WHOLE FOODS: UN ESEMPIO DI GREEN ECONOMY

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L’AGRICOLTURA BIOLOGICA PER UN SISTEMA ALIMENTARE SOSTENIBILE

Tra il 2009 e il 2010 l’estensione di terra coltivata biologicamente è però sceso di un piccolo 0,1%, una diminuzione che è stata più forte in India e Cina, ma compensata da un ulteriore aumento del biologico in Europa. Va anche detto che, nonostante un calo della terra coltivata biologicamente in Cina e in India, tra il 2009 e il 2010 il volume delle esportazioni di prodotti biologici in India è aumentato del 20%.
A sorpresa, il continente con la maggiore è stata l’Oceania: in Australia, Nuova Zelanda e nei piccoli Stati insulari del Pacifico nel 2010 venivano coltivati biologicamente 12,1 milioni di ettari, in Europa 10 milioni di ettari ed in America Latina 8,4 milioni di ettari. L’Africa ha il 3% dei terreni agricoli biologici certificati del mondo, con poco più di 1 milione di ettari certificati, L’Asia il 7%, per un totale di 2,8 milioni di ettari.
La ricerca, pubblicata su Vital Signs Online del Worldwatch Institute, sottolinea che l’agricoltura biologica è ormai normata da standard internazionali: nel 2010 erano 84 i Paesi del mondo che attuavano regolamenti per il biologico, 10 in più che nel 2009. Ma le certificazioni per l’agricoltura biologica sono sempre più concentrate nei Paesi più ricchi. L’Europa tra il 2009 e il 2010 ha aumentato del 9% i suoi terreni, la crescita più grande crescita in ogni continente. Gli Usa sono invece rimasti indietro nell’adozione di metodi di produzione agricola sostenibili. Se però si considerano le vendite di prodotti biologici e non la produzione, l’industria statunitense dei prodotti organici è uno dei settori in più rapida crescita nel Paese: più 9,5% nel 2011, quando ha raggiunto 31,5 miliardi dollari di fatturato.
Dato che come la gran parte della crescita della popolazione mondiale è concentrata nei Paesi più poveri, la produzione alimentare sostenibile sarà sempre più importante nei Paesi in via di sviluppo. Il rapporto evidenzia che «L’agricoltura nei Paesi in via di sviluppo è spesso ad intensità di lavoro molto più alta rispetto ai Paesi industriali, quindi non è sorprendente che circa l’80% degli 1,6 milioni di agricoltori biologici certificati globali viva nel mondo in via di sviluppo». I paesi con più produttori biologici certificati nel 2010 sono stati l’India (400.551 agricoltori), l’Uganda (188.625), e il Messico (128.826). Ma l’agricoltura biologica non certificata nei Paesi in via di sviluppo è praticato da milioni di indigeni, contadini e piccole aziende agricole familiari, sia nell’agricoltura di sussistenza che nelle produzioni locali destinate al mercato.
Le definizioni di agricoltura biologica variano a seconda degli Stati, ma secondo la Federation of Organic Agriculture Movements «L’agricoltura biologica è un sistema di produzione che si basa su processi ecologici, piuttosto che sull’utilizzo di input sintetici, come i fertilizzanti chimici e pesticidi». 
La Reynolds, una ricercatrice del Food and agriculture program del Worldwatch, spiega: «Anche se l’agricoltura biologica produce spesso un calo dei rendimenti del terreno coltivato di recente in modo convenzionale, è possibile superare le pratiche tradizionali, specialmente nei periodi di siccità, quando la terra viene coltivata più a lungo in modo biologico. Le pratiche agricole convenzionali spesso degradano l’ambiente sia a lungo termine che a breve, attraverso l’erosione del suolo, l’ eccessiva estrazione di acqua e la perdita di biodiversità».
Secondo lo studio «L’agricoltura biologica ha il potenziale per contribuire alla sicurezza alimentare sostenibile, migliorando l’assunzione di nutrienti e sostenendo le condizioni di vita nelle zone rurali, allo stesso tempo riduce la vulnerabilità al cambiamento climatico e migliora la biodiversità. Le pratiche sostenibili connesse all’agricoltura biologica sono relativamente alta intensità di manodopera. L’agricoltura biologica utilizza fino al 50% in meno di energia da combustibili fossili rispetto all’agricoltura convenzionale e le pratiche comuni, tra le quali la rotazione delle colture biologiche, l’applicazione di concime ai campi vuoti, e il mantenimento di arbusti perenni ed alberi nelle aziende agricole, stabilizzano anche i suoli e migliorano la ritenzione idrica, in modo da ridurre la vulnerabilità agli eventi atmosferici. In media, le aziende biologiche hanno il 30% in più di biodiversità, compresi gli uccelli, insetti e piante, di quel che hanno le aziende agricole convenzionali».

FOOD-SHARING: CONDIVIDERE IL CIBO PER EVITARNE LO SPRECO



È stata lanciata in alcune città tedesche una piattaforma web per mettere in rete il cibo che non si riesce a consumare. Il principio è quello della condivisione degli alimenti che altrimenti finirebbero nella spazzatura.

La prima esperienza di food-sharing è nata qualche mese fa in Germania attraverso il passaparola.

Un gruppo di famiglie tedesche si è posto, qualche mese fa, la stessa domanda e ha dato vita ad un’iniziativa chiamata “food-sharing”: la condivisione degli alimenti freschi e/o cucinati in giornata che una famiglia non riesce a consumare interamente e che, altrimenti, finirebbero nella pattumiera domestica. A chi di noi, infatti, non è mai capitato di dover staccare il frigorifero prima di partire per le vacanze e regalare alimenti ancora commestibili a parenti e amici? Oppure scoprire di aver acquistato cibi in eccesso e di non essere in grado di consumarli tutti? Ed ecco che il food-sharing può essere la soluzione. Un’idea semplice e di buon senso.

La prima esperienza è nata qualche mese fa in Germania attraverso il passaparola, nelle città di Berlino, Colonia, Monaco di Baviera, Ludwigsburg (cittadina del Baden-Wuettemberg) e Chemnitz (città della Sassonia). Ma, in poco tempo, domanda e offerta sono diventate così numerose che il fai-da-te ha lasciato il posto ad una piattaforma online alla quale chiunque può iscriversi per scambiare gli alimenti in esubero con quelli di cui ha necessità o, semplicemente, per offrire ad altri le proprieeccedenze alimentari.

Il principio che ne sta alla base del food-sharing è spingere le persone a spartirsi il cibo, anziché gettarlo nella spazzatura. Il ‘valore commerciale’ degli alimenti offerti non ha alcuna importanza, perché ciò che conta davvero è il ‘valore etico’ della condivisione. Grazie al food-sharing, però, tutti possono fare qualcosa di concreto per impedire lo spreco di alimenti ancora perfettamente commestibili.
Il principio che ne sta alla base del food-sharing è spingere le persone a spartirsi il cibo, anziché gettarlo nella spazzatura

Il portale web spiega come, nella sola Germania, lo spreco pro-capite sia di circa 82 kg di alimenti all’anno e come 500.000 tonnellate di cibo commestibile ogni anno siano dirette alladiscarica (ad es. un panino su 5 e un ortaggio su 2 finiscono nella pattumiera), mentre un miliardo di persone nel mondo soffre la fame e un bambino malnutrito muore ogni 15 secondi.

Sulla piattaforma si possono trovare i più disparati generi alimentari: riso, pasta (anche fatta in casa), omogeneizzati per bambini, latte, cornflakes, cioccolato, caffè, marmellate, formaggi, birra, vino, biscotti, frutta e verdura km zero – queste ultime rigorosamente di stagione. Ogni offerta alimentare indica la città, la tipologia e la quantità del cibo, la data di scadenza e la data in cui i prodotti scelti possono essere ritirati.

Anche le date di scadenza dei cibi sono le più varie: si va da un giorno a qualche giorno, fino ad arrivare ad alcune settimane o mesi. Naturalmente, per poter offrire alimenti quali carne fresca, latte e latticini, pesce, pollame, uova, cibi già cucinati, ecc. il portale chiede a tutti gli iscritti il rispetto della catena del freddo e di precise norme igienico-sanitarie e di conservazione.

Ma non è tutto. Il food-sharing, infatti, non si rivolge esclusivamente a singoli cittadini dotati di buona volontà, ma anche ad aziende alimentari, produttori, esercizi commerciali, società di ristorazione e associazioni che si occupano di recupero e gestione delle eccedenze alimentari.
Il portale chiede a tutti gli iscritti il rispetto della catena del freddo e di precise norme igienico-sanitarie e di conservazione

Il food-sharing “non è solo condividere il cibo con i bisognosi, ma con tutti. Dobbiamo superare l’imbarazzo e le inibizioni che ci impediscono di accettare cibo da altri”, spiega l’attivista Raphael Fellmer. “Non si tratta semplicemente di offrire il cibo eccedente, ma di creare un nuovo modello sociale. Per questo collaboriamo anche con i supermercati e, a Berlino, con i produttori bio”. Il cibo non è una merce al pari delle altre: condividere le eccedenze alimentari significa anche evitare lo spreco di risorse e la produzione di rifiuti.

Il servizio di food-sharing – che è online dallo scorso 12 dicembre 2012 – per il momento è disponibile soli in alcune città tedesche(Berlino, Colonia, Monaco di Baviera, Ludwigsburg e Chemnitz), ma a breve il portale sarà online anche in Svizzera e Austria e, nel corso del 2013, in altri paesi europei.

Recenti studi hanno reso noto che il 2012 è stato l’anno del car-sharing in Italia: auguriamoci, quindi, che il 2013 sia l’anno del food-sharing.

DALLE "FATTORIE VERTICALI" UNA RISPOSTA SOSTENIBILE ALLA ESIGENZA DI CIBO ?


di Federico Gasperini

La sostenibilità è ancora tutta da dimostrare, ma si fa crescente la voce di una risposta alla crescente esigenza di cibo dovuta alla crescita mondiale della popolazione (9 miliardi le persone previste al mondo nel 2050) proveniente proprio dalle città dove risiederà l’80% della popolazione. 

Nelle aree urbane infatti si pensa di sviluppare l’agricoltura attraverso i ”grattacieli serra” (il primo dei quali è già in costruzione in Svezia), un nuovo sistema di coltivare che riduce drasticamente la superficie di terreno occupato e non ha bisogno di terra. Senza pregiudizi è opportuno valutare attentamente questa proposta, considerato che secondo i dati Fao entro il 2020 sarà disponibile solo la metà dei terreni arabili pro-capite che c’erano nel 1960, area che si dimezzerà ancora entro il 2050 se non migliorerà la qualità del suolo.

Con le cosiddette “fattorie verticali” in grado di ospitare, su decine di piani e direttamente nei centri urbani, molte colture diverse, potrebbero aumentare sensibilmente i raccolti (la crescita sarebbe assicurata tutto l’anno), e dato che si tratta di serre ”protette” risulterebbero inutili pesticidi o altri prodotti chimici ora ampiamente usati per contrastare insetti e piante infestanti.

Attualmente all’avanguardia nel settore dei ”grattacieli serra” è appunto la Svezia (altre esperienze si stanno attivando anche in Giappone, Singapore, Cina e Usa). Nel Paese Scandinavo, a Linkoping, la società Plantagon sta costruendo una struttura di 54 metri di altezza che riduce al minimo la necessità per le coltivazioni, di energia, acqua e pesticidi.

Inoltre secondo l’azienda si riduce anche l’impatto ambientale della filiera in quanto i prodotti vengono consegnati direttamente ai consumatori in città con costi di trasporto ridotti al minimo. Nelle fattorie verticali, spiegano i progettisti, la semina avviene nei piani più alti. Non serve la terra, perché la crescita è assicurata dall’uso di acqua opportunamente arricchita di minerali.

Durante la crescita le verdure vengono portate nei piani più bassi e quando sono a giusta maturazione si trovano a livello del terreno. La produttività è molto elevata: fino a 300 chili di raccolto per metro quadro, quindi un grattacielo serra di 25 piani può così assicurare una produzione sufficiente per 350mila persone. Entro il 2014 l’edificio svedese dal design avveniristico, obliquo per meglio assorbire la luce solare, dovrebbe essere in grado di produrre una vasta gamma di verdure a foglia verde, tra cui insalata, spinaci, e sedano bianco. 

TERRA MADRE DAY

Terra Madre

Terra Madre Day
Festeggia con noi il 10 dicembre 2011 quando la rete mondiale di Slow Food si unirà per promuovere un cibo buono, pulito e giusto.

Il Terra Madre Day è un’opportunità per l’intera rete Slow Food di festeggiare il cibo locale e promuovere produzioni e metodi di consumo sostenibili presso le proprie comunità e i decisori locali.
Migliaia di azioni in ogni angolo del pianeta mettono in risalto la nostra visione unita e la diversità che stiamo lottando per mantenere.

Il Terra Madre Day dà anche visibilità ai nostri progetti per salvaguardare la biodiversità alimentare, portare l’educazione del gusto ad adulti e bambini e mettere in contatto i produttori con i consumatori.

Nel 2011, gli eventi del Terra Madre Day sosterranno ancora una volta Mille orti in Africa, il progetto che Slow Food sta portando avanti per creare 1.000 orti nelle scuole, villaggi e periferie di tutto il continente. Finora, grazie alla generosità dei nostri sostenitori, ne sono nati più di 300 – esempi concreti di produzione di cibo locale, sostenibile e autosufficiente. Aiutaci ad arrivare a 1000 entro il 2012!

Per saperne di più visita il sito www.slowfood.it/terramadreday

Messaggio video di Carlo Petrini, Presidente di Slow Food Internazionale, per il Terra Madre Day 2011


RIFLETTIAMO INSIEME: LA FORTE RICHIESTA DI ALIMENTI CHE COSTANO POCO

Cosa costa meno e perchè
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La forte richiesta di alimenti che costano poco (e visti i tempi che corrono presumo che la cosa peggiorerà ancora) ha spinto i produttori a cercare nuovi sistemi per ridurre i costi. Generalmente si tratta di risparmiare sulle materie prime. Tenete presente che la qualità ha un costo, se un prodotto costa troppo poco non può essere di qualità. ========================================================================
di Marina Mariani


PER CHIARIRVI MEGLIO LE IDEE…
FACCIAMO QUALCHE ESEMPIO

Le materie prime incidono per non più del 40% del costo complessivo, questa è la regola di tutti i produttori di alimenti. Quando acquistate un prodotto che costa molto poco non potete pretendere che sia di qualità. 

Ma cos’è questa QUALITA’? 
Il concetto di qualità ha molti aspetti: le materie prime, il luogo di produzione, le modalità di produzione, i controlli fatti prima della commercializzazione. Un alimento che costa poco è necessariamente privo di gran parte di questi aspetti.
Se al pubblico in un supermercato una mozzarella costa 40 centesimi dobbiamo dare per scontato che almeno 15 centesimi siano il ricarico di chi vende. Restano 25 centesimi. Il 40% di questa cifra ci dice quanto è stato speso per le materie prime. E vi stupite che le mozzarelle diventino blu?
 Se potessero diventerebbero rosse. Per la vergogna. A causa delle quote latte siamo costretti a importare latte di qualità molto bassa da paesi in cui le norme igieniche non sono come le nostre, e nei quali gli animali sono allevati in condizioni scandalose. Per renderlo sano o almeno decente dal punto di vista sanitario, viene trattato a caldo con la pastorizzazione, anche per più volte. Pensate che il valore alimentare di questo latte, che ovviamente costa pochissimo, sia lo stesso di quello di una bella vacca felice tenuta al pascolo? E’ sempre latte, certo, ma quanto a valore nutritivo ? Ecco cosa comprate a basso prezzo. Vi ricordo che l’allevamento biologico prevede il pascolo per gli animali. Sarà un caso?
TECNICHE DI VENDITA

Dicevamo il mese scorso che i supermercati non fanno beneficenza alla clientela, e mi pare ovvio. Ma allora come si spiega la spesso grande differenza tra i prezzi dei supermercati e quelli dei piccoli (e ormai pochi rimasti) negozietti sotto casa? I motivi sono molti, vediamo i principali: – grandi acquisti: la grande distribuzione acquista quantità notevoli di prodotti e riesce per questo a “spuntare” un prezzo migliore. – pagamenti ritardati: il piccolo dettagliante nella maggior parte dei casi si vede chiedere il pagamento della fattura al momento stesso della consegna. Come dire che i fornitori non si fidano. Il supermercato invece, se va bene paga i fornitori dopo sei mesi dalla consegna. Sì, avete capito bene, dopo sei mesi. A volte anche più tardi. Questo significa che non deve anticipare denaro, e il pagamento avverrà quando il prodotto sarà già stato venduto da un pezzo. In pratica guadagna anche gli interessi su denaro non suo. Questo fatto spiega perché nei supermercati si trovino solo prodotti industriali, e non artigianali: quale artigiano può aspettare sei mesi per avere il pagamento dei suoi prodotti? Voi lo fareste? – affitto degli scaffali:avrete certamente notato che i prodotti posizionati sugli scaffali centrali sono quelli più costosi, quelli “di marca”. Invece se guardate in basso e in alto trovate prodotti di marche meno conosciute ma che costano meno. Quindi se volete risparmiare guardate in basso o in alto… Il fatto è che i produttori di alimenti prendono letteralmente in affitto gli scaffali centrali, pagandone un tanto al metro (quadrato o lineare). Questo costituisce un guadagno ulteriore per il supermercato, che così può permettersi di ridurre i prezzi. – accordi per offerte speciali: si concordano con largo anticipo le offerte speciali che si faranno per i prodotti. Non è vero che vengono messi in offerta i prodotti prossimi alla scadenza, non ce n’è alcun bisogno…
PERSONALE A BASSO COSTO

In alcuni casi il personale dei supermercati è costretto a fare straordinari e a lavorare durante i giorni di festa (sono tanti quelli che restano aperti di domenica e nei festivi, avete notato? Voi lavorereste volentieri nei giorni festivi?), anche se è pagato molto poco, e quando dico molto poco dico alcuni euro all’ora. Non ci credete? Chiedete alla cassiera del vostro supermercato quanto guadagna. Coloro che corrono come forsennati alla ricerca delle offerte specialissime dovrebbero prendere coscienza che sono proprio loro la causa di questo sfruttamento. E’ una triste guerra tra poveri. – articoli civetta: non tutto è proprio conveniente, la strategia della grande distribuzione è di guadagnare sul totale delle vendita invece che sul singolo prodotto. 
Molti prodotti sono posizionati in punti strategici per stimolarvi all’acquisto. Sono lì a dirvi “comprami, comprami!” Vi siete mai chiesti perché ci sono le caramelle e i cioccolatini proprio vicino alle casse? Perché voi state lì e vi viene la voglia…Osservate il vostro carrello prima di mettervi in fila alle casse: quanti prodotti, tra quelli che avete messo nel carrello, vi servono davvero? Quanti sono destinati ad essere congelati e a farvi consumare energia elettrica per la loro conservazione? Ricordate che anche mantenere nel congelatore gli alimenti è un costo: vi costa circa due euro al chilo al mese. Comprate oggi, pagate oggi e mangerete tra qualche settimana. Forse non c’è poi tutta questa convenienza a fare grandi scorte, non credete?
Due suggerimenti per risparmiare davvero:Fate la lista della spesa e comprate solo quello che avete scritto. Guardate meno pubblicità possibile

GLI AVANZI ? SI CUCINANO AL SUPERMERCATO

«Evitare le perdite e riciclare tutto». In particolare in tempi di crisi. Un motto ecologista e anti-sprechi che ascoltiamo spesso ma è la prima volta che un supermercato lo fa suo. 

Qual è? The People’s supermarket, una cooperativa alimentare nel quartiere di Holborn a Londra. 

«Il nostro obiettivo? Ridurre al minimo gli scarti prodotti dalla grande distribuzione, proteggere l’ambiente e prolungare la vita degli alimenti». Ma non solo: «Generare profitto». E così, all’interno del super c’è una cucina dove si cucinano gli «scarti».
NON SI BUTTA VIA NIENTE – Un pomodoro rimasto qualche giorno in più nel contenitore, non proprio perfetto, con qualche ammaccatura, ma buono da mangiare, non verrà gettato come si fa di solito… ma diventerà un ingrediente fondamentale di una ricetta preparata nella People’s Kitchen. «Questo permette di inventare nuovi piatti (sani) – si legge sul sito internet -. I clienti potranno comprarli e consumarli a casa».
TUTTO RITORNA – Grazie a questo metodo, circa 100 chili di prodotti vengono riciclati ogni settimana. Se alcune pietanze cucinate non sono consumate in giornata vengono date in beneficenza. E se non sono più commestibili si trasformano in concime di un terreno dove sono coltivati i fiori e le piante in vendita al supermercato. Tutto ritorna.
L’ESEMPIO DI NEW YORK I prodotti provengono soltanto da coltivazioni biologiche. E sono rigorosamente del Regno Unito (per dare lavoro ai coltivatori locali). A ispirare l’idea è stata The Park Slope Food Coop, una cooperativa alimentare di Brooklyn, a New York. Ma Arthur Potts Dawson e Kate Wiches-Bull (i fondatori del PSFC) non avevano pensato di trasformare gli avanzi (ancora commestibili) in una succulenta zuppa o in un sandwich da gourmet (a prezzi molto accessibili).
di Rossella Burattino

fonte: corriere.it

L’EUROPA SOSTENGA IL BIO, L’UNICA AGRICOLTURA CHE HA UN FUTURO

Gli ambientalisti premono per sostenere chi si batte per la sicurezza e la sovranità alimentare, rispettando gli ecosistemi e le risorse strategiche come l’acqua e i suoli. L’agricoltura biologica inoltre contribuisce alla sicurezza del territorio, oltre a creare autentiche opportunità di lavoro, rafforzando il tessuto sociale delle aree rurali.


Mentre il Piemonte disastrato dai tagli ciechi mette in liquidazione il Crab, lo sportello per l’agricoltura biologica che da un decennio indirizza un comparto che vale mezzo milione di euro all’anno – inutili gli appelli piovuti sui maggiori partner del centro, cioè la Provincia di Torino governata dal centrosinistra – gli operatori europei chiedono una riforma “verde” della politica agricola, per fronteggiare la grande crisi «dirottando i finanziamenti dalle produzioni intensive ad alto impatto ambientale alle piccole aziende agricole multifunzionali», cioè quelle che praticano con successo «modelli di produzione e di consumo sostenibili», nel rispetto dei consumatori nonché delle biodiversità, delle risorse naturali e del paesaggio. È la richiesta rivolta al governo Monti, al Parlamento europeo e alle Regioni da 13 associazioni che riuniscono ambientalisti, mondo scientifico, agricoltori biologici e biodinamici.
Dal Fai, il Fondo Ambiente Italia, fino al Touring Club Italiano e alle associazioni ecologiste, Wwf in testa: tutti insieme, per «un’agricoltura in grado di riconciliare economia ed ecologia», nell’ambito della Pac, la “politica agricola comune” 2014-2020. Presenti anche le maggiori associazioni di categoria, come la Coldiretti, nonché Regioni e governo centrale, per ascoltare la voce di agricoltori e ambientalisti: «L’attuale crisi economica colpisce un’agricoltura già fortemente attraversata da una profonda crisi strutturale: in Italia, le aziende sono calate in dieci anni del 32,2% e il loro reddito del 25,3%». I dati sull’ambiente in Europa, aggiungono gli ecologisti, evidenziano unacrisi generalizzata anche della biodiversità. E il consumo di suolo agricolo negli ultimi sessant’anni (con la perdita di 1,5 milioni di ettari dei terreni più fertili) mette a rischio anche la sicurezza alimentare: «Questa crisi è il punto d’arrivo di un modello di agricoltura non più sostenibile».
Per fortuna, scrivono gli ambientalisti della Lipu sul “Cambiamento”, in Italia prevalgono ancora aziende agricole di piccole dimensioni: «Riuscire a mantenere un’agricoltura di qualità significa essenzialmente mettere in relazione la sostenibilità ambientale con quella economica». Proprio l’agricoltura è il settore che più di altri ha già realizzato attività innovative per costruire un modello di produzione e consumo basato su una visione avanzata della sostenibilità: un modello che garantisce efficienza economica, equità sociale, tutela e valorizzazione delle risorse naturali e del paesaggio. Finora, gli aiuti comunitari distribuiti attraverso la Pac hanno favorito produzioni intensive ad alto impatto ambientale, senza neppure garantire la loro sostenibilità economica. Le aziende beneficiate dai contributi sono monoculturali, producono merci indifferenziate e realizzano redditi netti più bassi, mentre le aziende agricole che reggono meglio l’impatto della crisi sono quelle diversificate, multifunzionali e biologiche.
Siamo di fronte a un paradosso, dice la Lipu: le imprese sostenute dall’Europa «non hanno futuro, sul piano economico», mentre «le imprese che invece possono avere un futuro non hanno sostegni». Discussione aperta, a Bruxelles: gli ambientalisti premono per sostenere chi si batte per la sicurezza e la sovranità alimentare, rispettando gli ecosistemi e le risorse strategiche come l’acqua e i suoli. L’agricoltura biologica inoltre contribuisce alla sicurezza del territorio, oltre a creare autentiche opportunità di lavoro, rafforzando il tessuto sociale delle aree rurali. Servono produzioni differenziate, piccoli mercati in rete, scambi virtuosi tra città e campagna. Il biologico è perfetto: le aziende di piccola taglia sono “etiche”, elastiche e flessibili, e più vicine ai bisogni dei cittadini-consumatori. Difficile però che Bruxelles recepisca i “consigli” di operatori e ambientalisti. E il Piemonte, intanto, si prepara ad amputare il suo sportello-Bio per “risparmiare” 4-5 stipendi, quelli dei ricercatori che, in questi anni, hanno saputo “accompagnare” le migliori aziende di uno dei pochissimi comparti in crescita.

fonte: Libre