una minoranza che manovra e né l’una né l’altra crede in qualcosa ad eccezione dei soldi. Ai fondi europei, americani, chissà forse anche cinesi, non importa niente di cosa succederà alla Grecia o all’Italia. Non si preoccupano neanche di cosa succederà all’economia mondo di cui fanno parte anche loro. La loro è una logica da pirateria: attaccano, rubano e scappano. Che poi la nave affondi o riprenda a navigare non è affar loro.
Va comunque sottolineato che nella prima fase, il guadagno degli speculatori non si realizza alle spalle dello stato, ma degli altri soggetti privati che svendono i loro titoli per effetto della paura. Il danno per lo stato arriva in un secondo momento, allorché si ripresenta sul mercato finanziario per ottenere nuovi prestiti. A questo punto scatta la seconda strategia di arricchimento degli speculatori, che invocano la sfiducia nei confronti dello stato per pretendere interessi più alti sui nuovi prestiti richiesti. Considerato che per l’Italia ogni punto di aumento percentuale degli interessi corrisponde ad un maggiore esborso di 35 miliardi di euro, si capisce la preoccupazione per gli attacchi speculativi.
Ma va precisato che la speculazione è possibile solo perché la legge la consente. Niente vieterebbe al governo e al parlamento di prendere dei provvedimenti che impediscono gli attacchi speculativi almeno sui titoli pubblici. Per farlo, basterebbe avere il coraggio di mettersi contro il potere finanziario che però i politici non hanno, perché per rimanere al potere non è del popolo che hanno bisogno, ma della complicità del potere economico. Del resto si sa che molti politici hanno i piedi contemporaneamente in due scarpe: quella della politica e quella degli affari. Due casi per tutti: Matteo Colaninno, al tempo stesso deputato PD e vice presidente del gruppo Piaggio, e Silvio Berlusconi, al tempo stesso deputato PDL, presidente del Consiglio e principale azionista di Fininvest. Dunque non deve stupire se la consegna dell’intero arco parlamentare è piegarsi al ricatto dei mercati e affrettarsi a fare delle manovre correttive che hanno lo scopo di convincere i mercati che lo stato italiano è un debitore affidabile. Un debitore, cioè, disposto a fare tirare la cinghia al suo popolo pur di pagare gli interessi ai creditori.
La disponibilità dei nostri politici a calare le braghe è senza limiti e non protestano neanche quando gli interessi si fanno così esosi da correre il rischio che lo stato soccomba. Del resto alle banche questa prospettiva non sembra interessare, anzi forse è proprio ciò che vogliono, come è nella politica di molti strozzini a cui non interessa tanto cosa possono guadagnare dagli interessi, ma cosa possono ricavare dalle spoglie del debitore. Questa è la terza strategia di arricchimento degli speculatori.
In molti paesi del Sud del mondo è abituale che gli strozzini cedano prestiti ai piccoli contadini ad interessi da capogiro in modo da dissanguarli e fare scattare la trappola alla prima rata non pagata. A quel punto inviano avvocati, notai e sicari, ciascuno con la propria arma di ricatto, per costringere i contadini a chiudere la partita cedendo i propri averi. E se il debitore non ha niente da dare possono prendersi lui stesso in ostaggio riducendolo in schiavitù.
Nei confronti degli stati indebitati si assiste alla stessa scena. Nelle loro capitali arrivano emissari di ogni genere, della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale, delle società di rating, tutti con la stessa missiva: “pagate ciò che il mercato vi impone e se non potete pagare, svendete”.
Soprattutto “svendete” perché il vero disegno di mercanti, banche, assicurazioni, imprese di servizi, tutti intrecciati fra loro come serpenti in amore, è di mettere le mani sulle proprietà degli stati. Vedere tanta ricchezza e non poterla toccare, alla stregua di un frutto proibito, è una sofferenza indicibile, da sempre si scervellano per impossessarsene. Così si scopre che si scrive debito, ma si pronuncia privatizzazione, il sogno eterno dei mercanti di accaparrare palazzi, spiagge, parchi, isole, ma anche acqua, scuola, sanità, elettricità, gas, strade e tutto il resto che gli stati possiedono e gestiscono. Beni comuni che la struttura pubblica mette gratuitamente a disposizione di tutti per il bene di tutti, ma che i mercanti vogliono per sé per ricavarci profitto.
6. Perché si tagliano le spese sociali in nome del debito pubblico?
R. Dobbiamo prendere coscienza che il debito pubblico è un nodo che rischia di compromettere lo stato sociale dei prossimi trecento anni. E sicuramente lo è se la parola d’ordine di destra e sinistra continua ad essere “restituire il debito senza colpire i ricchi”. Tant’è si perseguono due sole strade, entrambe esplosive: la riduzione delle spese sociali e la svendita del patrimonio pubblico.
Si giustifica il taglio alle spese sociali con l’argomentazione che il primo obiettivo di risanamento della finanza è evitare di accumulare altro debito. Il che si ottiene col pareggio di bilancio, ossia con una riduzione delle spese sufficiente ad avere di che pagare gli interessi. Se fossimo governati da partiti che hanno a cuore l’equità e il benessere dei cittadini, le manovre correttive sarebbero realizzate aumentando le tasse sui ricchi e tagliando le spese inutili e dannose come quelle militari e i privilegi della politica. Ma oggi né destra, né sinistra hanno a cuore il bene comune e sia l’una che l’altra cercano di raddrizzare i conti pubblici accanendosi verso i redditi medio-bassi e tagliando le spese per il personale, per l’istruzione, per l’assistenza, per i comuni che si occupano delle politiche sociali a livello locale. Ed ecco il taglio di 8 miliardi di euro alla scuola nel triennio 2009-2011; di 10 miliardi alla sanità dal 2011 al 2014, di 15 miliardi di euro a regioni e comuni nello stesso periodo.
Ma la preda che governo, confindustria e Unione Europea sono assolutamente intenzionati a spolpare è la previdenza sociale. Eppure tutti sanno che il nostro sistema previdenziale è fondamentalmente in equilibrio. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2009, dimostrano che il saldo tra le entrate contributive ele prestazioni pensionistiche previdenziali al netto delle ritenute fiscali è in attivo per 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil. Solo un artificio contabileconsente alla Corte dei Conti di affermare che il sistema previdenziale è in deficit, addirittura di 77 miliardi nel 2010. Ma ciò dipende dal fatto che il fondo previdenziale è usato anche per il pagamento delle pensioni sociali e dei sussidi di disoccupazione che dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. In realtà l’accanimento verso il sistema previdenziale non è dovuto alla sua debolezza, ma alla sua solidità. Nel 2010 i versamenti per contributi sociali sono ammontati a 214 miliardi di euro, quasi un terzo delle entrate totali dello stato. Se solo una parte potesse essere sottratta al pagamento delle pensioni, si potrebbero risolvere molti problemi senza mettere le mani nelle tasche dei ricchi.
In ogni caso va tenuto presente che il pareggio di bilancio è solo uno degli obiettivi. L’altro è l’abbattimento del debito accumulato, la famosa restituzione del capitale in nome della quale si impongono ulteriori sacrifici. Ma tutto ha un limite e anche i politici sanno di non poter restituire 1900 miliardi di euro solo con i tagli alle spese, perciò ricorrono alla vendita del patrimonio pubblico esattamente come si fa in famiglia che dopo aver tagliato sul riscaldamento, sul cinema, sul telefono, si vendono le proprietà di famiglia. Tant’è la parola d’ordine è privatizzare e solo per miracolo, grazie al referendum di maggio, abbiamo salvato l’acqua. Ma il decreto di agosto 2011 prevede misure per la privatizzazione di tutte le municipalizzate, mentre il provvedimento per l’introduzione del federalismo, varato nel 2010, trasferisce i beni demaniali ai comuni con licenza di venderli per il risanamento delle casse locali. Di questo passo ci troveremo una comunità nazionale senza più un edificio, un parco, una strada, un’azienda pubblica che garantisca qualsivoglia servizio gratuito a favore di tutti. Così stiamo recitando il requiem dell’economia del bene comune, ricordandoci che una volta dilapidata ci vorranno secoli per ricostruirla.
Fonti: dpr 98/2011 convertito in legge 111/2011; dpr 138/2011 convertito in legge 148/2011; Felice Roberto Pizzuti, Pensioni, perchè è giustoindignarsi, il Manifesto 27.10.2011; Corte dei Conti, Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica; Decreto legislativo n.85 del 28 maggio 2010.

(a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo)

NO-MUOS: INTERVISTA AD ANTONIO MAZZEO

A svelarci i segreti del MUOS-TRO e a dirci di più in merito a questo argomento scottante questo mese è il giornalista Antonio Mazzeo.


Se dovesse spiegarne la natura ad una persona che non ne ha mai sentito parlare, cosa direbbe sul Mobile User Objective System (MUOS)?

Si tratta di un segmento chiave dei nuovi piani di riarmo e di guerra delle forze armate Usa per consolidare la loro leadership a livello planetario. Il MUOS è il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari che si articolerà su 4 terminali terrestri e 5 satelliti geostazionari e che consentirà di trasmettere gli ordini e le informazioni necessarie per qualsivoglia azione di guerra, convenzionale, chimica, batteriologica, nucleare ai sistemi operativi impiegati (cacciabombardieri, unità navali, sottomarini, reparti militari, ecc.), in qualsiasi parte del mondo si trovino. Il sistema satellitare, nelle intenzioni del Pentagono, dovrà ridurre enormemente i tempi di trasmissione e ricezione e aumentare di 10 volte il numero dei dati trasmessi nell’unità di tempo. L’applicazione del Muos risponderà inoltre alle strategie militari future, quelle che puntano sulla totale automatizzazione della gestione dei conflitti, a partire innanzitutto dall’uso intensivo degli aerei senza pilota, come i Global Hawk già installati nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, destinata a fare da vera e propria capitale mondiale dei droni.

Gli attivisti lo hanno ribattezzato emblematicamente “il MUOS-TRO”. Molti, a Niscemi, lottano da tempo contro questa struttura e spesso e volentieri sono stati accusati di rispondere a mere logiche NIMBY. Stesso trattamento riservato, ad esempio, a coloro che protestano in Val di Susa contro la TAV. Qual è il suo parere in merito a questa diatriba?


Sono fermamente convinto che si tratti di un’accusa falsa e del tutto pretestuosa. Il Movimento No Muos, come del resto tutti i soggetti che localmente si battono contro i processi di militarizzazione del territorio o i devastanti megaprogetti infrastrutturali (Tav, Ponte sullo Stretto, Mose, ecc.), pone al centro delle proprie iniziative il rifiuto del modello neoliberista basato sulla supremazia della guerra, la distruzione dell’ambiente, lo sperpero di risorse pubbliche e il loro trasferimento in mano ai gruppi finanziari privati, l’annullamento dei principi di democrazia e di autodeterminazione. Si tratta di un soggetto con identità realmente glocal: opera localmente pensando al generale e al globale.


Quali sono, dunque, le rivendicazioni del movimento NO-MUOS?


Il movimento chiede innanzitutto la revoca di tutte le autorizzazioni concesse a livello nazionale e regionale alle forze armate Usa per installare in Sicilia questo pericolosissimo sistema d’arma e lo smantellamento delle 41 antenne militari esistenti a Niscemi da più di vent’anni che assicurano le telecomunicazioni con le unità di superficie e i sottomarini a capacità e propulsione nucleare che solcano gli oceani e che costituiscono una bomba elettromagnetica che avvelena le popolazioni, la flora e la fauna locali. I No Muos, contestualmente, si oppongono a tutte le guerre e ai crimini ambientali, invocano relazioni tra i popoli basati sulla giustizia e la fratellanza, sognano un Mediterraneo mare di pace, smilitarizzato e denuclearizzato, dove nessuno debba più morire attraversandolo per sfuggire ai conflitti, alla fame, allo sfruttamento e ai disastri “naturali”.


Il 6 Ottobre la magistratura ha emanato un ordine di sequestro, con motivazioni di violazione di leggi a tutela dell’ambiente, per il sopra citato eco-mostro della provincia nissena. Secondo lei siamo di fronte ad una svolta, alla parola fine sulla questione o ad un ennesimo succedaneo di giustizia che spinge la vicenda in un infinito eterno ritorno dell’uguale?


Sicuramente si tratta di una vittoria importante del Movimento che da più di un anno denuncia come le autorizzazioni concesse dalla Regione siciliana violino apertamente le norme ambientali europee, nazionali e regionali e come i lavori già eseguiti abbiano devastato irrimediabilmente l’habitat della riserva “Sughereta” di Niscemi, un sito naturale d’interesse comunitario. Purtroppo, ancora una volta, a dimostrazione di come si siano interrotti tutti i circuiti democratici nel nostro paese e in particolare quelli tra i governanti e i cittadini, si è dovuto attendere l’intervento di una Procura per ristabilire la giustizia, la legalità e il rispetto dei diritti soggettivi sanciti e protetti dalla Costituzione. Il Movimento è però consapevole che non è possibile delegare alla via giudiziaria la risoluzione della questione MUOS. Per questo, forte del successo della manifestazione di sabato 6 ottobre, è pronto a moltiplicare i propri sforzi. Si continuerà a informare la popolazione e ad allargare il consenso alla propria lotta su tutto il territorio nazionale. Se come immagino l’esecutivo continuerà nella sua politica del muro di gomma, disattendendo la volontà popolare, spero vivamente che i Comitati diano vita ad una vasta campagna di disobbedienza civile e ad azioni dirette nonviolente che ostacolino l’iter del folle progetto di morte e ne impediscano l’entrata in funzione.


In una Sicilia data in pasto alle mafie e corrosa da un sistema di corruttela pervasivo, la lotta in difesa dell’ambiente (e di conseguenza in difesa del cittadino) è spesso etichettata come “stupida propaganda dei verdi”. Preso atto della stupidità di questa logica, a suo parere qual è la panacea a questo male esistenziale che affligge la nostra sventurata regione? La smilitarizzazione dell’isola e l’epurazione da sistemi deleteri come quello del MUOS potrebbe essere il primo passo per trovare o ritrovare un’identità perduta nell’animo dei nostri afflitti conterranei?


L’esserci in prima persona, con i propri corpi e i propri volti, esprimere una nuova soggettività e conflittualità, rifiutare le logiche di delega, possono invertire lo stato attuale delle cose e ridare vita alla speranza di cambiamento e trasformazione sociale. I 5mila manifestanti del 6 ottobre sono la Sicilia più autentica, quella che non si rassegna di fronte la militarizzazione, la mafia, le clientele politiche, il modello economico dominante che moltiplica e riproduce le disparità, le disuguaglianze, la disoccupazione, l’emigrazione forzata. Se si riuscirà a far comunicare e mettere in rete tra loro le esperienze di lotta dal basso, i No Muos, i No Ponte, le associazioni dell’antimafia sociale, l’ecologismo militante, i comitati di cittadini contro le discariche, l’elettromagnetismo, la dismissione dei beni comuni, i sindacati di base, i lavoratori, i precari e i disoccupati autorganizzati, un’altra Sicilia potrà essere possibile. Davvero. E presto.

Intervista a cura di Simone Bellitto, pubblicata in Generazione Zero Reloaded, ottobre 2012.
fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/wp/?p=1348

COSA RIMANE DOPO NO-MONTI DAY

Ce l’abbiamo fatta! 
La manifestazione nazionale No Monti Day, di cui Alternativa è stata tra i primissimi promotori, è andata oltre le più rosee aspettative.
Decine e decine di migliaia di persone hanno sfilato a Roma da piazza delle Repubblica a piazza S. Giovanni rivendicando la volontà e la necessità di cambiare radicalmente lo stato di cose presenti, che se oggi è già insopportabile preannuncia un futuro ancora peggiore a causa del “rigore meccanico” del governo.
1. All’inizio del Novecento il rigore meccanico denunciato da John Hobson era quello con cui l’impero britannico riscuoteva le tasse in India, indipendentemente da raccolti ricchi o da carestie, così che la popolazione indiana si indeboliva sempre più, i contadini erano costretti ad alienare le proprie terre a favore di grandi proprietari terrieri e l’India si indebitava sempre di più proprio con quell’Inghilterra che agiva su di essa come una sanguisuga finanziaria.
Cento anni dopo, la Storia si ripete e il professor Monti col suo “rigore meccanico” impoverisce l’Italia (così come altri cosiddetti “premier” impoveriscono i cosiddetti “loro” Paesi, la Grecia, la Spagna, il Portogallo o l’Irlanda). La impoverisce e agisce da sanguisuga finanziaria a maggior gloria dei mercati finanziari, internazionali ma con sede a New York e a Londra.
La salute? Deve passare attraverso i mercati finanziari. L’istruzione? Deve passare attraverso i mercati finanziari. Le pensioni? Devono passare attraverso i mercati finanziari. Le “utility” vitali come l’acqua e l’energia? Devono passare attraverso i mercati finanziari. Le amministrazioni pubbliche? La stessa cosa. L’arte, la cultura? Idem. Anche l’ecologia, le foreste, i mari, l’aria, l’ossigeno, l’anidride carbonica. Tutto deve passare attraverso i mercati finanziari. I principi vitali stessi, dalle sementi alle cellule staminali, lo devono fare.
C’è qualcosa di delirante in questo “rigore meccanico”. Qualcosa che va oltre anche ogni principio “borghese” e che denuncia una disperazione: non sanno più in quale altro modo valorizzare i capitali. Gli resta solo questa mostruosa costruzione finanziaria che pretende come collaterale, come garanzia, la promessa di uno sfruttamento senza più regole, la promessa che tutto verrà messo in vendita e la promessa che nessuno si opporrà, ovvero la promessa che la democrazia non sarà un ostacolo. Il che vuol dire ottenere dai governi l’assicurazione che la democrazia che abbiamo conquistato tra stragi e massacri e la civiltà del lavoro ottenuta con lotte bicentenarie in pochissimo tempo saranno solo un ricordo.
Il tessuto sociale non può reggere in queste condizioni. Così come non possono reggere le relazioni internazionali. Lo sanno benissimo, per quello aggiornano continuamente i piani di repressione interna e quelli di guerra e destabilizzazione esterna.
Mai come oggi vengono al pettine gli effetti e le miserie di una società che non utilizza il mercato, ma è totalmente sottoposta al mercato. E, inoltre, ad un mercato che non funziona nemmeno più.
2. A Roma ha manifestato la società che non vuole essere sconfitta. Che ha capito o sta capendo che se la società continuerà ad essere sottoposta al mercato perirà. Lo si sta già vedendo: giovani senza un futuro, nemmeno prossimo; persone mature con un presente di lavoro avvilito, demansionato, dequalificato, cassintegrato, precarizzato; anziani con un passato di lavoro bruciato nelle “riforme pensionistiche” del governo.
A parlare a piazza S. Giovanni si sono susseguiti rappresentanti di questa società che società vuole rimanere. Dal coraggioso Enzo, rappresentante del No MUOS di Niscemi, alla straordinaria maestra Titti che ci ha fatto conoscere un pezzetto di dramma sociale che non sapevamo. E quindi un pezzetto di sofferenza umana che non conoscevamo, perché i drammi sociali non sono numeri per gli studi econometrici dei “professori”, sono donne e uomini che vivono, amano e, purtroppo, soffrono.
A causa di quel che sta succedendo in Medio Oriente, in questi giorni si parla spesso della Festa del Sacrificio, così importante nei Paesi musulmani. La festa che ricorda la mano di Dio che ferma il sacrificio umano di Abramo. Un punto di svolta per tutti gli uomini del Libro.
Il capitalismo invece non ha mai veramente accettato la rinuncia al sacrificio umano. Oh, quanto aveva ragione Marx: il capitalismo «non è capace di garantire l’esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavitù»! Possono sciacquarsi la bocca e la coscienza con ogni riferimento religioso, ma per questi signori gli uomini devono essere sacrificati al dio Mammona. Che altro stanno facendo?
Perché lo fanno?
Forse la risposta più semplice e vera è quella dello scorpione che punge la rana che lo sta portando in salvo sul suo dorso sopra uno stagno: “Perché lo hai fatto?” chiede la rana. “Adesso moriamo tutti e due”. “Non ci posso far nulla,” risponde lo scorpione. “E’ nella mia natura”.
Sono forse semplicemente prigionieri, ben ricompensati, del loro pensiero unico, meccanico, ricco di effetti speciali matematici ma in fondo povero e di modesta caratura.
Come non disperdere il coraggio del compagno di Niscemi e l’intelligente umanità della maestra Titti? Solo in un modo: organizzandoci e rinunciando agli identitarismi.
Parliamoci chiaro: a Roma sono sfilate molte sigle sindacali di base e decine di sigle di organizzazioni e movimenti politici. Il dato positivo è che si siano riunite in un unico evento. Il dato negativo è che ciò sia stato spesso l’esito di negoziazioni a volte lunghe.
Ognuno pensa di “avere la linea” (giusta, s’intende). Come è possibile? Decine di linee e tutte quante giuste? Io rispetto la storia e il presente di ognuna delle organizzazioni presenti, e anche delle singole personalità, nonostante talvolta mi spazientisca con una o con l’altra. Ma come decidere chi tra tutte loro ha la linea giusta se non forse tirando a sorte o tirando a indovinare?
Ognuna, la nostra compresa, ha il suo pezzetto di verità, di successi e di rispettabili sconfitte. Ma anche la sua parte di errori, di sconfitte che erano evitabili e di chiusure autoreferenziali.
Gli Italiani si sono dichiarati ampiamente stufi marci delle «banali rappresentazioni» che si sono susseguite e ancora si susseguono «sulla scena della politica … nelle quali tutte le ambizioni umane intessono la loro menzogna». Con la saggezza di Gramsci hanno visto che «sullo sfondo giganteggia la maschera sghignazzante della realtà».
E questa maschera sghignazzante è, oggi e qui, la crisi sistemica.
Dobbiamo essere all’altezza della sua sfida. Altrimenti non dovremo incolpare altri che noi stessi se “nessuno ci filerà”.
Alternativa userà tutte le sue energie per aprire tavoli di discussione, gettare ponti, favorire dialoghi.
Dopo la manifestazione di Sabato non è solo un dovere politico, è anche un dovere morale.
di Piero Pagliani, Ufficio Centrale del Laboratorio Politico “Alternativa”
fonte: Megachip.info

GLI STATI UNITI DICHIARANO GUERRA AL MALI

“Il prossimo luogo in cui si combatterà con il terrorismo ed al-Qaeda è il Mali, situato nell’Africa occidentale”. 
Queste le parole inequivocabili del Segretario alla Difesa Usa Leon Panetta che conferma le preoccupazioni destate nelle settimane scorse circa il paese africano.
Alcune settimane fa un’alta delegazione militare Usa aveva raggiunto la Francia per discutere del paese e dopo i colloqui Usa e Francia avevano annunciato di voler dispiegare un numero di droni in Mali. 
La Clinton inizierà una visita in Algeria proprio per parlare del tema; l’Algeria è uno dei paesi della regione del Mali che si oppone ad un intervento armato nella nazione. Alcuni paesi dell’Africa occidentale, alleati dell’Occidente, hanno espresso implicitamente la loro intenzione di voler partecipare alla campagna “contro il terrorismo” in Mali. Panetta ha concluso, ricordando che gli Stati Uniti hanno deciso di “eliminare la minaccia del terrorismo di Al-Qaeda” in Mali. Sgominare presunti terroristi di “Al-Qaeda” fu il principale pretesto per l’occupazione dell’Afghanistan, in corso ancora oggi.  
Secondo alcuni esperti, “Al-Qaeda” è una organizzazione terroristica fondata e guidata dai servizi segreti occidentali.
Il nord del Mali, spiegano gli esperti, è ricco di oro ed uranio e ciò sarebbe il motivo principale per il cui il paese farebbe gola alle potenze occidentali.

Il Mali è oggi il centro di attrazione di tutti gli estremisti della regione afferma Evgueny Korendyassov, ex ambasciatore russo in Mali che dirige oggi il Centro delle Relazioni Russo-Africane.

” Si assiste ad un afflusso di Islamisti, di Jihadisti, di salafiti venuti dalla Nigeria, dalla Somalia e dal Sudan. Una piattaforma di forze terroriste dell’Islam radicale si sta creando al Nord del Mali. In oltre alcune tra queste forze, sono implicate nel narco-traffico perché il Mali è un perno essenziale del traffico di cocaina che proviene dall’America Latina diretta verso le regioni del Sud dell’Europa. Quello che succede costituisce dunque, una grave problematica per la regione, per il continente e la sicurezza internazionale”.
Il consiglio di sicurezza dell’ONU ha di fatto dato il suo avallo per il regolamento di questa questione in senso militare. SI tratta senza ombra di dubbio di un altro conflitto armato che rischia di innescarsi e durare a lungo, dice Léonid Fitouni, direttore del Centro russo di studi strategici e mondiali dell’Istituto dell’Africa.
“Purtroppo non se ne vede una soluzione rapida. I passi avanti fatti dalla comunità internazionale – ma sono piuttosto pessimista riguardo la possibilità di risolvere il problema passando per la via militare, ricorrendo soltanto a forze interne al paese – possono dunque alleviare questo conflitto vedendone la cancellazione soltanto dei segni esteriori. Ma il problema non sarà pertanto, comunque risolto.

LA POVERTA’, QUELLA VERA, STA PER ARRIVARE

L’Italia non riesce a uscire dal tunnel della crisi, negli ultimi sei mesi non è infatti migliorato lo stile di vita di una grande percentuale delle famiglie italiane. Secondo quanto afferma una ricerca Censis-Confcommercio, sono quattro milioni e mezzo le famiglie italiane (il 18% del totale) che negli ultimi sei mesi, con il proprio reddito, non sono riuscite a coprire tutte le spese. Segno della crisi è anche la tendenza a posticipare quanto dovuto rispetto al semestre precedente: la ricerca afferma, infatti, che questa percentuale di italiani che è solita far segnare i pagamenti sul “conto” è salita dal 13.3% al 21%. Raddoppia, inoltre, chi paga il mutuo immobiliare in ritardo e sono oltre il 65% le famiglie italiane che provano a ridurre gli spostamenti con auto e moto al fine di risparmiare soldi per il carburante. Quasi la totalità della popolazione (il 94%) dice di fare in modo da eliminare ogni spreco. Si evitano di più viaggi, apparecchi elettronici, abbigliamenti e calzature ma anche ristoranti e “uscite”: tanti coloro che tagliano sulla cura della propria persona e sul tempo libero.
Due famiglie su tre non sono riuscite a mettere nulla da parte
E se il 18% delle famiglie italiane non arriva a fine mese un’altra grande percentuale (praticamente 2 famiglie su 3) ha dichiarato di non riuscire a mettere niente da parte: sono il 65% del totale coloro che sostanzialmente vanno in pari tra entrate e uscite ogni mese. Solo il 17% degli italiani ha dichiarato di essere riuscito, invece, a risparmiare parte del reddito dopo aver pagato tutte le spese. Censis e Confcommercio affermano, inoltre, che a soffrire di più sono le famiglie del Mezzogiorno, monogenitori e le coppie con un figlio. Da questo scenario viene da sé un calo dei consumi per ogni italiano: 3.7% in meno rispetto allo scorso anno che corrisponde a -603 euro a persona. Secondo Confcommercio sarà questa la tendenza anche del prossimo periodo 2012-2013: secondo il direttore Mariano Bella il prossimo calo sarà infatti del 5%, con – 806 euro per ogni italiano. Bella ha definito questa “fase” come il “capitombolo peggiore della storia repubblicana”.

di Susanna Picone