IL PROGETTO FADA: LA RACCOLTA PUNTI CHE PREMIA I COMPORTAMENTI VIRTUOSI DEI CITTADINI


L’idea è quella di distribuire 120 mila tessere per tentare di premiare non solo chi spende di meno, chi fa più economia ma, come dicevamo, i cittadini che hanno i comportamenti più virtuosi: riduzione di emissioni di CO2 con utilizzo dei mezzi pubblici, il riciclo di plastica, l’installazione di pannelli fotovoltaici, il compostaggio domestico, i conferimenti agli ecocentri, l’acquisto di elettrodomestici di classe A e molto altro. I punti accumulati, attraverso un accordo siglato tra enti locali, negozi e cittadinanza, potranno essere spesi nelle promozioni offerte dalle attività convenzionate.

“Per conteggiare i punti”, spiega Paolo Silingardi, amministratore unico di Achab Group, “ci sarà uno sportello CO2 virtuale dove inviare le ricevute e le fatture a riprova dei comportamenti virtuosi. Un ufficio che, via web e via telefono, stabilirà la quota di punti accreditandoli in automatico sulle tessere registrate. Sarà registrato un punto ogni 100 grammi di anidride carbonica non emessa”.
Il progetto FADA, è nato sulla scia dei risultati sorprendenti che le macchine mangia-Pet (per il riciclo dei materiali) installate in dieci centri commerciali torinesi – attraverso lo strumento della raccolta punti – hanno fatto registrare: 30 milioni di bottigliette di plastica riciclate in tre anni. Da quella bella risposta della cittadinanza, si pensò poi di esportare le Pet anche nelle Marche e in Sardegna. Undici nuove macchine mangia-Pet, saranno installate nel torinese e il loro utilizzo, influirà sulla raccolta punti del progetto FADA.

“In questi tre anni”, racconta ai giornali Silingardi, amministratore unico di Achab Group, “c’è stata una risposta più che positiva da parte delle persone. Disposte a fare la fila davanti alle macchine per caricare i punti sulle tessere in cambio delle loro bottiglie vuote di plastica”.

RIGASSIFICATORI: ECCO PERCHE’ SE NE PARLAVA E ORA NON SE NE PARLA PIU’


Lauto guadagno per alcuni, ed esborso inutile di quattrini per tutti gli altri, cioè noi. Lo racconta Qualenergia. In pratica proprio nel 2005, dopo gli spauracchi della crisi del gas russo, sapienti manine hanno messo insieme un bel decreto sulla costruzione dei rigassificatori, e vi hanno inserito la clausola del “fattore di garanzia”. 


Eccola: un fattore garanzia, che assicura, anche in caso di mancato utilizzo dell’impianto, la copertura di una quota pari all’80% di ricavi di riferimento. Tale copertura è riconosciuta dal sistema tariffario del trasporto e ha durata per un periodo di 20 anni.

Insomma, alle solite: si programmava la costruzione di rigassificatori che, qualora inutilizzati, avrebbero goduto ugualmente dei profitti. Pagati da chi? Ma da Pantalone, naturalmente, con la sua bolletta! Così come accade col CIP6 e con tanti altri trucchetti in cui gli investimenti dei prenditori sono in realtà un modo per scucire soldi a noi.
Oggi il fattore di garanzia è stato abolito da un’inchiesta UE, seguita ad una denuncia da uno dei comitati territoriali, e gli “indispensabili” impianti non interessano più a nessuno.
Ecco così spiegata la corsa al rigassificatore che ci aveva tanto lasciato perplessi. A qualcosa serve, tenere un blog da 7 anni: è come stare seduti sulla famosa riva del fiume.
Foto – Photopin

NEL 2013 LA SVOLTA PER ESTRARRE ENERGIA DAL MARE ?


Delle tecnologie per lo sfruttamento dell’energia dalle maree e delle correnti si discute da molti anni, ma recenti progetti ed impianti per produrre megawatt di energia stanno rapidamente dimostrando che “estrarre” energia dal mare è possibile. «Questo progresso – sottolineano i ricercatori – è la ragione per cui la “tidal current energy” viene spesso indicato come una tecnologia emergente che ha il potenziale per aumentare con successo le tecnologie esistenti dell’energia rinnovabile».
Ma se il potenziale per convertire l’energia marina esiste chiaramente, le attuali tecnologie sono ancora nella fase pre-commerciale e solo pochi impianti sono stati definitivamente testati negli oceani. Lo studio evidenzia che «A differenza dell’energia eolica, attualmente ci sono vari progetti promossi, senza che un singolo design sia emerso finora come vincente. In aggiunta, ci sono molti aspetti della tecnologia che richiedono varie ottimizzazioni e miglioramenti di progettazione, nonché esperienza in situ nella gestione e manutenzione. Pertanto, al fine di sviluppare le tecnologie energetiche marine, i percorsi per la loro diffusione dovranno essere “multi-megawatt array level”». 
Per testare questi giganteschi impianti, sono in corso test su scala ridotta e una vivace attività ricerca e sviluppo che tiene conto anche dei possibili impatti sull’ambiente, anche a distanza dagli impianti di energia marina. L’obiettivo principale di alcuni tra i più prestigiosi istituti di ricerca internazionali è quello di ottimizzare la tecnologia e la sua implementazione e, in tal modo, di far progredire più rapidamente la tecnologia delle correnti e delle maree.
L’idea dello studio – che comprende una serie di articoli di alto livello sulla conversione dell’energia del mare – è emersa durante la nona European Wave and Tidal Energy Conference (Ewtec) tenutasi a Southampton, Gran Bretagna, nel settembre 2011. Il risultato è un lavoro imponente che mette insieme i punti focali della ricerca internazionale, come la progettazione di turbine, le prestazioni e l’ottimizzazione, la valutazione delle risorse delle maree, array design e le wake interactions, modellazione numerica, studi sperimentali e misure sul campo.
Da tutto questo viene fuori che gli sbarramenti sugli estuari dei fiumi, le correnti e le maree sono in grado di fornire il 20% del fabbisogno nazionale di energia elettrica della Gran Bretagna e che, nonostante i costi elevati dei progetti, l’energia delle maree è più affidabile di quella del vento: «La natura prevedibile delle maree le rende una fonte ideale di energia rinnovabile», ma questo non vuol dire che sia semplice sfruttare tutta questa energia latente.
In Gran Bretagna si sta cercando di sfruttare le maree essenzialmente in due modi: la costruzione di sbarramenti sugli estuari che utilizzano il flusso e riflusso delle acque per far girare turbine, ed un importante progetto da 30 miliardi di sterline è stato proposto per il fiume Severn; turbine subacquee installate sui fondali per sfruttare le correnti di marea che scorre veloci in zone come le acque costiere della Cornovaglia e della Scozia.
Nel loro rapporto, i ricercatori del Sustainable Energy Research Group si dicono molto ottimisti sul fatto che grandi impianti, sia sbarramenti che turbine subacquee, possano essere realizzati molto presto. Yates ha detto a Bbc News: «Dagli sbarramenti di marea possiamo ragionevolmente aspettarci che sia possibile ottenere il 15% del fabbisogno di elettricità del Regno Unito, che è un numero molto solido. Oltre e a questo c’è un dato di un possibile 5% proveniente dal flusso delle maree e, a mio avviso, con il futuro sviluppo tecnologico, è probabile che sia una sottostima».
Tony Prior, amministratore delegato della Hafren Power, il consorzio di imprese britanniche che ha proposto il gigantesco sbarramento alla foce del Severn, spiega: «Abbiamo in programma di rifornire la Gran Bretagna nel prossimo secolo di energia verde, sicura e, in ultima analisi, più economica. Lo sbarramento proteggerà decine di migliaia di abitazioni dall’innalzamento del livello del mare e dalle mareggiate. Naturalmente, nessun progetto complesso e su larga scala è senza polemiche. Siamo impegnati a lavorare con tutte le parti interessate nei mesi e negli anni a venire per ridurre i rischi e per realizzarlo bene. Crediamo che questo sia un progetto per il quale sia venuto il tempo. Abbiamo in programma di sfruttare uno dei più grandi potenziali fonti mondiali di energia rinnovabile: la vasta area di marea del Severn. La costruzione di uno sbarramento di 18 chilometri tra Brean in Inghilterra e Lavernock Point in Galles sarà uno dei più grandi progetti di ingegneria finanziati con fondi privati di tutto il mondo».
Se verrà realizzato il Barrage Severn sarà una dei più grandi impianti di produzione di elettricità dell’intera Europa: produrrà 16.5 terawatt ora all’anno, circa il 5% della domanda di elettricità della Gran Bretagna per oltre 120 anni. Energia sicura, sostenibile e prevedibile. Per dare un’idea della scala del progetto: la sua produzione di energia equivale a quella di 3 o 4 reattori nucleari o a 3.000 pale eoliche. Il progetto era stato inizialmente respinto dal governo conservatore-liberaldemocratico britannico proprio a causa del suo impatto ambientale, ma dopo il recente rimpasto di governo alcuni ministri hanno detto di essere aperti a riconsiderare l’idea.
Nicholas Yates, del National Oceanography Centre ha condotto una ricerca sul Barrage Severn insieme ai suoi colleghi dell’università di Liverpool e, anche se è favorevole agli sbarramenti, ha detto a Bbc News di essere contrario alla sua realizzazione: «Penso che sia un peccato che l’attenzione per l’escursione delle maree tenda a concentrarsi sul Severn, è il posto sbagliato per iniziare, è troppo grande. “Start small”, è quello che ha fatto i danesi con l’eolico: iniziare in piccolo, imparare rapidamente e costruire», e questo è un settore irto di difficoltà, come dimostrano i problemi incontrati dai progetti offshore per sfruttare le correnti in Scozia.
Ma in Gran Bretagna il 2013 potrebbe essere l’anno del boom delle energie del mare: la compagnia sta progettando impianti che sfruttano le maree a Pentland Firth e che inizialmente dovrebbero produrre fino a 40 MW, abbastanza da alimentare circa 38.000 abitazioni. Secondo Bahaj «Questa è per noi una pietra miliare fondamentale, sarà il primo “array of tidal stream turbines. E’ una proposta percorribile per le nostre aree energetiche in mare, ci darà un altro elemento del mix energetico che è più affidabile del vento».
I ricercatori hanno esaminato anche un altro elemento essenziale: la qualità dell’energia prodotta dalle fonti di marea. Il progetto SeaGen, in Irlanda del Nord è la più grande rete di collegamento delle turbine di marea in tutto il mondo e gli analisti stanno cercando di capire se le forniture dell’energia prodotta abbia dei “flicker”, degli alti e bassi, causati dalle variazioni di carico. «In generale, i risultati sono stati molto buoni, i livelli di flicker sono ancora bassi – ha detto alla Bbc News & Environment Joseph MacEnri di Esb International che ha valutato il SeaGen – In generale, questi dispositivi si comportano come una moderna e ben funzionante turbina eolica».
Oltre all’impatto ambientale dei grandissimi impianti, l’unico vero problema per l’energia del mare sembrano i soldi, ma nel dicembre 2013 l’Unione europea ha annunciato finanziamenti per 30 milioni di sterline per due britannici di sfruttamento delle maree e gli investitori nella tidal technology attualmente ricevono 40 sterline per ogni megawatt/ora di energia generata da fonti rinnovabili, ma l’incentivo terminerà nel 2017. Secondo Bahaj, «questo potrebbe avere gravi implicazioni per l’industria nascente. Dipende dalle sovvenzioni, senza queste, non sarebbe finanziariamente sostenibile».

ALLE URNE GLI ITALIANI VOTEREBBERO LA GREEN ECONOMY


Luca Aterini


«La green economy è una rivoluzione silenziosa, che sta producendo un cambiamento culturale in cui responsabilità e prosperità sono aspetti chiave non più disgiungibili». Il sociologo e sondaggista Renato Mannheimer, alla guida dell’Ispo – Istituto per gli studi sulla pubblica opinione, ha commentato così i risultati del sondaggio recentemente commissionato da VedoGreen (società appartenente al Gruppo IR Top, nasce nel 2011 dall’ideazione del primo Osservatorio italiano sulla green economy nel mercato dei capitali) in occasione della seconda edizione di “Green Economy on capital markets”.

All’interno dello studio, che analizza i risultati economico di un campione di 113 società “green” quotate sui principali listini europei (di cui 13 società quotate su Borsa Italiana), sono infatti presenti i risultati di un sondaggio condotto dall’Ispo tramite interviste telefoniche «su un ampio campione di 801 individui», volto a scoprire la percezione della green economy nel pubblico italiano.

Nonostante i traguardi conquistati, sul lato della conoscenza pubblica l’economia verde mostra ancora importanti lacune. Parlando di green economy, alla domanda «quanto si ritiene informato?», la maggioranza (56%) degli intervistati risponde negativamente. Si ritiene «abbastanza informato» il 38% del campione, mentre «molto informato» soltanto il 5%: sono i laureati e i dirigenti coloro che si sentono più ferrati sul tema, mentre chi è disoccupato o in cerca di lavoro (ma anche la fascia dei 18-34enni o chi ha un basso titolo di studio) resta indietro. Una suddivisione che non stupisce per quanto riguarda il livello di studio, ma preoccupa per quanto riguarda il deficit che coinvolge i giovani e coloro che un lavoro potrebbero trovarlo proprio all’interno di un’economia ecologicamente e socialmente compatibile.

Sono numeri che evidenziano una volta di più la necessità di comunicare efficacemente e pervasivamente il messaggio dell’economia ecologica. Se una parte rilevante della politica italiana ritiene davvero – come sembra fare, almeno a parole – importante portare avanti la linea della sostenibilità, questo non è un punto da poter continuare a trascurare.

Ma la vera sorpresa arriva all’interno del focus dedicato dal sondaggio alle scelte politiche in vista delle imminenti elezioni politiche, il 24 e 25 febbraio. Degli 801 intervistati (che per il 61% si dichiara di sinistra/centrosinistra) il 42% ritiene che «l’impegno concreto dei principali schieramenti politici sulle tematiche della green economy» influenzerà la propria scelta di voto alle urne. Praticamente, si tratta di un plebiscito: soltanto un esile 2% separa coloro che si dichiarano informati sulla green economy (il 44%) e coloro il cui voto sarà un voto verde.

Sfiora inoltre i 3/4 del totale la percentuale (72%) di chi crede che «l’azione di governo nei confronti della green economy» offra «grandi opportunità per il Paese e il governo dovrebbe incentivarne lo sviluppo anche attraverso incentivi economici diretti».

Questi dati integrano e vanno oltre la manifestazioni d’intenti contenute nell’agenda montiana (dove c’è «molto pink e molto green», a detta dello stesso premier) o anche nella Carta d’intenti del Pd, con la sua «politica industriale integralmente ecologica». Gli italiani che hanno la possibilità di avvicinarsi alla green economy (o, almeno, ritengono di averla) la ritengono un punto fermo. Chiedono un’economia più sostenibile, chiedono che sia il governo ad occuparsene. E sono disposti a votare i candidati che sono pronti a garantire questa linea: le forze politiche che concorrono alle elezioni sono disposte ad agire di conseguenza?

LA CINA E’ GIA’ IL PRIMO PRODUTTORE DI ENERGIA EOLICA AL MONDO


Nel prossimo futuro la Cina ha dunque l’obiettivo di continuare sulla strada della crescita dell’energia eolica e in un documento dell’Agenzia internazionale dell’energia si evidenzia che la Cina ha pianificato di raggiungere con le turbine eoliche circa l’8% del proprio fabbisogno di elettricità entro il 2030 e di arrivare al 16% nel 2050.

Il percorso da fare è stato impostato dall’Istituto cinese per le energie rinnovabili (Eri) con l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) e secondo la roadmap elaborata, la Cina dovrebbe aggiungere 15 GW l’anno di capacità eolica raggiungendo la quota del 5% (rispetto al 2010) nel 2020 e dell’8% al 2030.

Passando, così, da una quota di energia eolica che era pari all’1,3% del totale nel 2010, con 31 GW disponibili, al 5% dieci anni dopo. La potenza complessivamente installata di impianti eolici dovrebbe arrivare a pesare per il 15% nel mix delle fonti rinnovabili nel 2030, salendo al 26% nei 2050.
Questo piano ambizioso permetterebbe al paese asiatico di ridurre fortemente l’attuale utilizzo di carbone, calcolato in 130 milioni di tonnellate equivalenti di carbone in meno nel 2020 e 260 in meno entro la fine del decennio successivo. In sette anni, grazie alle centrali eoliche le emissioni di CO2 potrebbero quindi calare di circa 300 milioni di tonnellate. L’obiettivo- secondo quanto sostenuto nel documento della Iea, potrà essere raggiunto facendo ricorso anche a centrali off-shore, nonostante il prezzo per le installazioni sia considerato- ancora per molti anni- più caro rispetto agli impianti su terraferma.
Nel 2050 il costo per l’offshore dovrebbe scendere a circa 10.000 yuan per kw installato, che, nonostante sia sempre più caro del kw tradizionale, offre alcuni vantaggi, in particolare una maggiore efficienza delle turbine. Non sarà però sufficiente aggiungere nuove turbine per raggiungere gli obiettivi attesi e ci sono diversi ostacoli da rimuovere: secondo la Iea occorre innanzitutto una riforma complessiva del mercato elettrico cinese per orientarlo verso le energie rinnovabili.
Servono quindi incentivi e tariffe adeguate che tengano conto dei costi ambientali quali le emissioni di CO2 prodotte per l’utilizzo del carbone nella produzione di energia elettrica e che sarebbero evitate utilizzando l’eolico. La Cina dovrà, inoltre, ammodernare la rete nazionale, rendendola più capiente e flessibile, per assorbire l’energia verde e trasmetterla nei principali centri di consumo, come città e industrie nella zona orientale del Paese.

IL COLLEGAMENTO TRA SICCITA’ E GLOBAL WARMING E’ MENO FORTE DI QUANTO SI PENSASSE ?

Le recenti devastanti siccità che hanno colpito Australia ed Usa hanno indotto diversi scienziati a lanciare un allarme sull’acceleramento di estese siccità in tutto il mondo a causa de global warming, ma una nuova ricerca della Princeton university e dell’Australian national university afferma che le cose potrebbero non stare proprio così.
I ricercatori statunitensi ed australiani sottolineano che «La teoria che l’aumento della temperatura porterebbe ad un’evaporazione più rapida e ad aumentare la frequenza e la gravità della siccità sembra logica. Come ha riportato nel 2007 l’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), “siccità più intense e più lunghe sono state osservate in vasti territori dagli ani ‘70”. Ma la nuova ricerca indica che lo sviluppo della siccità è molto più complesso di quanto si pensasse e che i rapporti su una crescente siccità sono dovuti alle carenze del modello matematico utilizzato per simulare la siccità, piuttosto che ad un reale drying trend».
Secondo Justin Sheffield, del Department of civil and environmental engineering della Princeton, «La visione d’insieme è stata quella che quando la temperatura aumenta la siccità è destinata ad aumentare. Ma non è così semplice».
In un articolo pubblicato nel novembre 2012 su Nature (Little change in global drought over the past 60 years) i ricercatori avevano già scritto che gli errori derivanti dal Palmer Drought Severity Index, un modello comunemente utilizzato per valutare la siccità, avevano portato a sopravvalutare la gravità della siccità in tutto il mondo. 
Un altro autore dello studio, Eric Wood , ha detto che gli scienziati hanno a disposizione modelli migliori, «Ma il Palmer index è spesso usato per la sua semplicità. Tale semplicità, tuttavia, può permettere agli errori di insinuarsi». L’indice era stato originariamente sviluppato negli anni ’60 per determinare i livelli degli i federali per le aziende agricole statunitensi danneggiate dalla siccità e si basa principalmente sui dati della temperatura per valutare il grado di siccità. «In parte, questo approccio riflette ciò che era disponibile per idrologi al momento – evidenzia Sheffield – I dati della temperatura erano relativamente precisi e facili da ottenere. Ma poiché l’indice Palmer è basato principalmente sulle temperature, è estremamente sensibile al riscaldamento. Questa forte dipendenza dalla temperatura, è dove le cose iniziano ad andare male».
Un altro problema è che l’indice di Palmer non è stato pensato per il cambiamento climatico, ma per essere utilizzato come strumento locale per prevedere l’impatto della siccità in regioni ben definite, nelle quali le variabili climatiche restano relativamente costanti. Ma con il cambiamento climatico globale altri fattori possono controbilanciare l’impatto che l’aumento delle temperature potrebbe avere sulle risorse idriche. «Molte altre cose stanno cambiando: la velocità del vento, la radiazione solare e infrarossa, l’umidità dell’aria – dice Sheffield – Il Palmer index è un modello troppo semplice per poter prendere in considerazione questi cambiamenti».
Il team americano-australiano ha creato un modello più sofisticato che comprende altri dati, come la radiazione solare, l’umidità e il vento, simile ad un modello già utilizzato da Wood e Sheffield per l’African Drought Monitor, un’iniziativa internazionale che fornisce su internet lo stato delle siccità in Africa. «Dato che il modello rappresenta una gamma più ampia di variabili – spiegano i due ricercatori – dà un quadro più completo e preciso delle condizioni sul terreno. Si può fare molta strada utilizzando un approccio fisico più realistico, un approccio più appropriato, per fare queste stime». Anche recenti cartografie mostrano l’aumento di siccità in molte regioni, ma anche maggiore umidità in altre, in una situazione dinamica ma comunque preoccupante nel lungo periodo.. 
Il maggior dettaglio di quello che è stato chiamato modello Princeton non significa che è più difficile da usare perché richiede una quantità molto maggiore di dati rispetto altre stime. I ricercatori hanno spiegato che in realtà si tratta di dati difficilmente ottenibili fino a tempi relativamente recenti da parte degli scienziati del clima, ma la copertura satellitare e un miglioramento dei dati globali provenienti dalle stazioni meteorologiche a terra hanno fornito stime più completi e affidabili delle variabili meteorologiche quali la velocità del vento, le precipitazioni e l’umidità. Wood ha evidenziato che «Una migliore analisi dei dati e dei modelli aveva già portato ad una certa rivalutazione dei dati sulla siccità e dei cambiamenti climatici negli ultimi anni. In un rapporto speciale di marzo, l’Ippcc ha trovato che c’erano grandi incertezze nelle tendenze della siccità. Si tratta di una modifica del rapporto 2077 del Gruppo, che è direttamente collegata alla siccità ed ai cambiamenti climatici». 
Sheffield conclude: «Anche se questo lavoro pone la questione se il cambiamento climatico abbia già portato ad una crescente siccità, ciò non significa che la siccità non aumenterà in futuro. Certamente non significa che le cose non diventeranno peggiori in futuro. E non nega l’idea che stiamo avendo un impatto sull’atmosfera e che questo avrà un impatto sulla siccità».