UNA GUERRA TRA GIAPPONE E CINA NEL 2013 ?

di HUGH WHITE
smh.com.au
 
Certo, dovremmo tutti sperare che prevalga il buon senso.
Sembra davvero ridicolo pensare che le tre più ricche potenze al mondo- due delle quali dotate di apparati nucleari- vogliano entrare in conflitto per una questione del genere. Ma questo significa confondere lo scoppio della guerra con le sue cause. Lo storico greco Trucidide, spiegò la differenza già 2500 anni fa. Scrisse infatti che la guerra del Peloponneso prese il via da un battibecco tra Atene e uno degli alleati di Sparta, per un problema da niente. Ma che a causare la guerra fu qualcosa di molto più grave: la crescita in ricchezza e potere di Atene e la paura che ciò generò in Sparta.
 
L’analogia con l’Asia odierna è drammaticamente vicina e per niente rassicurante. Nessuno nel 431 a.C. voleva davvero la guerra, ma quando gli Ateniesi minacciarono uno degli alleati di Sparta per una colonia contesa, gli spartani sentirono di dover intervenire. Ebbero paura che, retrocedendo di fronte al potere in espansione di Atene, avrebbero compromesso la posizione di Sparta nel mondo greco, concedendo dunque la supremazia ad Atene.
 
La questione di Senkakus è dunque un sintomo delle tensioni la cui causa è altrove: nella crescente sfida alla lunga leadership dell’America in Asia e nella reazione americana. In questi ultimi anni la Cina è diventata sia notevolmente più forte, sia sensibilmente più assertiva. L’America ha contato sul suo alleato strategico in Asia. Adesso, la Cina sta respingendo l’appoggio a Barak Obama nel mirare al Giappone nelle Senkakus.
 
I giapponesi, dal canto loro, temono che la Cina diventi ancora più dominante e che cresca la sua forza, mentre la loro protezione dipende dall’America. Anche loro però temono di non poter fare affidamento su Washington, se la Cina diventa ancora più forte. La pressione costante della Cina sulle Senkakus colpisce entrambi questi timori.
 
Il tira e molla per le isole è entrato da mesi in un crescendo. Poco prima delle recenti elezioni in Giappone, la Cina ha sorvolato le isole con un aeroplano di sorveglianza per la prima volta, e dalle elezioni entrambe le parti hanno reiterato un dialogo serrato.
 
Come finirà? Il rischio è che, senza un chiaro taglio a questo circolo vizioso, l’escalation possa continuare fino ad un punto in cui si spareranno i primi colpi e sarà impossibile fermare la spirale che porta alla guerra. Nessuna delle due parti potrebbe uscirne vincente e ciò potrebbe risultare devastante non solo per loro, ma per tutti noi. Nessuno vuole questo, ma la crisi non si fermerà da sola. Una parte, o entrambe, dovranno fare dei passi indietro per rompere il circolo vizioso di azione e reazione. Sarà difficile, in quanto ogni concessione fatta da una delle parti potrà essere facilmente vista come una cessione, con enormi costi in fatto di politica interna e per le implicazioni a livello internazionale.
 
Saranno necessarie anche forza e capacità politiche -di cui in giro si vedono poche manifestazioni- specialmente per quanto riguarda Tokyo e Pechino, che hanno entrambe leader nuovi e non collaudati. Ogni parte inoltre spera apparentemente di non dover fare questa prova, perché si aspetta sia l’altra a fare la prima mossa.v Pechino crede che, continuando a fare pressione, Washington persuaderà infine Tokyo a fare delle concessioni per le isole contestate, per poter evitare di essere immischiata in una guerra con la Cina, che sarebbe di sicuro una grande vittoria per quest’ultima. D’altra parte Tokyo spera ardentemente che, messa di fronte al supporto statunitense per il Giappone, la Cina non abbia altra scelta se non quella di ritirarsi.
 
Anche a Washington molta gente sembra pensare che la Cina si ritirerà. Ritengono che questa abbia bisogno dell’America molto più di quanto l’America abbia bisogno di lei e che Pechino indietreggerà pur di non creare una rottura con gli Stati Uniti, che potrebbe devastare l’economia cinese. 
 
Sfortunatamente, i cinesi sembrano vedere le cose diversamente. Credono che l’America non rischierà una rottura con la Cina in quanto l’economia americana potrebbe soffrirne parecchio.
 
Queste convinzioni sbagliate, fatte da entrambe le parti, portano in sé un terribile errore di calcolo; entrambi infatti sottovalutano quanto è in gioco per gli altri. Per il Giappone piegarsi alla pressione cinese significherebbe riconoscergli il diritto a vessarli a suo piacimento e accettare che l’America non li possa aiutare. Per Washington, non aiutare Tokyo potrebbe non soltanto deteriorare l’alleanza col Giappone, ma potrebbe anche rendere palese che l’America non è più la principale potenza dell’Asia e che l’ “alleato” è solo di facciata. Per Pechino, infine, un indietreggiamento potrebbe significare che, anziché testare fino in fondo il suo potere in crescita, la sua scorribanda nelle Senkakus dimostrerebbe semplicemente il mantenimento della supremazia americana. Per tutti loro, dunque, le più grandi questioni di potere e status sono in gioco. Questo è proprio il genere di problemi che hanno portato le grandi potenze alla guerra. 
 
Quindi, come uscire da questa empasse? Forse la diplomazia creativa può trovare una formula che salvi la faccia e calmi la situazione, lasciando che ognuno possa dire di aver fatto un passo in meno degli altri. Sarebbe magnifico. Però lascerebbe le cause più profonde del problema – il costante aumento del potere della Cina e una via pacifica per contenerlo- irrisolte. Questa rimane la vera sfida.
Hugh White è professore di studi strategici della ANU (Australia’s national university, ndt) e socio esterno del Lowy Institute.
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DANIELE FRAU
Titolo originale: “Una empasse in Asia per una inutile guerra”
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VIDEO – L’ITALIA ALLA FAME

 
Il blog si è recato alla mensa della Caritas a Milano, a due passi dalla grande statua di San Francesco posta all’inizio di corso Indipendenza. 
Ogni giorno la coda fuori dalla mensa di chi non può permettersi un pasto aumenta e se, fino a un anno fa, la maggioranza era composta da stranieri, comunitari e extracomunitari, oggi gli italiani sono in maggioranza. 
Abbiamo raccolto alcune testimonianze, tutte dignitose, dei nuovi poveri, degli esclusi, di un esodato, di un egiziano, di un ex imprenditore, di un brasiliano tra i 4.000 che sfilano fuori dai cancelli ignorati dai passanti.
 

RIFLETTIAMO INSIEME: IL 2013 SARA’ PEGGIO DEL 2012

Quale sarà il volto del 2013 dal punto di vista della crisi economica? L’Agenda Monti non dice niente in proposito. E così mentre il Pd gioca a fare l’offeso e Berlusconi a parlare d’altro, gli italiani tremano di fronte a tanta irresponsabilità.  
Il 2013 potrebbe non avere alcuna influenza sull’aumento del Pil. E ci saranno ripercussioni immediate sull’occupazione. Secondo il Servizio Studi e Ricerche di “Intesa San Paolo”, la domanda interna continuerà a latitare e il Prodotto interno lordo è stimato in contrazione nell’ordine dell’1%. ‘Scenario 2013’ prevede che occorreranno ancora molti anni per recuperare i massimi pre-crisi (quelli del 2007). Il prossimo anno i consumi delle famiglie, dopo l’annus horribilis 2012 (che ha visto una contrazione-record di -4,1%), continueranno a scendere anche nel 2013 in misura più pronunciata rispetto al Pil (-1,8% la stima).
Numeri ancora più drammatici da Confindustria, che ha calcolato come tra il 2007 e il 2011 il prodotto interno lordo del Mezzogiorno sia diminuito in termini reali di quasi 24 miliardi di euro scendendo del 6,8%. Nel suo studio ”Check-up Mezzogiorno” pubblicato da Confindustria e Studi e Ricerche per il Mezzogiorno viene documentata una mortalità di 16 mila imprese (0,9 % del totale imprese del Sud) sebbene siano aumentate le societa’ di capitali (+7.400 nell’ultimo anno). Il numero di occupati si e’ ridotto di circa 330 mila unita’ (quasi la meta’ in Campania).


La situazione non e’ migliorata nel 2012 con il tasso medio di disoccupazione dei primi due trimestri dell’anno e’ salito al 17,4% rispetto al 13,6% registrato nello stesso periodo del 2011, anche per effetto dell’aumento delle persone in cerca di lavoro.
”Il principale segnale positivo – segnala lo studio di Confindustria – viene dall’export, l’unica variabile che e’ tornata al di sopra dei valori pre-crisi: dal primo semestre 2011 al secondo semestre 2012 le esportazioni nel Mezzogiorno sono aumentate del 7%, il doppio del Centro-Nord”. Il persistere della crisi e’ causa e effetto del forte calo degli investimenti pubblici e privati. La spesa in conto capitale si e’ ridotta, dal 2007 al 2011 di circa 7 miliardi di euro. Gli investimenti fissi lordi sono diminuiti nello stesso periodo di 8 miliardi di euro (-11,5%) e particolarmente rilevante e’ stata la caduta degli investimenti nelle costruzioni (-42,5%) e nell’industria in senso stretto (-27,8%).
La quota di imprese manifatturiere che hanno investito e’ andata progressivamente calando, dal 37,4% nel 2008 al 23,6% nel 2011. Il calo dell’occupazione e le crescenti difficolta’ economiche delle famiglie stanno determinando -dice la ricerca – una vera ”emorragia di capitale umano”. Sono sempre di piu’, infatti, quelli che decidono di lasciare il Mezzogiorno per andare a vivere nel Centro-Nord o all’estero (110 mila nel solo 2010). Nel frattempo il Mezzogiorno non utilizza gran parte del capitale umano che resta sul territorio: i giovani con eta’ compresa tra 15 e 24 anni che non studiano o non lavorano nel Mezzogiorno rappresentano il 33% del totale, contro il 25% in media in Italia.

IL PARADOSSO DELL’ECONOMIA ECOLOGICA


di Guido Bissanti
Siamo così presi dalla nostra cultura superficiale che difficilmente ci fermiamo a riflettere su cose che diamo fin troppo scontate.

Quando trattiamo di denaro o di economia siamo abituati a considerarli come grandezze astratte. Si, sottoposte alle leggi della finanza, ma fin troppo astratte.
Vi siete mai chiesti che cosa è veramente il denaro? So che subito andreste a cercare su un buon dizionario per darmi possibilmente la seguente definizione.
Il denaro è uno strumento economico, che può assumere le funzioni di:
mezzo di scambio, unità di conto, riferimento per pagamenti dilazionati e riserva di valore.
Stiamo ancora pensando superficialmente.
Tenterò di darvi una definizione diversa, ma prima dobbiamo fare delle considerazioni.
Quando l’albero delle mele produce un frutto ed io lo vendo al mercato ne ricavo una somma in denaro. Se ci riflettiamo un po’ quella somma di denaro è l’equivalente energetico della somma dei lavori fatti (dal sole, dall’albero, dal terreno, dall’agricoltore, ecc.) per produrre la mia mela. Tale valore poi viene moltiplicato per un fattore, che potremmo definire “di frequenza di processo”, nel senso che se quel tipo di processo è molto diffuso (la produzione della mela) il coefficiente sarà molto basso (vedi legge della domanda e dell’offerta), se è poco diffuso viceversa.
Comunque sia il denaro rappresenta l’equivalente energetico di quel processo per il coefficiente di frequenza (o di diversità).
Evidentemente l’equivalente energetico di un prodotto si complica quando il bene è la sommatoria di più fattori (vedi per es. un servizio) ma in linea di massima semplificazione possiamo definirlo comunque e sempre un “equivalente energetico” anche quando dovesse trattarsi di un bene intellettuale.
Ora in una economia mondiale costantemente in crisi, potremmo pensare, in linea teorica, che se voglio aumentare la quantità di capitale basta produrre più beni per risolvere il problema, ma qui interviene la termodinamica. Vi chiederete che c’entra la termodinamica con l’economia?
Procediamo per gradi.
Se il denaro è l’equivalente energetico di un bene o processo è evidente che la sommatoria delle fonti energetiche è limitata, fosse anche quella dell’intero universo.
Devo subito dedurre, e a maggior ragione trovandomi in un ambiente limitato e chiuso come la Terra, che non posso spingere dove voglio la quantità ed i flussi di capitale; avrò un ben determinato limite.
Da questa prima considerazione ne deriva che la ricchezza mondiale è legata alla sommatoria degli equivalenti energetici disponibili.
Qualcuno potrebbe obbiettare che basta produrre di più, o più velocemente, per aumentare il flusso di denaro.
Qui la cosa si complica ulteriormente perché entra in gioco il secondo principio della termodinamica.
Sappiamo che un rendimento energetico è legato al processo di trasformazione dell’energia in lavoro e per ottenere un maggiore rendimento devo creare una macchina termodinamica più efficiente.
Ora la macchina termodinamica più efficiente che esiste è l’ecosistema stesso (vedi http://www.ecosostenibile.org/bioetica.html). Più è biodiverso un ecosistema più è efficiente e quanto più mi allontano dall’ecosostenibilità (anche nei processi industriali e nei servizi) tanto più i miei processi produttivi (di qualunque specie e natura) sono energicamente a minore rendimento.
In definitiva il secondo principio della termodinamica mi dice che non solo non posso incrementare i flussi di denaro ma se lo faccio in maniera insostenibile addirittura interagisco con la macchina che lo produce (perdita di biodiversità).
Per comprendere questo concetto basti pensare ad una equivalente ma più semplice macchina termodinamica, un’automobile.
Sappiamo che, per effetto delle leggi della termodinamica, possiamo aumentare la potenza di una macchina aumentando la trasformazione di carburante (energia).
Se però superato un certo limite di efficienza (che nei motori a combustione interna è la coppia) voglio aumentare la potenza questo è possibile ma a scapito del rendimento energetico. Il mio motore renderà di meno, inquinerà di più e logorerà più presto le parti meccaniche; in definitiva perderà efficienza.
Identica cosa succede per il sistema economico: più vogliamo velocizzare le trasformazioni energetiche (produzioni) più diminuiamo i rendimenti e questo, così come succede in termodinamica va a decremento del rendimento.
Il parallelismo è tale che questa aliquota di intrasformabilità (legata al rendimento) prende il nome di Entropia in termodinamica e di Inflazione in Economia.
Possiamo quindi dire che:
Entropia = Inflazione
Ora gran parte delle teorie economiche basate sul capitalismo si sono rivelate un fallimento proprio perché non si valutavano gli aspetti di rendimento e patrimoniali.
Il patrimonio altro non è che una riserva energetica accumulata utile a trasformazioni o utilizzi energetici.
Quando parliamo di una società economicamente sana diciamo che ha una situazione patrimoniale solida, proprio perché il patrimonio, qualunque sia la sua natura, è una accumulazione energetica in grado, a sua volta, di produrre energia.
L’ambiente è un patrimonio energetico e all’interno di questo l’ecosistema, attraverso la sua biodiversità, è un patrimonio nel patrimonio. 
L’apparente aumento della ricchezza dell’era industriale si è basata sull’utilizzo dei carburanti terrestri (petrolio, carbon fossile, suolo, ecc.) con un modello energetico in notevole conflitto con il Sistema Ambiente. La macchina termodinamica dell’ecosistema è stata spinta oltre il suo limite possibile logorando molti dei suoi pezzi.
Diversi studiosi si sono interessati a questi aspetti, e l’economia, sfuggita nell’accezione moderna alla sua matrice etimologica è entrata in un paradosso proprio perché non considera le origini della sua nascita e natura.
Da Platone e Aristotele le scienze economiche hanno subito una tale evoluzione da sfuggire nei secoli alla originaria matrice.
“I rapporti tra economia ed ecologia si configurano sotto il segno del paradosso. Già, a livello etimologico, queste due parole sono quasi sinonimi. Ambedue si collocano sotto l’ala rassicurante dell’Oikos (la casa, il patrimonio, la nicchia) eppure è noto che gli ecologisti più coerenti sono diventati critici acerrimi dell’economia intesa come teoria (lo stesso Marx, non viene da loro assolto) e avversari decisi dell’economia come pratica. Il fatto è che, assegnando nel 1615 il titolo di “Traitè d ‘Economie politique” a quel che Aristotele avrebbe definito con orrore “Scienza dell’accumulazione nazionale”, o Crematistica, Antoine de Montchrétien, l’economista mercantilista francese, ha finito per creare una confusione destinata a durare nel tempo.”*
Non ci potrà essere nessuno sviluppo economico senza riequilibrare questi concetti.
Chi vuole dimostrare il contrario o non è in buona fede o disconosce alcuni meccanismi e legami tra l’ambiente, inteso proprio come patrimonio energetico, e l’economia. Chi vuole dimostrare il contrario, che sia uno scienziato, un filosofo o un politico va guardato con sospetto.
Ora la visione energetica correlata all’equivalente economico della stessa è una buona strada per riequilibrare i concetti di una economia mondiale che sia sostenibile all’ecologia del Pianeta.

RIFLETTIAMO INSIEME: IL 2013 SARA’ PEGGIO DEL 2012

Quale sarà il volto del 2013 dal punto di vista della crisi economica? L’Agenda Monti non dice niente in proposito. E così mentre il Pd gioca a fare l’offeso e Berlusconi a parlare d’altro, gli italiani tremano di fronte a tanta irresponsabilità.  
Il 2013 potrebbe non avere alcuna influenza sull’aumento del Pil. E ci saranno ripercussioni immediate sull’occupazione. Secondo il Servizio Studi e Ricerche di “Intesa San Paolo”, la domanda interna continuerà a latitare e il Prodotto interno lordo è stimato in contrazione nell’ordine dell’1%. ‘Scenario 2013’ prevede che occorreranno ancora molti anni per recuperare i massimi pre-crisi (quelli del 2007). Il prossimo anno i consumi delle famiglie, dopo l’annus horribilis 2012 (che ha visto una contrazione-record di -4,1%), continueranno a scendere anche nel 2013 in misura più pronunciata rispetto al Pil (-1,8% la stima).
Numeri ancora più drammatici da Confindustria, che ha calcolato come tra il 2007 e il 2011 il prodotto interno lordo del Mezzogiorno sia diminuito in termini reali di quasi 24 miliardi di euro scendendo del 6,8%. Nel suo studio ”Check-up Mezzogiorno” pubblicato da Confindustria e Studi e Ricerche per il Mezzogiorno viene documentata una mortalità di 16 mila imprese (0,9 % del totale imprese del Sud) sebbene siano aumentate le societa’ di capitali (+7.400 nell’ultimo anno). Il numero di occupati si e’ ridotto di circa 330 mila unita’ (quasi la meta’ in Campania).
La situazione non e’ migliorata nel 2012 con il tasso medio di disoccupazione dei primi due trimestri dell’anno e’ salito al 17,4% rispetto al 13,6% registrato nello stesso periodo del 2011, anche per effetto dell’aumento delle persone in cerca di lavoro.
”Il principale segnale positivo – segnala lo studio di Confindustria – viene dall’export, l’unica variabile che e’ tornata al di sopra dei valori pre-crisi: dal primo semestre 2011 al secondo semestre 2012 le esportazioni nel Mezzogiorno sono aumentate del 7%, il doppio del Centro-Nord”. Il persistere della crisi e’ causa e effetto del forte calo degli investimenti pubblici e privati. La spesa in conto capitale si e’ ridotta, dal 2007 al 2011 di circa 7 miliardi di euro. Gli investimenti fissi lordi sono diminuiti nello stesso periodo di 8 miliardi di euro (-11,5%) e particolarmente rilevante e’ stata la caduta degli investimenti nelle costruzioni (-42,5%) e nell’industria in senso stretto (-27,8%).
La quota di imprese manifatturiere che hanno investito e’ andata progressivamente calando, dal 37,4% nel 2008 al 23,6% nel 2011. Il calo dell’occupazione e le crescenti difficolta’ economiche delle famiglie stanno determinando -dice la ricerca – una vera ”emorragia di capitale umano”. Sono sempre di piu’, infatti, quelli che decidono di lasciare il Mezzogiorno per andare a vivere nel Centro-Nord o all’estero (110 mila nel solo 2010). Nel frattempo il Mezzogiorno non utilizza gran parte del capitale umano che resta sul territorio: i giovani con eta’ compresa tra 15 e 24 anni che non studiano o non lavorano nel Mezzogiorno rappresentano il 33% del totale, contro il 25% in media in Italia.

SCIE CHIMICHE: PERCHE’ NON ACQUISTIAMO UN ANALIZZATORE DI POLVERI SOTTILI ?


Le A.R.P.A., le agenzie regionali per la “protezione” dell’ambiente sottostanno ad una direttiva interna (in vigore anche negli Stati Uniti) che vieta di rilevare il nanoparticolato atmosferico che possa rimandare alle attività di geoingegneria militare clandestina (bario, alluminio, manganese, cadmio, litio, silicio, biossido di zolfo etc.). 
Questa situazione porta ad ignorare completamente la presenza di nebbie elettroconduttive indotte di ricaduta, dipendenti dal sorvolo a bassa quota di aerei non identificati, impegnati nella modifica climatica. In sintesi, nelle analisi delle A.R.P.A. non sono mai contemplati i letali inquinanti tipici delle cosiddette “scie chimiche”.Il compito istituzionale di queste agenzie è così del tutto disatteso, con buona pace dei contribuenti. Per ovviare a questa grave forma di censura nonché omissione d’atti d’ufficio e per evidenziare tale illegale comportamento, il Comitato Tanker enemy lancia l’idea di reperire, quindi acquistare uno strumento portatile certificato, generalmente usato da professionisti del settore, progettato per la rilevazione del particolato più sottile (PM 2, PM1, conseguenza diretta delle attività chimiche-biologiche in atmosfera). Dimostreremo, quindi, dati alla mano, che i bollettini quotidiani sull’inquinamento ambientale redatti dagli enti ufficiali sono quanto meno lacunosi.

Sebbene il rilevatore di PM (scheda prodotto) non possa evidenziare quali sono gli elementi presenti in atmosfera, certamente indicherà il quantitativo di particolato inquinante, fornendo un parametro certo in relazione ai resoconti delle A.R.P.A. che spesso non corrispondono assolutamente alla reale situazione di quel determinato periodo o giorno sottoposto a controllo. Inoltre gli enti per il controllo dei pm atmosferici frequentemente non rilevano particolato inferiore a PM10, omettendo di valutare quindi, in modo del tutto legale, la presenza di nanoparticolato che, come sapppiamo, in centri dove non si trovano inceneritori o stabilimenti industriali, se presente, è inequivocabilmente correlabile al sorvolo a bassa quota di aerei militari impegnati nel controllo climatico. D’altronde la presenza di nebbie tossiche di ricaduta serali o mattutine, dal classico odore di zolfo, è la diretta conseguenza delle attività di aerosol clandestine ed è impossibile che le centraline A.R.P.A. non le rilevino. Se esse non sono evidenziate nei rapporti sulla qualità dell’aria, è palese che sono volutamente ignorate.

L’analizzatore di Polveri sottili Art. Arw-9880 potrebbe essere un buon compromesso tra qualità e prezzo. E’ uno strumento semplice da usare e dispone di una serie di funzioni che lo rendono di sicuro ideale per le nostre esigenze. Per il Vostro contributo all’acquisto dell’apparecchio è sufficiente accedere a questa pagina di PayPal. Al momento l’Arw-9880 è in offerta, per cui il prezzo è di 860 euro (+ I.V.A. e spese di spedizione ) contro 2400 (+ I.V.A. e spese di spedizione). Ci auguriamo che si riesca a raccogliere la somma adeguata in tempi brevi tanto da riuscire ad approfittare di tale sconto.
di causacomune Inviato su NWO

L’UNIONE BANCARIA EUROPEA ASSOMIGLIA SEMPRE PIU’ AD UN CONTROLLO TOTALITARIO

Che tipo di valore avrà un politico di fronte a ciò? Che statura avrà la Merkel, per non parlare di un Bersani, o di Grillo, di fronte ad un omino grigio inviato dalla BCE? Nel frattempo, da noi, tutti a preoccuparsi per un finto eventuale ritorno del caimano, teatrino che serve solo a spingere voti in bocca a Monti. Ah, ricordatemi, per favore…per chi lavora Monti?

Diventa sempre più visibile la creazione del super stato orwelliano. Diventa sempre più importante lavorare nell’orizzontale. Informare, costruire rapporti di solidarietà, formare reti.

Di seguito, l’articolo di wallstreetitalia.com in cui l’economista Mario Pianta denuncia lo stato delle cose.

New York – Ci troviamo di fronte a un paradosso. L’Europa sta salvando le grandi banche, le principali responsabili della crisi in cui il mondo versa ora. Le speculazioni sugli strumenti derivati hanno visto le big della finanza grandi protagoniste della crisi subprime.

In Inghilterra e Spagna pero’ vediamo una nazionalizzazione delle banche. Gli stati si sono indebitati per dare soldi freschi alle banche, nello stesso momento in cui le autorita’ europee hanno imposto di stringere la cinghia dell’austerita’.

La denuncia e’ di Mario Pianta, professore di Politica economica all’Università di Urbino ed ex fellow alla Columbia University di New York.

Con l’intesa stretta per muovere l’Europa verso un’unione bancaria sempre piu’ compatta, in caso di insolvenza e difficolta’ a reperire finanziamenti gli istituti di credito potranno essere ricapitalizzati direttamente sotto la responsabilita’ di Draghi e la supervisione della Bce da lui governata. L’istituto di Francoforte avra’ cosi’ il controllo sulle 150-200 principali banche dell’Eurozona.

E’ un passo che semplifica alcuni aspetti del sistema bancario, “ma che non fa nulla per risolvere il nocciolo del problema”. Ovvero il fatto che manca una strategia complessiva e univoca per ridimensionare il mondo della finanza. Cosi’ si rischia di far scoppiare un’altra crisi e mandare in fumo tutti i sacrifici dei cittadini dei paesi piu’ poveri dell’area euro.

L’obbrobrio del Fiscal Compact

E intanto paesi come l’Italia vengono di fatto commissariati. Sono costretti non solo ad avere un pareggio di bilancio – il semplice fatto di metterlo in costituzione e’ stato definito un obbrorbio giuridico e nonsense economico da Pianta, interpellato da RaiNews24 – ma anche “a rimborsare in 20 anni, un ventesimo dell’eccesso di debito rispetto al 60% di PIl”.

Si tratta di ben 45 miliardi di euro l’anno che vanno tolti alla spesa pubblica e che vengono destinati alla finanza. Cio’ “condanna l’Europa a una logica di austerita’” all’infinito.

In Italia gli investimenti privati languono, la domanda non c’e’. “Se anche la spesa pubblica e’ carente, allora ci attende un 2013 di grave crisi economica che ricalchera’ la fine degli anni 30”, avverte Pianta.


Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/article/1472766/intervista/anziche-ridimensionare-la-finanza-l-europa-preferisce-commissariarci.aspx

RIVOLTE E GUERRE CIVILI, LA GERMANIA SI PREPARA…

fonte: Tribunodelpopolo.com

Povertà, guerre civili, disoccupazione e miseria. Potrebbe essere questo un futuro nemmeno troppo remoto per l’Europa, o almeno potrebbe essere questo uno degli scenari possibili se le cose non cambieranno. Di questo non sono certi solamente isolati individui che pensano da tempo al peggio, ma anche gli analisti delle forze di sicurezza dei vari Stati, che avrebbero già preso in considerazione per il futuro scenari di guerriglia urbana. A questa eventualità si sta preparando la Germania, che in gran segreto ha deciso secondo diversi siti di informazione di avviare la costruzione di un Centro denominato ”Crowd Riot Control”, ovvero l’insieme di operazioni volte a mantenere l’ordine e la pace civile.

Tale centro dovrebbe sorgere al fianco di una città fantasma munita di oltre 500 edifici per un budget superiore ai 100 milioni di euro. A rivelarlo è stata ‘ la rivista internazionale Current Concerns, che cita una lettera confindenziale ottenuta dalla Svizzera.
In sostanza quindi nei prossimi mesi l’esercito tedesco potrebbe avviare la costruzione su una superficie di circa 232 chilometri quadrati del più grande centro di esercitazioni d’Europa per la lotta contro le rivolte. I centri di questo tipo dovrebbero regolare tutto l’insieme delle operazioni volte a mantenere l’ordine in condizioni di guerriglia urbana e di disastro sociale. L’obiettivo sarebbe in sostanza quello di avere forze di polizia in grado di agire in caso di sollevazioni popolari. Al fine di rendere realistico il progetto i tedeschi starebbero anche costruendo nei pressi del centro una città fantasma di oltre 500 edifici.
Il progetto comprendera’ degli stabilimenti industriali, il collegamento a una autostrada fittizia e un aeroporto con 1.700 metri di piste su prato. A gestire la costruzione ci penserù la Bundeswehr, l’esercito tedesco, che comincerà i lavori della città fantasma sul finire del 2012. La cosa preoccupante è che l’esercito tedesco e molti altri eserciti si preparano ormai da tempo a fronteggiare scenari di guerriglia urbana, fatto questo che implica che sono molti i governi a immaginare un futuro di questo tipo. Insomma scenari molto simili a quelli che abbiamo imparato a conoscere nel recente passato in Medio Oriente e Nord Africa.