ILVA: LA CONFISCA DELL’IMPIANTO COME SI FA PER I BENI DEI MAFIOSI

I veleni dell’Ilva, un possibile antidoto

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Invece di screditare il lavoro dei giudici con nuove regole ad aziendam, il governo avrebbe potuto confiscare l’impianto, come si fa per i beni mafiosi. Salvando i posti di lavoro.
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di Federico Klausner


Passerò per il vecchio dinosauro mas-simalista, fuori dal tempo e anche politicamente scorretto, ma sull’Ilva, che per anni ha prosperato in una colpevole tolleranza e connivente opacitá bipartisan, una idea l’avrei. Con donazioni e finanziamenti innominabili a tutti i partiti, la famiglia Riva ha fatto bene i suoi conti: meglio investire (meno) tenendo buono chi avrebbe dovuto controllare il rispetto delle leggi sull’ambiente, che risanare un territorio avvelenato, salvaguardando la salute di chi le ha permesso di prosperare.
Certo, con la politica della carota e del bastone, il ricatto occupazionale, è riuscita a tenere le amministrazioni locali sotto schiaffo, obbligandole da sempre a una scelta diabolica tra salute e lavoro, due sopravvivenze complementari. Ora che i giudici hanno emanato l’unica ordinanza possibile, alla luce delle leggi vigenti, si cerca di includere anche loro nel ricatto, caricandoli di quella responsabilità politica più volte considerata il cancro della nostra democrazia, quando è convenuto.

Cosa fa il governo? Nel più classico stile berlusconiano di norme “ad aziendam” vara nuove regole Aia (autorizzazione di impatto ambientale) per vanificare il lavoro dei giudici, le loro ordinanze e di fatto delegittimando la magistratura, con buona pace della divisione dei poteri, pilastro della democrazia.

Eppure un’altra strada l’avrebbe avuta: la confisca dell’impianto. Non come esproprio proletario di sessantottina memoria, ma come si fa per i beni dei mafiosi. La logica è la medesima: esercizio di una azienda basato su un reato e attentato alla salute pubblica. Come una discarica abusiva per intenderci. Quindi un interim a conduzione statale, salvaguardando i posti di lavoro e iniziando finalmente la bonifica ambientale, e poi vendita al migliore offerente.

Non mi preoccuperei eccessivamente della sorte dei Riva: Riva jr, annusata l’aria, sta svernando in qualche paradiso, probabilmente anche fiscale, con i soldi messi cinicamente da parte sulla “minchiata di un paio di tumori in più”. Sarebbe un ottimo segnale.
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SFRUTTATI A MORTE: LA CONDIZIONE DEGLI OPERAI NEI "PAESI EMERGENTI"

Sfruttati a morte:
la condizione degli operai nei “Paesi Emergenti”
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Per ripulire la propria immagine di fronte all’opinione pubblica internazionale, tuttavia, esse hanno creato un sistema di facciata basato su audit condotti da presunte autorevoli compagnie di certificazione che dovrebbero verificare il livello di sicurezza dei luoghi di lavoro e che quasi mai corrisponde alla situazione reale.
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di Michele Paris


Le disastrose condizioni in cui sono costretti a lavorare ogni giorno gli operai dei cosiddetti paesi emergenti sono apparse nuovamente in tutta la loro gravità agli occhi del mondo in seguito al rogo del fine settimana appena trascorso in una fabbrica tessile del Bangladesh che ha provocato una vera e propria strage. Il fuoco ha letteralmente intrappolato nella struttura non lontana dalla capitale, Dhaka, centinaia di lavoratori, molti dei quali non hanno potuto mettersi in salvo a causa dell’assenza delle più normali norme di sicurezza in un edificio in cui venivano prodotti articoli destinati ad importanti aziende occidentali.
Il bilancio provvisorio dell’incendio presso la Tazreen Fashions, situata nel distretto industriale di Ashulia, è di 112 morti e almeno 150 feriti. L’edificio che ospita la fabbrica di articoli di abbigliamento si sviluppa su nove piani, di cui gli ultimi tre ancora in costruzione. L’inferno è scoppiato sabato scorso attorno alle 18.45 con un corto circuito partito in un deposito di filati al piano terra. Il fuoco si è poi rapidamente diffuso ai piani superiori dove i dipendenti dell’azienda non avevano a disposizione nessuna scala di emergenza esterna all’edificio. Coloro che sono riusciti a mettersi in salvo lo hanno fatto passando attraverso le finestre e scendendo per mezzo di un’impalcatura esterna utilizzata per lavori di ristrutturazione in corso.

La Tazreen Fashions era stata aperta solo nel 2010 ed impiega circa 1.500 lavoratori che producono soprattutto magliette, polo e indumenti in pile per un fatturato annuo di 35 milioni di dollari. Al momento dello scoppio dell’incendio erano presenti in fabbrica almeno 600 operai impegnati in straordinari, con ogni probabilità per arrotondare uno stipendio minimo che in Bangladesh non arriva ai 40 dollari al mese.
Le grandi aziende occidentali che sfruttano il lavoro degli operai in paesi come il Bangladesh sono ovviamente ben consapevoli delle condizioni esistenti nelle fabbriche che consentono loro di raccogliere profitti enormi. Per ripulire la propria immagine di fronte all’opinione pubblica internazionale, tuttavia, esse hanno creato un sistema di facciata basato su audit condotti da presunte autorevoli compagnie di certificazione che dovrebbero verificare il livello di sicurezza dei luoghi di lavoro e che quasi mai corrisponde alla situazione reale.
Alla luce dei primi resoconti dopo la strage di sabato, la Tazreen Fashions non sembra fare eccezione. Infatti, per conto di Wal-Mart – il colosso americano della distribuzione noto per la compressione delle retribuzioni e dei diritti dei propri dipendenti o “associati” – in questa struttura era stato condotto un audit nel maggio 2011 che aveva evidenziato un “elevato rischio” sicurezza. Nell’agosto dello stesso anno c’è stato poi un altro sopralluogo a seguito del quale il rischio è stato abbassato a “medio”, mentre un ulteriore audit era in programma per il 2013.

I vertici di Wal-Mart hanno affermato di non essere in grado di confermare se Tazreen Fashions stava ancora fornendo i propri punti vendita, anche se l’associazione International Labor Rights Forum sostiene di avere rinvenuto tra le macerie alcuni documenti che indicano forniture in corso sia a favore di Wal-Mart che di altre corporation americane e di altri paesi. Secondo quanto riportato dai media in questi giorni, per far scattare la sospensione degli ordini emessi da Wal-Mart a causa di questioni legate alla sicurezza, una fabbrica deve essere valutata per tre volte ad alto rischio in un periodo di due anni.
Per l’organizzazione Clean Clothes Campaign di Amsterdam, che si batte per il miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi del terzo mondo, dal 2006 sono morte almeno 500 persone in incendi scoppiati nelle fabbriche del Bangladesh. In una dichiarazione rilasciata ai media nel fine settimana, la coordinatrice del gruppo, Ineke Zeldenrust, ha puntato il dito contro marchi come Wal-Mart, Tommy Hilfiger o Gap, i quali sarebbero consapevoli da anni di avere scelto di fare affari con fabbriche che sono vere e proprie “trappole mortali”, perciò la loro mancanza di volontà nel prendere provvedimenti “equivale a negligenza criminale”.

Oltre alle grandi compagnie transnazionali, anche i governi dei paesi che ospitano questi opifici sono complici delle continue stragi che si registrano. In Bangladesh, d’altra parte, l’industria tessile impiega più di 3 milioni di lavoratori, in gran parte donne, ed alimenta esportazioni pari a 18 miliardi di dollari all’anno, facendo di questo poverissimo paese il secondo esportatore di prodotti di abbigliamento nel mondo, dopo la Cina.
Gli operai del Bangladesh sono tra i meno pagati del pianeta e le loro condizioni hanno portato a numerose proteste e scioperi in questi anni, spesso repressi duramente dalle forze di polizia. Come ha ricordato l’altro giorno il New York Times, proprio quest’anno il corpo senza vita dell’attivista Aminul Islam, che si batteva per migliori condizioni di lavoro e per l’aumento delle retribuzioni dei lavoratori bengalesi, è stato ritrovato nei pressi della capitale Dhaka con evidenti segni di tortura.

Le dichiarazioni di turbamento rilasciate dopo la strage dal primo ministro, Sheik Hasina, non sembrano perciò esprimere tanto il cordoglio per le vittime quanto piuttosto il timore che l’episodio possa generare complicazioni che minaccino la competitività del Bangladesh, a tutto vantaggio dei paesi vicini, impegnati in una corsa al ribasso per offrire le condizioni più vantaggiose alle grandi aziende multinazionali.
Per queste ragioni è iniziata subito un’operazione di contenimento dei danni da parte del governo centrale. Contro i familiari delle vittime, giunti sul luogo del disastro per chiedere notizie dei loro cari intrappolati nella fabbrica e per denunciare poi i ritardi nei soccorsi, sono stati ad esempio impiegati gas lacrimogeni da parte delle forze di sicurezza.


L’associazione delle aziende bengalesi esportatrici di prodotti tessili ha invece promesso compensazioni pari a circa 1.200 dollari per ogni vittima del rogo, una cifra irrisoria per cercare di comprare il silenzio dei parenti dei lavoratori deceduti. Queste iniziative, in ogni caso, non hanno per ora calmato gli animi tra i lavoratori del Bangladesh, come ha chiarito la manifestazione di protesta organizzata lunedì a Dhaka dagli operai del settore tessile e dai familiari delle vittime di Tazreen Fashions.
Secondo quanto riportato dalla testata locale on-line bdnews24, lunedì il ministro del Lavoro bengalese, Ahmed Raju, avrebbe poi organizzato dei team di ispettori da inviare nelle fabbriche del paese per accertare le condizioni di sicurezza, mentre allo stesso tempo è stata annunciata la chiusura di quelle strutture che non dispongono di sufficienti uscite di emergenza.
Queste ed altre misure, annunciate come al solito all’indomani di stragi orribili per placare lo sdegno dell’opinione pubblica, hanno però ben poche probabilità di essere messe in atto e, comunque, farebbero ben poco per migliorare in maniera sensibile la situazione generale. Il rischio quotidiano che corrono i lavoratori del Bangladesh è d’altra parte stato confermato dalla notizia di un nuovo incendio scoppiato lunedì in un’altra fabbrica tessile alla periferia di Dhaka che non avrebbe però fatto alcuna vittima.
Quella di sabato alla Tazreen Fashions è la più grave sciagura dovuta ad un incendio su un luogo di lavoro in Bangladesh e segue di poco più di due mesi quella che in circostanze analoghe in Pakistan è stata la peggiore strage in assoluto tra i disastri industriali. In quella occasioni a morire in un incendio furono oltre 300 operai di una fabbrica di Karachi – Ali Enterprises – che riforniva anch’essa marchi di abbigliamento occidentali e che allo stesso modo era stata da poco sottoposta a quelli che avrebbero dovuto essere rigorosi accertamenti per verificare l’esistenza delle basilari norme di sicurezza sui luoghi di lavoro.

DAL CNR UNA FOTOSINTESI "IBRIDA" PER SFRUTTARE L’ENERGIA SOLARE

Fotosintesi “ibrida” per facilitare 
lo sfruttamento dell’energia solare
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Dalla ricerca italiana arrivano indicazioni per utilizzare al meglio l’energia solare. Un gruppo di ricerca dell’Istituto per i processi chimico-fisici del Consiglio nazionale delle ricerche (Ipcf-Cnr) di Bari ha introdotto un nuovo approccio nel campo della conversione della luce solare in energia e sintetizzato un sistema ibrido, costituito da componenti naturali e strutture molecolari sintetiche, che potrebbe aprire nuove vie per la raccolta e lo sfruttamento dell’energia solare.
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«Abbiamo combinato il “cuore” dell’apparato fotosintetico di un batterio con una molecola sintetica capace di assorbire luce efficacemente, potenziando in tal modo la capacità del sistema naturale- ha spiegato Massimo Trotta dell’Ipcf-Cnr- In tutti gli organismi naturali alimentati dalla fotosintesi, l’organizzazione funzionale dell’apparato è la stessa: complessi di proteine e pigmenti catturano la luce come un’antenna e la guidano a un centro di reazione, dove l’energia è convertita in coppie di cariche opposte: un elettrone carico negativamente viene separato dalla molecola di provenienza, lasciandovi una “buca” carica positivamente».
Questo stato per poter essere utilizzato, hanno precisato i ricercatori, deve essere però mantenuto abbastanza a lungo: «Di recente sono stati sviluppati dei sistemi totalmente sintetici che catturano efficacemente la luce, ma il tempo di vita degli stati a cariche separate generati è dell’ordine dei millisecondi. Per superare questa limitazione, nei sistemi ibridi, si combinano un “fotoconvertitore” naturale e un assorbitore artificiale di luce: finora sono stati utilizzati i “quantum dots”, ossia nanostrutture realizzate con materiali semiconduttori», ha aggiunto Francesco Milano, un altro autore della ricerca.

Il gruppo di ricercatori dell’Ipcf-Cnr ha invece impiegato come antenna artificiale un assorbitore molecolare progettato ad hoc, che possiede numerosi vantaggi rispetto ai “quantum dots”. «La varietà strutturale sta nell’utilizzo di composti organici che permettono una modulazione molto precisa delle proprietà fotofisiche ed elettroniche dell’assorbitore- hanno spiegato Angela Agostiano e Gianluca M. Farinola dell’Università di Bari che hanno collaborato al progetto- La forma e la flessibilità molecolare possono così essere controllate in modo tale che l’antenna artificiale non alteri la reazione naturale e che sia inserita sul centro di reazione nei siti desiderati, in modo da massimizzarne l’efficacia». I ricercatori sono riusciti a combinare l’antenna molecolare da loro ideata con il centro di reazione del batterio rosso “Rhodobacter sphaeroides R26”.
«Questo consente di potenziare l’attività del microrganismo, estendendola a una regione dello spettro della luce solare che non viene assorbita dal sistema biologico originario, dimostrando che è possibile disegnare ibridi organico-biologici che, in opportune condizioni, risultino più performanti del sistema naturale», ha concluso Trotta. Lo studio dei ricercatori del Ipcf-Cnr è stato pubblicato su Angewandte Chemie.

LA BUFALA DEL SORPASSO PETROLIFERO DEGLI USA

La bufala del sorpasso petrolifero degli USA

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E’ la produzione petrolifera araba che crolla…ecco la rivelazione (…): 
li sorpasserà entro il 2020 
solo perché la loro produzione è destinata a crollare, e non a crescere.
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Ma guarda che interessanti scoperte ha fatto Michael Klare, docente universitario americano che si occupa anche di risorse ed energia. Mentre eravamo tutti a commentare l’unica notizia dell’ultimo World Energy Outlook IEA che ha meritato titoloni, ovvero l’ormai famigerata storia che gli USA supereranno Arabia e Russia in fatto di produzione petrolifera, l’esimio professore si è invece preso la briga di leggere il report fin nelle sue riposte pieghe. E ha tirato alcune conclusioni davvero interessanti, che smentiscono l’ottimismo generale “Tutto va ben, madama la marchesa”.

Potremmo tradurre il titolo del suo articolo in “Il bello, il brutto e il tremendamente cattivo”. Ad esempio:
Prendete la produzione USA che sorpassa quella di Arabia e Russia. Fantastico, vero? Ma ecco la rivelazione (…): li sorpasserà entro il 2020 solo perché la loro produzione è destinata a crollare, e non a crescere.

Infatti, secondo le ultime revisioni IEA, la produzione USA crescerà fino a 11 miliardi di barili al giorno entro il 2025, ma l’output saudita crollerà inaspettatamente a 10,6 miliardi di barili e quello russo a 9,7. Ecco il motivo del sorpasso: un vincere facile, altro che miracoli del fracking!
La IEA però, se la ride Klare, annuncia un altro trionfo che risolverà i problemi petroliferi: la produzione irachena più che raddoppiata… nel 2035. Vista la situazione di instabilità continua che vive oggi quel Paese, è come rimandare indefinitamente un futuro cornucopiano.

Klare esamina infine il report anche per quanto riguarda il carbone, i sussidi ai carburanti e soprattutto il problema climatico, concludendo in modo impressionante:
In un report che strombazza belle notizie sulla supremazia petrolifera americana, suggerire poi quietamente che il mondo è destinato senza rimedio ad un aumento di temperatura di quasi 4 gradi, è come piazzare una bomba termonucleare in un regalo di Natale graziosamente incartato.

RIFLETTIAMO INSIEME: SIAMO CAVIE DI UN LABORATORIO A CIELO APERTO

Onde elettromagnetiche,
siamo cavie di un laboratorio a cielo aperto
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Innocente Marcolini ha subito un’operazione per via di un tumore al cervello e da allora convive con il dolore. La Magistratura ha sentenziato che le onde elettromagnetiche sono emanate dai cellulari, dai WI-FI, dalle antenne telefoniche radio-televisive, dai radar, dai cordless e altri dispositivi e sono molto probabilmente dannose per l’uomo. Non possiamo saperlo ancora con certezza, lo sapremo forse fra una decina di anni.
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In pratica siamo tutte cavie, cavie di un laboratorio a cielo aperto, attraversato da milioni di onde invisibili sulla cui benignità pesano forti dubbi e che tuttora non sono regolate. Basta vedere che ogni volta che scegliamo di connetterci ad una rete senza fili la lista delle possibili reti tra cui scegliere è spesso molto lunga.

Applicare il principio di precauzione emanato in merito nel maggio 2011 dal Consiglio d’Europa e informare i cittadini sembrerebbe scontato. “Se mi avessero avvisato che c’erano dei rischi a usare tanto il telefono mi sarei comportato diversamente. Ma nessuno l’ha fatto” – ha dichiarato Marcolini e per questo, attraverso la piattaforma Change, ha lanciato una petizione online in cui chiede agli operatori di telefonia mobile di avvertire gli utenti sull’uso corretto del cellulare.
Non si tratta di tornare indietro. Non si tratta di chiedere di bandire i cellulari e gli apparecchi tecnologici che emanano le onde. 
Si tratta piuttosto di essere messi al corrente di piccole strategie e informazioni fondamentali, come usare l’auricolare, il vivavoce o gli sms il più possibile; evitare di tenere il cellulare a contatto con il corpo o vicino al cuscino quando si dorme; alternare l’orecchio durante le chiamate e non appoggiarvi direttamente il telefono quando c’è poco segnale…
Basterebbe poco insomma a ridurre il rischio, e allora perché questa omertà?

leggi anche:
PER DIFENDERTI DALLE ONDE ELETTROMEGNETICHE

FARE LA BONIFICA DEI TERRENI INQUINATI CON I FIORI

La bonifica dei terreni inquinati? La fanno i fiori

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Una ricerca dell’università di Warwick
Prodotte anche nanoparticelle di platino e arsenico, utili per trattamenti contro il cancro
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Un consorzio di ricerca britannico guidato dal Warwick Manufacturing group (Wmg) dell’università di Warwick ha avviato un programma da 3 milioni di sterline chiamato “Cleaning land for wealth” (Cl4W), “Pulire la terra per il benessere” che utilizzerà delle specie di fiori comuni per bonificare i terreni inquinati e per produrre nanoparticelle di platino ed arsenico da utilizzare nei convertitori catalitici, nei trattamenti per il cancro e in una serie di altre applicazioni.

Questo “Sandpit exercise” voluto dall’Engineering and physical sciences research council (Epsrc) mette insieme ricercatori del Wmg e dell’università di Newcastle, Birmingham, Cranfield ed Edimburgo che condividono tecnologie e competenze per elaborare un innovativo progetto di ricerca multidisciplinare che potrebbe contribuire a risolvere le sfide tecnologiche e ambientali delle bonifiche dei siti contaminati.
La “Phytoremediation” (fito-bonifica) è un procedimento che utilizza le piante di assorbire i veleni e metalli pesanti dal terreno e per imprigionarli nella parte aerea della pianta. Per questo già da tempo alcune specie vegetali vengono impiegate spesso nelle strategie di bonifica, tra queste ci sono anche gli alyssum, specie di origine europea composta da piante erbacee annuali e perenni o piccoli arbusti che hanno foglie ovali e fiori bianchi e gialli
Il consorzio metterà in atto le diverse ricerche che puntano ad utilizzare le piante e batteri per assorbire particolari elementi e sostanze chimiche e metterà in atto le tecniche necessarie a raccogliere ed utilizzare i materiali. Per dimostrare la fattibilità della bonifica naturale dei siti è già stato messo a punto un metodo che sembra molto promettente e che utilizza specie comuni di fiori e piante come l’alyssum per rimuovere sostanze chimiche tossiche come l’arsenico e il platino dai terreni e corsi d’acqua inquinati, permettendo potenzialmente di recuperare e riutilizzare il terreno bonificato.

Già da solo questo sarebbe un risultato importante, ma mentre la sperimentazione andava avanti i ricercatori hanno scoperto di aver trovato qualcosa che permetterebbe di ottenere molto di più di una semplice bonifica dei suoli. Il responsabile del progetto, Kerry Kirwan, del Wgm, spiega che «I processi che sono in via di sviluppo non solo rimuovono veleni come l’arsenico e il platino dai terreni e corsi d’acqua contaminati, siamo anche sicuri di poter sviluppare processi biologici e bioraffinazione (o biofactories) che possano determinare le forme e le dimensioni delle nanoparticelle dei metalli che producono. Questo darebbe ai produttori di convertitori catalitici, sviluppatori di trattamenti contro il cancro e di altre tecnologie, i materiali necessari esattamente delle giuste forme, dimensioni e funzionalità di cui hanno bisogno, senza un successivo affinamento. Durante lo tesso processo di bioraffinazione ci attendiamo anche di recuperare dalle coltivazioni altri materiali ad alto valore aggiunto, utilizzabili come prodotti della chimica fine, prodotti farmaceutici, anti-ossidanti, eccetera».

GINO STRADA: LA GENTE NON SA COSA STA ACCADENDO REALMENTE IN AFGHANISTAN

La gente non sa cosa sta accadendo in Afghanistan
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“I politici italiani e di tutto il mondo vengono qui, si fermano nelle basi militari, poi vanno via dicendo che va tutto bene. Non vedono cosa accade nel Paese”
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di Piera Matteucci

Il fondatore di Emergency è tornato a Kabul, dove si trova uno degli ospedali chirurgici aperti per assistere le vittime di guerra. “Ogni mese aumenta il numero dei ricoverati e la situazione sanitaria locale è drammatica”. Per proseguire l’attività c’è bisogno di risorse, ma la crisi si fa sentire. Attentati ed esplosioni quasi quotidiani (l’ultimo solo qualche giorno fa a Maydan Wardak, a sud ovest di Kabul, con due morti, più di 90 feriti e la distruzione di un centro medico), un’assistenza sanitaria pubblica praticamente assente e tanta incertezza sul futuro. Questo è l’Afghanistan di oggi, come lo racconta Gino Strada, il fondatore di Emergency che, a Kabul, ha aperto uno dei tre ospedali chirurgici costruiti dall’Associazione fondata nel ’94, per curare le vittime di guerra, da qualunque parte arrivino.
“I politici italiani in visita non sanno cosa accade davvero”. Dal dicembre 1999 fino alla fine di marzo di quest’anno, sono 3.269.901 le persone assistite da Emergency, negli ospedali e nei 35 posti di primo soccorso e centri sanitari allestiti in tutto lo Stato. Un’attività vasta e complessa, resa ancora più complicata dalle difficoltà economiche e da un clima tutt’altro che pacifico. “La preoccupazione cresce di giorno in giorno – dice Strada – non solo la nostra, ma anche quella del presidente Hamid Karzai, del ministro dell’Interno e di tanti rappresentanti politici che ho incontrato in questi giorni. Negli ultimi dieci anni di guerra, che molti preferiscono chiamare pace, la situazione in Afghanistan è notevolmente peggiorata. Molti politici internazionali, anche italiani vengono qui, ma si fermano solo nelle basi militari. Poi vanno via, dicendo che va tutto bene. Non visitano veramente il Paese, per rendersi conto di com’è la reale situazione e di come si vive qui”.
“La guerra ha arricchito molti”. Un’enorme differenza tra una piccola parte della popolazione che, anche grazie alla guerra, è riuscita ad accumulare ricchezze smisurate e la maggior parte delle persone che, invece, vive peggio di prima. “Negli ultimi tempi – prosegue Strada – c’è stata l’esplosione di problemi fino a qualche anno fa sconosciuti o marginali: criminalità comune, droga, prostituzione, Aids… A Kabul è pericoloso anche uscire di casa. Per fortuna le nostre abitazioni sono di fronte all’ospedale e la vita di chi è impegnato qui si divide tra casa e lavoro. Le condizioni sono drammatiche, la città è una grandissima centrale militare, concheckpoint ogni 100 metri e fili spinati ovunque. In una condizione come questa, è difficile parlare di pace”. Ed è ancora più difficile se si pensa che, ogni mese, il numero di feriti di guerra, invece che diminuire, aumenta, con una media che tocca le 250 unità e con picchi più elevati durante il periodo estivo, quando la gente si muove di più e gli attentati mietono più vittime. 
Tutti i soldi che si spendono. C’è una nota polemica nella voce di Strada quando si inizia a parlare di cifre. “Emergency, per assistere i pazienti e mantenere le strutture in Afghanistan, spende 5,5 milioni di euro l’anno. Le truppe italiane stanziate qui ne spendono un miliardo, ma ancora poco rispetto a quelle Usa, che di miliardi di dollari ne spendono 5 al mese. Quanto si riuscirebbe a fare se queste cifre venissero utilizzate per altri scopi?”. La situazione sanitaria locale, poi, è in condizioni pessime. I medicinali sono solo a pagamento e anche l’assistenza ospedaliera è quasi esclusivamente privata: “Strutture pubbliche esistono – dice ancora il capo di Emergency -, ma basta metterci piede per rendersi conto dello stato di degrado in cui versano. Medici e infermieri locali sono più interessati a procacciarsi clienti per le loro cliniche private che a offrire assistenza gratuita”.
Si allargano i criteri di ammissione. Anche per questo motivo Emergency, nell’ospedale di Anabah, in Panshir, ha allargato le maglie dei criteri di ammissione, fornendo anche servizi di chirurgia d’emergenza e traumatologia e dando vita, nel 2003, a un Centro di maternità, l’unico specializzato e gratuito in tutta la regione, che conta una popolazione di circa 250 mila persone. “Quando abbiamo deciso di aprire questo centro, avevamo un po’ paura di non riuscire a fare breccia in un Paese dove la cultura prevedeva solo nascite in casa – racconta Strada -. Invece ora siamo arrivati a 4.200 parti l’anno, con risultati molto buoni sia per la sopravvivenza dei nati che per le madri. La comprensione da parte della popolazione della nostra attività è stata ampia, e la diffidenza iniziale è stata a poco a poco superata. Ora le donne incinte arrivano nel centro, accompagnate dai mariti, per effettuare controlli durante la gravidanza e sono anche stati attivati dei piani di contraccezione per evitare situazioni a rischio”.
Ciò che succederà dopo il 2014. Sono 1.200 gli operatori di Emergency in tutto Afghanistan: il resto del personale medico ed infermieristico è costituito da gente del posto, addestrata dagli esperti dell’ong. “Non ce la potremmo fare solo con le nostre risorse – dice ancora Strada – è indispensabile la partecipazione degli afgani, sia per proseguire l’attività del momento, sia in visione di ciò che potrebbe succedere dopo il 2014”. Una data, quella del 2014, circondata da incertezza, tra voci di ritiro delle truppe internazionali, che vengono continuamente smentite, e poche garanzie su quanto gli afgani riusciranno a fare, una volta che dovranno gestire la situazione da soli: “Finché c’è occupazione ci sarà guerra – sostiene Strada – i talebani controllano l’80-85% del territorio e la prima città nelle loro mani è ad appena 35 chilometri da qui. Una volta che le forze straniere avranno lasciato il Paese, si vedrà quale sarà l’attitudine degli afgani a gestirsi e come si comporteranno quelli che, finora, hanno soffiato sul fuoco perché questa situazione non si risolva”. 
“Cresce il numero dei nostri sostenitori”. Emergency, comunque, prosegue nella sua attività, nonostante la guerra e la crisi. “Andiamo avanti grazie alla buona volontà dei cittadini italiani – conclude Strada – sono loro che, con il 5per mille e le donazioni ci supportano nel nostro lavoro. Il numero dei nostri sostenitori cresce sempre di più, segno che c’è una sensibilità profonda per quello che facciamo per aiutare questa gente. Purtroppo, però, la crisi si fa sentire sulle tasche di tutti. L’importante è fare del proprio meglio per continuare ad andare avanti”.

RIFLETTIAMO INSIEME: LA NOSTRA CLASSE DIRIGENTE E’ SCHIAVA DI ALTRI POTERI

I Politici ridotti a camerieri litigano per le briciole
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La nostra classe dirigente è schiava di altri poteri: si beccano per portare a casa gli avanzi della dispensa
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di Gianluigi Paragone
fonte: Liberoquotidiano

Buone primarie agli elettori del Pd. La sfida sarà vera e interessante, a prescindere dallo strascico di polemiche già facilmente prevedibili. Renzi se perderà attaccherà la rumba, farà il piangina (cosa che gli riesce benissimo…) sulle regole e s’inventerà una specie di ritorsione dei vecchi contro i giovani. Il ragazzotto è prevedibile, oltre che scarico. Esaurito il pacchetto di frasi fatte con cui sta facendo il giro delle sette chiese (soprattutto quella finanziaria), al sindaco di Firenze resterà un pezzetto di partito che, coi vecchi metodi, manderà a Roma in Parlamento. Lo ha ammesso egli stesso. Comunque sia, staremo a vedere; intanto… buone primarie a quelli del centrosinistra.

Per quelle del centrodestra, invece, ci faranno sapere. L’idea della competizione per scegliere chi dovrà guidare il Pdl sta invecchiando assieme alla tiritera che il solito Berlusconi ha costruito per depotenziare delfini, colonnelli e aspiranti capi, a conferma che in quel non-partito basta un Berlusconi pressoché cotto per impacchettare tutti quanti. Vedremo quanto il vaudeville pidiellino proseguirà; i personaggi – da Brunetta a Samorì – non difettano.

A destra come a sinistra una cosa tuttavia mi sembra si possa dire con certezza. Qualsiasi leader o mezzo leader uscirà dalle primarie sarà espressione di un potere residuale. La politica oggi assolve a una sola funzione: autoconservarsi. Il dibattito surreale e ipocrita sulla legge elettorale mette a nudo il meschino tentativo di salvare il proprio deretano, di non indietreggiare d’un passo rispetto al vento di cambiamento che soffia dappertutto. La difesa delle Province è un altro esempio di resistenza. Così come l’arroccamento della Polverini alla Regione Lazio, almeno fino a che ha potuto. Per non dire delle parole al vento sulla riduzione del numero di parlamentari; a tal proposito è notizia di questi giorni che vorrebbero istituire una commissione di esperti votati dagli elettori, incaricata di studiare una riforma costituzionale. Oltre al danno la beffa: altro che riduzione dei parlamentari, questi stanno cercando di piazzarne altri novanta! Pazzesco. L’astensionismo cresce perché non ci si fida più dei politici e questi vanno avanti a moltiplicare poltrone e stipendi per salvare se stessi! Il potere politico, in questi anni, si è avvitato su di sé, non è stato capace di trovare un nuovo equilibrio tra spesa pubblica e riforma fiscale. Si è sfibrato a tal punto da risultare nullo rispetto al pressing dell’Unione europea e della Banca centrale, i cui vertici – al riparo da qualsiasi mandato elettorale – influenzano le decisioni dei governi nazionali. Tanto da deciderne addirittura le sorti, com’è accaduto in Italia, in Grecia e per alcuni versi in Spagna visto che l’autonomia del presidente Rajoy è subordinata alle decisioni dei mercati.
Siamo quindi al punto fondamentale. L’unico. Nessuno dei leader in circolazione ha la stoffa per sfidare il nuovo potere, quello invisibile dell’alta finanza. Dal Fiscal compact al fondo salva Stati, decidono loro e così si deve fare.

Il centrosinistra da anni è complice dei grandi banchieri e il caso di MontePaschi Siena vale come paradigma del dna piddino. Il giovane Renzi s’è sbracciato per Davide Serra, il finanziere del fondo Algebris; mica per gli operai… Dei candidati alle primarie solo Vendola è l’unico che mette in discussione l’Europa, rimanendo però sospeso nella retorica dell’Europa politica, foglia di fico sempreverde. Dall’altra parte del cielo, il Pdl è europeista a intermittenza e comunque nessuno ha capito cosa cavolo abbia in testa. A cominciare da Berlusconi, il quale si dimise per lo spread.

La politica è esposta alle tempeste dello scontento generale ma conta poco o nulla. Chi dà le carte è il potere elitario, invisibile, di chi ha svenduto la sovranità, di chi dà i soldi alle banche consentendo loro di non girarlo per il rilancio dell’economia reale. Vince il potere di chi ha abbassato l’asticella dei diritti dei lavoratori e ha ridotto gli imprenditori a questuanti delle banche. La politica non ha visto il disegno invisibile in corso perché era troppo impegnata ad arraffare soldi per sé e per i propri amichetti. L’Italia è retta da un presidente del Consiglio espressione di questi poteri (per i quali ha offerto profumatissime consulenze). Ha affidato le riforme del lavoro alla Fornero, una maestrina impreparata (sua ammissione) che scappa dalle domande e scappa pure dalle sue stesse parole in libertà. Il governo Monti è infarcito di manager di banca con palesi conflitti d’interesse, uno dei quali è indagato proprio per quell’incarico in Banca Intesa. Ministri che scappano dalle domande e altri che scappano in elicottero perché la rabbia di chi è senza lavoro è rabbia vera e che promuove solidarietà; scappano salvo poi farsi intervistare nei salotti di velluto o farsi fotografare in riviste patinate nella speranza di diventare simpatici. Squallido. 
Ecco come sono ridotti i nostri politici: camerieri di altri poteri. Camerieri che, finito il turno, litigano per chi debba portarsi a casa gli avanzi della dispensa.

MA DOVE E’ FINITO L’ORO DELL’ITALIA ?

Noi, riserva aurea mondiale: 

e dov’è finito l’oro dell’Italia? 

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Pochi lo sanno, ma il nostro paese detiene la quarta riserva aurea del mondo, dopo UsaGermania e Fmi. Qualcosa come 2.450 tonnellate di lingotti, pari a 110 miliardi di euro. Bankitalia potrebbe usarli per ridurre il debito e contrastare attacchi speculativi, ma non lo fa. 
E poi: siamo sicuri di sapere esattamente dove si trovi quella montagna d’oro? 
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E’ il bene-rifugio per antonomasia, quello che «tesaurizza le aspettative di crisi». In suo nome, scrive Mauro Bottarelli su “Il Sussidiario”, sono accadute molte cose strane e in apparenza inspiegabili. Come nella guerra in Libia, trasformatasi in un incredibile Vietnam. Poi, lo stallo militare fu sbloccato in soli tre giorni. Armi dall’Occidente? Servizi segreti? Forze speciali francesi e britanniche a fianco dei ribelli? Ma no: oro. Per la precisione, i lingotti che il Venezuela aveva parcheggiato a Londra: Hugo Chávez chiese il rimpatrio di quell’oro, ma la Banca d’Inghilterra l’aveva “movimentato”, non ce l’aveva più nei suoi caveau. Quale occasione migliore, allora, per arraffare le 150 tonnellate di riserve auree di Gheddafi?

Per restituire al Venezuela l’oro che Chavez aveva concesso in leasing alla Bank of England, Londra avrebbe dovuto procurarselo altrove: ricomprarlo sul mercato, o – meglio ancora – prenderlo, manu militari, direttamente ai libici. «Così facendo, il Venezuela avrebbe riavuto ciò che era suo e il mercato non avrebbe subito nuovi, pericolosissimi scossoni per chi gioca con i futures e per chi, come Londra e New York, gode dello status di caveau dell’oro mondiale ma, di fatto, di lingotti fisici ne ha davvero pochi», scrive Bottarelli, ricordando «lo scandalo delle barre di tungsteno dipinte in color oro e conservate alla Fed, come denunciato da Ron Paul». Perché oggi l’oro torna al centro della scena? Perché c’è la crisi, ovviamente. E la tendenza è chiara: riprendere il controllo del bene-rifugio più sicuro di sempre. Cosa che, peraltro, la Germania ha già fatto: nel 2001, scrive “Il Sussidiario”, la Bundesbank ritirò i due terzi delle sue detenzioni d’oro presso la Bank of England, stando a un report confidenziale diffuso di recente.
La rivelazione, aggiunge il blog, ha fatto seguito alla sacrosanta richiesta da parte degli enti preposti al controllo del budget tedesco, affinché il governo verificasse sul posto che le riserve auree depositate a Londra, New York e Parigi esistessero davvero, fisicamente. La Germania possiede 3.396 tonnellate d’oro, pari a un controvalore di 143 miliardi di euro, ed è la seconda riserva aurea al mondo dopo gli Usa, «sempre ammesso che quello statunitense non sia davvero tutto tungsteno». La massima parte dell’oro tedesco fu stivata all’estero durante laGuerra Fredda, nel timore di un’invasione sovietica. Circa il 66% è conservato alla Fed di New York, il 21% alla Bank of England e l’8% alla Banque de France: la Corte degli Uditori tedesca, però, in tempi di crisi nera, ha ritenuto di non fidarsi e ha avvertito i legislatori tedeschi che «le riserve auree non sono mai state verificate fisicamente». Di qui l’ordine alla Bundesbank di assicurarsi l’accesso ai siti di stoccaggio. Sempre la Corte ha ordinato il rimpatrio nei prossimi tre anni di 150 tonnellate per verificarne qualità e peso, visto anche che Francoforte non dispone di un registro di numerazione delle barre d’oro.
Stando sempre al report, aggiunge “Il Sussidiario”, la Bundesbank avrebbe ridotto le sue detenzioni d’oro a Londra da 1.440 a sole 500 tonnellate tra il 2000 e il 2001, ufficialmente «perché i costi di stoccaggio erano troppo alti». A quel punto, il metallo sarebbe stato trasportato per via aerea a Francoforte. Il tutto, mentre l’allora ministro del Tesoro britannico, Gordon Brown, «stava svendendo a mani basse le riserve auree britanniche – ai prezzi minimi sul mercato – e con l’euro da poco introdotto come valuta di riferimento anch’esso ai minimi di 0,84 sul dollaro». Perché questa mossa? «Semplice: per evitare che l’oro andasse in giro e non tornasse più». Insomma, una scelta difensiva: «Sia perché la Bank of England stava esagerando con il leasing dell’oro che deteneva, sia perché il governo Blair aveva deciso di vendere le riserve per fare cassa, sia perché le barre d’oro tedesche non avevano un registro e un codice identificativo, quindi non erano reclamabili in modo certo». Insomma, il rischio è quello di non poter richiedere con prove e certezza il proprio oro e «diventare, legalmente, solo un creditore generale con un conto in metallo».
Più di dieci anni fa, quindi, la Germania ha avuto la lungimirante idea di mettere al sicuro gran parte delle proprie riserve. Domanda: se si rompe la catena che sul mercato aureo collega custodi, prestatori e soggetti che operano nel leasing, chi può davvero reclamare il proprio oro se non si sa dove sia e se non esiste un registro con numeri seriali? «Quanto emerso in questi giorni grazie all’iniziativa dei regolatori tedeschi è particolarmente interessante per il nostro paese», osserva Bottarelli, data la consistenza della riserva aurea italiana, la quarta al mondo. Lo scorso 6 ottobre ne ha fatto diretto riferimento la stessa Consob, cioè l’ente per la vigilanza sui mercati finanziari guidato da Giuseppe Vegas. «Per cercare di abbattere il debito pubblico – sostiene la Consob – si possono usare senza tanti problemi le riserve auree della Banca d’Italia». Palazzo Koch, infatti, «può liberamente disporre di tutti i propri beni mobili e immobili, nei limiti in cui tali atti di disposizione non incidano sulla capacità di poter trasferire alla Bce le attività di riserva eventualmente richieste».
Incombe infatti il rischio di nuovi attacchi dopo quello della scorsa estate, quando la Commissione Europea aveva proposto la costituzione di un super-fondo a cui trasmettere, tra le altre cose, le riserve di Bankitalia per cercare di contrastare un debito pubblico ormai prossimo ai 2.000 miliardi di euro. Sempre la Consob ricorda che la legge 262 sul risparmio, varata nel 2005, stabilisce che Bankitalia è “istituto di diritto pubblico”, nonostante le quote di partecipazione al capitale di palazzo Koch oggi ancora detenute dalle banche. «Sul punto – rileva Bottarelli – sarebbe dovuto intervenire un regolamento governativo, che però ancora non c’è». Un tassello effettivamente mancante, per la Consob, secondo la quale «una volta emanato il citato regolamento, lo Stato – quale unico azionista della Banca d’Italia – potrebbe liberamente disporre di tutti i beni della Banca d’Italia che, come l’oro, non sono in alcun modo funzionali allo svolgimento dei compiti istituzionali».
Ma dove sono le circa 2450 tonnellate d’oro, pari a circa 110 miliardi di euro, di riserve auree italiane? Presso Bankitalia? «Non certo tutte: una parte è custodita negli Usa e a Londra», spiega ancora Bottarelli. «Se la Bundesbank dieci anni fa ha deciso che era meglio tenersele vicine, non sarebbe il caso che, prima di discutere le proposte della Consob, qualcuno si prenda il disturbo di dare una controllatina?». E poi: in che percentuale le nostre riserve sono conservate all’estero? Esiste un regolare registro? Barre e lingotti sono contraddistinti con numeri seriali, dai quali si evince senza ombra di dubbio la proprietà italiana? «Non dico un’interrogazione parlamentare – conclude Bottarelli – ma una domandina almeno al question time del mercoledì qualcuno vorrebbe farla al ministro competente? Prima di fare conti, come quelli di Vegas, senza avere più il metallo».

LA PRIMA ASSEMBLEA DEL QUARTO POLO: "CAMBIARE SI PUO’"

Un Quarto Polo a sinistra di PD-SEL
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Il prossimo 1° dicembre si terrà l’assemblea iniziale degli aderenti all’appello “Cambiare Si Può”.
L’obiettivo dell’assemblea è chiaro: gettare le basi per la costruzione rapida di un Quarto Polo elettorale, a sinistra della coalizione PD-SEL e indipendente dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

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di Pixel
fonte: Megachip

Questo appello è l’esito di una complessa storia che nell’ultimo anno ha visto nascere diversi movimenti in opposizione alla cosiddetta “agenda Monti”, da ALBA (Alleanza Lavoro Beni Comuni Ambiente) al Comitato No Debito, da diverse liste civiche al Movimento della ValSusa, movimenti ecologisti territoriali, studenti, professori ed intellettuali, comuni diversamente virtuosi, rivendicazioni civili e di genere, così come ha visto il riposizionamento di alcune organizzazioni della dispersa “sinistra radicale”, quali Rifondazione Comunista e Sinistra Critica.
Il peggioramento della crisi, perfettamente prevedibile ma non dai nostri imbonitori “tecnici” e politici, ha approfondito il già evidente solco tra chi non vuole più subire i tentativi della sua gestione a favore dei fini ristretti dell’accumulazione infinita – oggi rappresentati dall’esorbitate privilegio del capitalismo finanziario – e chi questi tentativi persegue senza alcuna considerazione per le sofferenze sociali che arreca e con l’unica garanzia che ogni “soluzione” raggiunta sarà solo parziale, temporanea e destinata ad inasprire tutte le contraddizioni, finanziarie, economiche, sociali, politiche, geopolitiche ed ecologiche che determinano il carattere sistemico della crisi attuale.
Per contro, il solco e il conseguente spazio tracciato anche dalla folle rincorsa al centro di quelle forze che si autodefiniscono “progressiste”, ha aperto una possibilità di dialogo tra le forze, i movimenti e le personalità che iniziano proficuamente a riconoscersi come elementi di un unico quadro composito e più vasto. E, cosa importante, che potrebbe essere ben più ampio.
Sarebbe necessario che la Fiom (punto di riferimento sociale di ALBA), dialoghi con la Rete 28 aprile e l’Unione dei Sindacati di Base (il cui incontro ha dato vita al Comitato No Debito.
E’ necessaria una riconsiderazione radicale delle forze più organizzate, come già sta avvenendo in Rifondazione Comunista, delle proprie strutture in relazione ai movimenti e alla nuove pratiche di democrazia e di partecipazione politica che si stanno diffondendo.
E’ necessario che i movimenti locali, le lotte numerosissime ma disperse sul territorio diventino vasi comunicanti che permettano di residuare organizzazione e programma.
2. Abbiamo la possibilità di offrire agli Italiani pratiche politiche inedite, dirette, trasparenti, partecipative.
Abbiamo la possibilità di presentare punti programmatici nuovi, capibili, positivi, attraenti, utili e perfettamente praticabili.
Abbiamo la possibilità di riportare la politica al primo posto dopo una dose etilica da cirrosi epatica di economicismo. La politica come strumento popolare e democratico per incidere sulla realtà e indirizzarla verso esiti non catastrofici, ma anzi di gran lunga migliorativi.
Abbiamo la possibilità di portare la finanza e il mercato al servizio della società, rovesciando il rapporto di subordinazione oggi esistente.
Sabato scorso Alternativa ha organizzato a Milano un convegno dal titolo “Crisi sistemica, neokeynesismo, decrescita. Tra interpretazioni diverse e compiti politici unitari”. Il successo di quel convegno oltre alla partecipazione e alla qualità del dibattito è stato proprio nella verifica che ampi parti di analisi e sintesi, pur da punti di vista ancorati a diverse tradizioni, possono ricomporsi in una visione generale ampiamente condivisa.
Il suicidio (programmato? casuale?) di SEL o, se si vuole, l’omicidio delle proprie “fabbriche” da parte del suo leader, se da una parte lascia pur sempre sconcertati sia nel merito sia nella poco edificante riproposizione di schemi opportunistici di piccolo cabotaggio, è un altro elemento di chiarezza. Speriamo, innanzitutto, per gli stessi militanti di SEL.
Il sindaco di Napoli, De Magistris, di fronte a questo spettacolo deve capire senza titubanze che l’abbraccio di Bersani, come quello eventuale di Renzi, è mortale come lo fu quello di Prodi. Gli esiti di molte incertezze e di molti errori sono oggi sotto gli occhi di tutti e gli Italiani hanno fatto capire ripetutamente che non li tollerano più. E non tollerano più né il metodo, ovvero l’opportunismo maneggione fatto passare per “scienza del possibile”, né il merito, che è sintetizzato dalla fedeltà ai micidiali impegni internazionali firmati da Monti che tutti i candidati alle primarie del PD-SEL hanno dovuto sottoscrivere.
Il solco che loro hanno tracciato non può essere ignorato da noi. Nessuna strizzatina d’occhi, nessuna ipotesi di costituzione della “sinistra del centrosinistra. Solo così avremo la possibilità di far ritornare al voto milioni di Italiani che da anni non scorgono più alcuna ragione di mettere una croce su simboli e candidati imposti dalle segreterie e che hanno il solo compito di garantire che il Nulla appaia come la Realtà, al fine di tutelare circoli di poteri sempre più famelici e al di fuori di ogni controllo democratico o di nascondere la propria debolezza.
La realtà ovviamente c’è, ed è quella della crisi che morde sempre di più e del conseguente stato di caos che le istituzioni sociali, nazionali e internazionali, sperimentano in modo sempre più drammatico. Questo è il nemico che vogliamo contrastare cominciando a produrre un’alternativa praticabile. Questo dobbiamo far sapere e comunicare.
Sarà un percorso parallelo a quello del Movimento 5 Stelle. Questa formazione ha già fatto sapere a più riprese che correrà nel suo splendido isolamento. Anzi, che è costituzionalmente impossibilitata ad apparentamenti e ad alleanze.
Benissimo, così sia. Ne prendiamo atto e non ostacoleremo il Movimento 5 Stelle nella sua marcia solitaria. Saremo però di fatto parziali concorrenti, proprio perché tra Cambiare Si Può e il Movimento 5 Stelle c’è una intersezione non vuota di programmi e di intendimenti, benché non ci sia una nettasovrapposizione. Ovviamente “concorrenza” non significa “inimicizia” né tanto meno esclusione di possibili collaborazioni e sviluppo di processi comuni.
I compiti sono molti, non sono facili e il tempo stringe. Tuttavia non sono fuori dalla nostra portata. Il terreno comune c’è ed è fertile. Questo terreno, fuori delle enclosures dei vari approcci comunque neo-liberisti è il nostro primo “bene comune”. Coltiviamolo.

Per aderire all’appello “Cambiare si può”: http://www.cambiaresipuo.net/