«SPES ULTRA SPEM», di Paola Musu
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Non è stato facile per me accettare l’evidenza del disfacimento e del crollo di tutti quei pilastri, giuridici, filosofici ed umani, che hanno segnato la storia del nostro Paese, che sento tanto più mio, quanto più forte è la sensazione del suo dissolvimento.

Non è stato facile per me, come non lo è sicuramente per tutti coloro che hanno avuto in sorte la fortuna di incrociare nel loro percorso di vita, per lunga o breve che sia, spiriti alti che hanno avuto la sapienza di trasmettere, a chi ritenevano meritevole, ciò che loro avevano costruito nel loro viaggio, perché non andasse disperso, ma, casomai, arricchito.

Il Sapere, e lo scrivo di proposito con la maiuscola, è disciplina, il Sapere è sacrificio, è una continua e costante lotta contro i limiti posti dai lacci e lacciuoli della propria mente ed ogni laccio sciolto è un pizzico di libertà conquistata. Sì, perché il sapere RENDE LIBERI.

Ma il Sapere di cui parlo non è quello contingentato e filtrato che oggi viene trasmesso attraverso le scuole alle nuove generazioni, opportunamente privato degli strumenti chiave di interpretazione e di giudizio. Il Sapere di cui parlo ha le sue radici nella cultura Umanistica, aperta alla Conoscenza senza pregiudizi o limitazioni di sorta, ma anche nella piena consapevolezza che la LIBERTÀ che da essa deriva porta in sé un tributo da ottemperare: il RISPETTO verso quel sapere e verso quella libertà, pena il disfacimento di tutto.

Con scientifica freddezza e con una sistematicità sapientemente dosata, chi ha preso il sopravvento nella gestione del Paese dal dopoguerra ad oggi ha saputo compromettere, in modo tanto terrificante, quanto efficace agli scopi che evidentemente erano stati prefissati, quelli che rappresentano i pilastri di uno Stato posti a tutela dei cittadini e del popolo. Chi ha la chiara consapevolezza della politica intesa come «ars» (come «arte»), sa perfettamente che chi esercita quell’arte non può prescindere da solide basi di diritto, le quali, a loro volta, non possono andare disgiunte da una conoscenza appropriata di elementi di teoria economica e, imprescindibilmente, dalla conoscenza della storia, della politica e della sociologia. So di poter provocare delle forti reazioni in proposito, ma in questo voglio farmi forte anche delle affermazioni di Maurice Allais, che su questo argomento fu molto esaustivo, soprattutto sul punto dell’imprescindibile raffronto tra teoria economica e suo impatto sulla realtà della vita degli uomini.
Una seria coscienza, giuridicamente formata, sa perfettamente che ciò che distingue lo Stato di natura, dominato dal principio «homo homini lupus», dallo Stato di diritto è, per l’appunto, il diritto. Nessun giurista che possa nobilmente definirsi tale, e dotato di una formazione integrata come quella appena descritta, potrebbe accettare una condizione di «liberismo», direi «spinto», come quella propugnata negli ultimi decenni, che ha allegramente devastato sia il capitalismo, che da imprenditoriale è diventato prepotentemente e preponderatamente finanziario, che gli Stati e i loro popoli. Ed allora vorrei osservare come quel tipo di formazione, la quale avrebbe consentito di sfornare dalle nostre università uomini e donne culturalmente forti, con un alto e spiccato senso critico e tali da impedire lo sfacelo cui stiamo assistendo, oggi, come da troppi anni a questa parte, è impossibile. Lo studio dell’economia è stato opportunamente distinto dal diritto, dalla storia, dalla sociologia e dalla politica (materie care alle facoltà di giurisprudenza e scienze politiche i cui ordinamenti sono stati letteralmente stravolti). La stessa economia è stata sostanzialmente ridotta alla pura elaborazione matematica e, soprattutto, avulsa dall’approfondimento dello studio del ruolo della moneta.
Ho avuto modo di ripetere pubblicamente che: chi ha la moneta ha il potere.
Questo concetto era chiaro ad Aldo Moro quando dispose la stampa della ben nota banconota da cinquecento lire. Ed era ben chiaro ai nostri governanti quando, con alto tradimento del loro popolo e della stessa Costituzione, ci hanno svenduto a degli oramai identificabili «banchieri», attraverso la firma e la ratifica di una serie di atti e trattati europei, totalmente ed assolutamente illegittimi e giuridicamente non solo nulli, quanto, piuttosto, INESISTENTI. Il depauperamento inesorabile, non solo materiale, ma anche culturale e spirituale, cui ci stanno condannando, rischia di portarci sull’orlo di un conflitto dagli esiti sicuramente incerti, conformemente ad un vecchio assioma: «ordo ab caos» (l’ordine dal caos), ma «ordine» promanante da chi, o da cosa?
Mi piacerebbe chiudere questo mio piccolo, e certo non esaustivo intervento, ricordando l’art. 30 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948: «Nulla della presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libertà in essa enunciati». Il richiamo di questo articolo rappresenta un invito alla lettura dell’intera Dichiarazione Universale, ricordando che alla stesura della stessa hanno collaborato personalità come Ghandi e Maritain, ed insieme un ulteriore invito a confrontarla con i primi dodici articoli della nostra Costituzione, la quale, pur nella consapevolezza della soluzione di compromesso che la stessa ha rappresentato, comunque, sebbene perfettibile, costituisce una delle migliori carte costituzionali al mondo. Purtroppo è stata e viene tuttora ripetutamente e sfacciatamente violata: è evidente che non è stata dotata di sufficienti, o quantomeno pregnatamente efficaci, strumenti di garanzia.
Sempre il richiamo all’art. 30 della Dichiarazione Universale vuole essere un ulteriore invito a considerare la fondatezza della palese attuazione, da parte di tutti coloro che direttamente o indirettamente hanno partecipato e partecipano tuttora alla chiusura di questo nefasto disegno, di evidenti crimini contro l’umanità, perché chi distrugge l’economia di un popolo, distrugge in definitiva quel popolo, con danni incommensurabili per il presente e per il futuro della specie umana. Di questo si sono coraggiosamente fatti portatori i due giornalisti che il 21 novembre 2012 hanno depositato il loro documentato esposto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, in base all’art. 7 dello Statuto di Roma, firmato e ratificato anche dall’Italia.
«Spes contra spem»: così, simpaticamente, un autorevole Professore di Diritto Romano mi ricordava nei giorni scorsi il motto di Giorgio La Pira.
Io, oggi, andrei anche oltre, dicendo «Spes ultra spem», perché quei piccoli «lupi» che in modo autorevole possono ancora, oggi, consapevolmente dissertare di questi ed altri argomenti, trovino il modo, in un giorno spero non lontano, di riunirsi sotto il vessillo di quei princìpi che rendono alto e nobile lo status e la dignità dell’essere umano, nell’accezione più profondamente umanistica del termine.

TUTTA L’INCOERENZA DI QUESTA POLITICA


Non ce ne è uno coerente tra parole e fatti, almeno tra coloro che hanno abitato il Parlamento finora, al governo o all’opposizione, eccezion fatta per il Movimento 5 Stelle che è tutto da vedere. E la lista Ingroia? E’ piena di parlamentari o ex parlamentari, e quindi corre gli stessi rischi di incoerenza da “vorrei ma non posso”, “mi baso sulla società civile ma la rete dei partiti, naturalmente quelli buoni da non confondere con quelli cattivi, mi è indispensabile…” ecc. ecc. 


Perché parlo di incoerenza, al di là dell’evidenza, dei comportamenti deprecabili, delle menzogne, delle sceneggiate e via così? Perché sotto i nostri occhi si è passati dal “Mattarellum”, ossia un maggioritario arruffato, cialtrone e simulato nella sua parzialità e promiscuità con un avanzo di proporzionale, cioè la forma elettorale del 1994, a un voto nel 2013 affidato a 234 simboli elettorali. Lo possiamo ancora chiamare maggioritario o quello che stiamo vedendo o leggendo in mezzo al “cabaret”, alle “sceneggiate”, alle “bugie” anche non virgolettate, alle minacce, agli accordi, alle “desistenze/resistenze” ecc. è diventato oggettivamente un’altra cosa? Pensare che è la trasformazione più evidente che ci possa essere, e tutte le notizie di stampa, più o meno esplicite, tra proclami e “rumors” o “boatos” vanno in questa direzione. Ma in pochi ne parlano con chiarezza e nessuno o quasi sembra volerne trarre le conseguenze, almeno ad oggi… Nelle prossime settimane vedremo. 
E’ un “vedremo” confuso. Diceva Wittgenstein che “la cosa più difficile non è scoprire verità nascoste ma vedere ciò che si ha sotto gli occhi”. E cosa abbiamo sotto gli occhi? Un’intiera classe politica che non ha voluto cambiare una legge elettorale “porcata” perché le conveniva questa malgrado le definizioni urlate del “Porcellum”. Con questa legge in pochissimi fanno le liste nelle segrete (ma neppure tanto…) stanze e decidono chi candidare e chi no. Ed è un modo per tenere sotto controllo ogni reale cambiamento della “casta” e del rapporto tra eletti ed elettori o meglio tra eleggibili ed elettori. L’obiezione di Bersani è: ma almeno io ho fatto le primarie, e quindi ho infuso forze fresche, giovani e donne, nelle liste. In parte e all’apparenza è vero, ma la logica è quella di un gattopardo un po’ stanco e usurato che cambia il minimo (in rapporto alla “tragedia politica” di questo Paese) perché quasi nulla cambi in profondità o cambi subito in realtà. 
Una realtà elettorale che ci dice come siano stati ben contenti tutti quanti di mantenere questa legge, e di sicuro la cosa non abbia interessato il sobrio Premier che all’inizio era “in prestito” alla politica per salvare la Concordia-Italia e adesso punta al ponte di comando. Anche lui oggettivamente “per rendere un servizio al Paese” avrebbe potuto spingere verso una accettabile ridefinizione della legge elettorale magari nel solito mercato delle vacche politiche del momento (io ti do una cosa a te, tu/voi mi date una cosa a me), appunto una legge elettorale presentabile, buona per gli italiani e la trasparenza e non utile soltanto per la sopravvivenza degli esponenti del potere politico. 
Quindi da Monti nulla, da Napolitano solo preoccupata retorica (mi si dirà che “costituzionalmente” aveva le mani legate ma è un’obiezione scivolosa, che si ferma alla superficie della questione…), da Bersani, Berlusconi, Casini, Fini ecc. recite continue e grande soddisfazione per continuare con elezioni “controllate”, come da sette anni in qua. E poi ci si lamenta della stampa che vende questa merce avariata. E’ vero, essa contribuisce pesantemente al degrado della sensibilità pubblica, ma che se ne lamenti chi è oggettivamente causa del problema fa davvero ridere. E’ una presa per i fondelli, o quel che volete voi… 

PERCHE’ I VARI M5S, INGROIA O ALTRO NON CAMBIERANNO UN BEL NIENTE


Avevamo appena boicottato i mondiali di calcio organizzando pedalate alternative lungo la litoranea ciclabile pesarese alle quali i nostri concittadini si sono guardati bene dal partecipare. Complice anche sicuramente la nostra poco capillare informazione ci ritrovammo in tre in Piazza del Popolo a Pesaro in occasione delle prime due partite della nostra “mafiosa” nazionale dopo di che decidemmo di mollare e di praticare un boicottaggio intimo e personale.

Tre anni prima, nell’agosto 2003, io e mio fratello percorremmo la provincia in bicicletta con le bandiere della pace infilate negli zaini che sventolavano in quell’afa insopportabile……..sembrava che dopo il micidiale, terribile 2001 di Genova, delle torri gemelle e della guerra all’Afghanistan le cose potessero cambiare, giravamo silenziosi sotto un sole di fuoco e intorno tantissimi teli multicolori appesi a finestre e balconi ci comunicavano, e venivano ricambiati, il loro inequivocabile messaggio: PACE. Ad agosto 2004 andai in Francia in un paesino sotto il massiccio centrale per un campo di volontariato internazionale con scopo di salvaguardia ambientale: ripulimmo dalle immondizie, costruimmo sentieri, passaggi e rudimentali scalinate lungo l’argine di un fiume completamente abbandonato…….sembrava proprio che le cose potessero migliorare. Nel 2005 aderii con la mia famiglia al GAS (gruppo di acquisto solidale) di Pesaro alla ricerca di una spesa più consapevole, più rispettosa delle elementari regole del vivere civile, di un’alimentazione più sana, di una diversa socialità……ancora pensavo che fosse in atto una profonda trasformazione.
Torniamo al 2006, appena dopo il boicottaggio dei mondiali….. si sentiva parlare di un blog, di meet up che crescevano come funghi, di Beppe Grillo che stava facendo un miracolo: riunire attraverso la rete la voglia di cambiamento e mobilitare attivamente con proposte, raccolte di firme, slogan ad effetto……..eh si ….. in quel momento ho sentito in maniera potente che le cose potevano evolvere e che stavolta le avremmo cambiate davvero.
Attraverso un’iniziativa di un comitato cittadino a cui avevo aderito tempo prima mi misi in contatto con il meet up della nostra città e da lì in poi fu un sacro furore rivoluzionario: distribuzione volantini, discussioni fiume sul tema “parlamento pulito”, traffico cittadino, smog, asili, scuole; un fermento mai visto prima stava inondando una seppur piccola parte di quella società apatica, rassegnata con un ipocrita ottimismo di facciata.
Venne il 2007 e arrivò settembre, l’8 settembre del primo, fantasmagorico, pazzesco vday. Ci eravamo spezzati in quattro: eravamo pochi ma organizzammo un evento incredibile: si alternarono dj, un gruppo musicale, alcuni comitati a parlare della loro esperienza, la raccolta di firme andò avanti fino alle tre di notte e lì, lontano dalla mia famiglia che stavo seriamente trascurando, ero convinto che tutto sotto quella spinta incredibile potesse modificarsi. Abbracciammo anche la “repubblica dei cittadini” la lista civica di Oliviero Bea, Elio Veltri ed altri, organizzammo un pullman assieme ad altri meet up marchigiani e a ottobre 2007 eravamo a Roma in piazza Farnese, cercavamo una forza politica alla quale dare i nostri voti che altrimenti si sarebbero persi nell’astensione, in quel pomeriggio sotto la pioggia credevamo che la società potesse avviare un processo di rinnovamento.
Dopo pochi mesi venimmo a sapere che la”repubblica dei cittadini” non esisteva più, qualcuno che aveva registrato il marchio se ne andò scontento e si portò via, insieme al nome della lista, anche molte illusioni.
Il Vday fu un successo e non fu un bene, la prima riunione dopo l’evento fu affollatissima e cominciarono già da quella sera a formarsi fratture che poi in pochi mesi divennero insanabili: c’era chi raccomandava alleanze politiche con la lista civica di turno, chi voleva fondare un’associazione per avere dei contributi, chi in segreto fin dall’inizio aveva considerato quell’esperienza solo come un trampolino verso la “politica seria”. Ma c’era il v2day da organizzare, chiudemmo gli occhi, ci tappammo naso ed orecchi ed arrivò il 25 aprile 2008: una gestione sconsiderata delle risorse del primo vday, visioni troppo ottimistiche e vere e proprie operazioni azzardate fecero da antipasto all’impossibile, incredibile flop dell’evento, il digestivo venne dal cielo sotto forma di pioggerella battente e incessante che mise fine al concerto del gruppo musicale e a tutte le nostre superstiti speranze. In realtà l’obiettivo della raccolta di firme fu raggiunto ma noi eravamo ancora più divisi e la gestione squinternata ci aveva lasciato un pesante passivo. Fine dell’avventura? No, il cambiamento del mondo non può aspettare: andammo avanti, si formarono nel gruppo due correnti (vecchia politica docet), riunioni pazzesche dove ognuno vomitava il peggio di se e poi doveva scegliere da che parte stare, incontri separati e segreti dove regnava solo l’ego e il rancore. Sembravamo proprio, per dirla con le parole di un socio, “una tribù che correva dietro al suo stregone impazzito”. Avremmo dovuto tutti fare un passo indietro per cercare una soluzione per il gruppo ma a giugno 2009 ci sarebbero state le amministrative comunali e bisognava creare una lista: una? Ma perché non farne due o anche tre? Fra i pezzi che avevamo perso per strada e che ora erano con rifondazione comunista, quelli che di nascosto discutevano con il sindaco in persona e che creavano una lista civica insieme a fuoriusciti dal PD, quelli che sarebbero andati con chiunque in cambio di appoggi per eventuali associazioni o enti, quelli che pensavano al partito radicale e quelli che volevano la lista Grillo il gioco andò avanti senza illusioni né entusiasmo fino al mio addio poco prima delle elezioni.
Naturalmente le cose vanno avanti anche senza di noi (per fortuna) e molte di quelle liste hanno fallito e non esistono più ma altre si sono conquistate piccoli spazi ed ora sembra siano la soluzione, a volte mi sorprendo anch’io a sperare ma mi si conceda oggi la licenza di non credere.
Io non credo che le cose possano cambiare.
Perché mai dovremmo sperare che quei meccanismi malati dai quali sono nate anche le più recenti ipotesi politiche possano portare qualcosa di buono?
Perché mai dovremmo convincerci che questo “nuovo che avanza” sia libero da quelle miserie di cui parlo sopra?
Non mi stupisco dei Favia o delle Salsi anzi penso che quando si scoperchierà il pentolone saranno in tanti a chiamarsi così, in tanti che non avranno assolutamente intenzione di rimboccarsi le maniche e tornare a mettersi in gioco nel mondo del lavoro alla fine dei due mandati, in tanti che useranno le varie “nuove liste” solo per interessi privati o affermazione personale (Di Pietro insegna).
Sarebbe così semplice incolpare la politica che corrompe, che mortifica, che ingloba e annichilisce idee, aspirazioni e sogni ma il problema non sta nella politica in se e nemmeno nella scelta che abbiamo fatto di abbassarci a lei. D’accordo, è ipocrita e antiliberale: fa decidere a una maggioranza quello che dovremmo discutere e stabilire tutti e ce lo fa digerire attraverso una propaganda della democrazia falsa e distorta, è responsabile di secoli di convivenza con un’ingannevole idea di società equa ed imparziale, è fonte e causa di un’eternità di istituzioni inique, illiberali e sanguinose ma alla fine non è che un mezzo, uno strumento gestito da persone e che funziona in base a come queste intervengono nei suoi meccanismi.
E’ dunque indubbio che dovremo trovare un’alternativa a questo sistema di partiti, a questa democrazia rappresentativa che ormai interpreta solo una squallida commedia del vivere civile e un tentativo si potrebbe fare con la disobbedienza, la ribellione ai dogmi, alle abitudini, ai comportamenti precostituiti, ai preconcetti che ci vengono inculcati sopratutto da questa politica, insomma è dentro di noi che dobbiamo attuare la trasformazione.
Se non cambiamo noi negli atteggiamenti e nelle aspettative nei confronti degli altri e della vita in generale, e non si tratta di luoghi comuni o frasi fatte, tutte le battaglie saranno sempre perse perché combattute contro le fastidiose piccolezze e miserie altrui, simili alle nostre, che detestiamo e osteggiamo nell’illusoria convinzione di migliorarci senza metterci mai in discussione veramente.

INTERVISTA A STEFANO RODOTA’ SUL REDDITO DI CITTADINANZA


Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?

Juncker ha mostrato più volte un’attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l’Ue si impegna a riconoscere il diritto all’assistenza sociale e abitativa e a garantire un’esistenza dignitosa ai cittadini. C’è un’assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall’approccio del salario minimo, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c’è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all’esclusione sociale passi attraverso l’adozione del reddito di cittadinanza.
Cosa ne pensa del “reddito di sopravvivenza” proposto da Monti nella sua Agenda?
Monti si ispira all’idea riduzionista del welfare. La sua società è quella del capitalismo compassionevole di George Bush dove la vita degli esclusi è pari al grado zero dell’esistenza, un’esistenza che non è quella libera e dignitosa, è pura e semplice nuda vita. È l’idea che lo Stato deve cercare di non far morire i poveri. È una prospettiva inaccettabile. Se poi questo reddito di sopravvivenza è considerato non come la guida da seguire, ma come un passo per andare oltre verso il reddito di cittadinanza, non nel modo riduttivo in cui se ne sta parlando in questi giorni come il salario minimo, possiamo aprire una discussione qualitativamente importante nella cultura politica. Una discussione obbligata dati i tratti che ha la nostra Costituzione e la prospettiva indicata dalla Carta dei diritti. Esistenza e sopravvivenza sono però agli antipodi. Certo, dobbiamo considerare anche la sopravvivenza, ma quello cui noi dobbiamo guardare è l’esistenza libera e dignitosa.
Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l’emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?
Ma perché l’Europa non è a geometria variabile. Non può essere ridotta solo alle politiche economiche che assorbono tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell’Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l’economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L’Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.
Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt’altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt’altro che ascrivibili ad un’orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l’aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.
Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?
Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perché dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L’idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l’intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini. Questa è la prospettiva. Dopo di che, lo dico sinceramente, questo è un processo. Come per tutti gli istituti che hanno innervato, attraverso il diritto del lavoro, il modo in cui la società si organizza, ci possono essere tappe diverse, momenti di avvicinamento progressivo.
Quali sono le prime tappe di questo processo?
Ripristinare l’agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all’esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un’alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell’Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c’è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori. Perché non dovrebbe accadere oggi?
Perchè forse allora c’era l’autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l’avanzata del movimento operaio. Oggi non è così…
C’è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all’articolo 18 e contro l’articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.
Tutti sperano che il 2013 sia l’anno del ritorno alla crescita dell’Europa. E’ più un auspicio, che la realtà. Mi sembra di capire che per lei la precondizione fondamentale anche per la crescita economica sia una trasformazione radicale del modello sociale vigente. Che tipo di modello sociale è quello fondato sul reddito di cittadinanza?
Non può non essere fondato sulla tutela e la garanzia dei diritti sociali che oggi vengono espulsi attraverso la naturalizzazione del mercato. Questo deve essere un punto di riferimento necessario per un nuovo modello sociale. Non voglio semplificare eccessivamente, ma se guardiamo oggi a quello che accade nel mondo è certo che esiste la prepotenza e la violenza della logica mercantile. Ma esiste anche tutta una serie di azioni politiche che cercano di ridurre il danno. Quello che è avvenuto negli Stati Uniti con gli interventi contro la disoccupazione o la riforma della Sanità di Obama, da molti considerata come un pannicello caldo, è invece una vera rivoluzione per gli Usa. Mi ricordo Hillary Clinton quando espose al Congresso la sua riforma sanitaria che fu spazzata via dalla potenza delle società di assicurazioni. Questo significa che la dimensione dei diritti sociali e il riferimento a principi fondativi è quello che noi dobbiamo avere presente.
Roberto Ciccarelli

ALDO GIANNULI: LA LISTA MONTI E’ IL PRIMO NEMICO DA BATTERE


A beneficiare di questo irragionevole credito è stata spesso la Lega (in particolare dal suo “ribaltone” del 1995) a lungo vezzeggiata, corteggiata e mai seriamente combattuta per il suo ruolo eversivo e reazionario. Anzi, la sinistra ha finito con l’esserle subalterna, mutuandone interi pezzi di cultura politica, come dimostra la sorprendente conversione al “federalismo” che produsse la scellerata riforma del Titolo V della Costituzione, voluta dal governo Prodi.

In tempi più recenti, a beneficiare della “rivalutazione per riflesso” è stato Mario Monti ed il suo governo di commessi del Gran Capitale, impropriamente definiti “Tecnici”. Nei suoi tredici mesi di vita il governo Monti ha realizzato più contro-riforme di quante ne abbiano prodotte gli otto anni dei governi Berlusconi (dalle pensioni, all’articolo 18 della l. 300, per citare solo i casi più noti). Soprattutto, il governo dei bocconiani ha imposto una politica economica di brutale esazione fiscale e taglio della spesa sociale, che non ha precedenti nella storia dell’Italia repubblicana.
Tutti questi provvedimenti sono stati sostenuti dall’appoggio del Pd, molto più convinto ed acritico di quello del Pdl che, almeno, esibiva una calcolata ritrosia. Bersani non ha esitato neppure a mettersi contro la Cgil, ma questo non ha evitato il paradosso per il quale la maggioranza degli italiani hanno percepito il governo Monti come un governo “di sinistra”. In questo rovesciamento del senso –colpevolmente assecondato dal gruppo dirigente del Pd- la sinistra moderatissima di Fassina e Vendola sarebbe conservatrice, mentre il “riformismo” sarebbe rappresentato dal verbo liberista della feroce disuguaglianza sociale. Anzi Monti si definisce non “moderato” ma un “riformista radicale”, ed ha qualche ragione, perché lui ed i suoi non sono moderati: sono i “talebani del Capitale”. Gli esponenti di questo governo di pretesi tecnocrati hanno ripetutamente offerto la prova della loro qualità umana con battute come quella sugli “sfigati che a 28 anni non sono laureati” o i “giovani troppo choosy”, che rivelano l’arroganza del privilegio contrabbandato per merito.
Colpisce che il gruppo dirigente del Pd non abbia colto tutto questo e non abbia provato nessuna ripugnanza per questi compagni di viaggio.
Oggi il maggiore partito della sinistra –candidato quasi sicuro alla vittoria- non esita a far sua l‘agenda Monti e promettere quelle stesse “riforme”.
Monti ha goduto di un eccezionale riflesso psicologico a suo favore: al suo comparire, è parso come il “liberatore” che ha cacciato Berlusconi da palazzo Chigi e tutta la tifoseria anti berlusconiana gli ha volentieri perdonato molte colpe. Ma, diciamocelo, per quanto fosse infima la qualità della corte berlusconiana, i “bocconiani” sono molto più spregevoli. E, lo sguaiato populismo berlusconiano è cento volte preferibile all’algido odio di classe di questi lacchè delle banche. Berlusconi non ha mai usato i toni sprezzanti di una Fornero o di un Martone, perché è uomo che viene dal nulla e si è fatto da solo –lasciamo stare come!-, i montiani sono nati nella bambagia e sono convinti che questo sia un merito. Cosa ne sanno questi signorini di cosa significa studiare la notte perché di giorno bisogna fare tre mestieri precari, per mettere insieme qualche centinaio di euro? Hanno idea di che significa fare un concorso senza nessuna spinta e vedersi passare avanti fior di bestie blasonate? Hanno mai provato la durezza della fatica o il maltrattamento di un caporeparto isterico? Sanno cosa significa far le capriole per pagare un mutuo? E, allora, di che merito parlano?
Dunque, non ci fossero altre ragioni per individuare nella lista Monti il primo nemico da battere, basterebbero queste di natura antropologica. Ma ce ne sono anche di ordine più propriamente politico: il “montismo” (dedicheremo diversi pezzi all’analisi critica della sua “agenda”) è anche una linea di politica economica che ci porta dritti alla catastrofe. In 13 mesi di governo, abbiamo registrato una recessione di oltre due punti che, per riflesso, ha portato il debito al 126% del Pil dal 121% iniziale. Non sembrano dati di cui andar fieri e tutte le previsioni dicono che nel 2013 saremo ancora in caduta: nonostante la grandinata fiscale, la situazione non è migliorata ma peggiorata. Unico risultato “positivo”, ampiamente sbandierato con la compiacenza di tutta la stampa di regime, l’abbassamento dello spread dai vertici toccati ne novembre 2011. Un risultato tutto sommato modesto (il picco di quasi 600 era con ogni evidenza eccezionale mentre bisognerebbe avere come parametro un valore più “medio” di quel periodo che oscillava fra i 400 ed i 480) se si considera che ci si è attestati intorno ai 300 punti (cioè 100-150 in meno rispetto alla media dell’autunno precedente) e che questo è rimasto sensibilmente al di sopra dei valori del periodo precedente alla crisi di ottobre-novembre 2011.
Ma, soprattutto, un risultato solo in parte ascrivibile a merito di Monti, perché hanno inciso altri due fattori: la copiosa emissione di liquidità della Bce e la “tregua elettorale” dei mercati finanziati in attesa delle elezioni prima francesi e poi americane. Vedremo ora come evolverà la situazione. Nel frattempo osserviamo che il debito è tutto là, intatto, e la torchiatura fiscale è servita essenzialmente a pagare gli interessi.
Possiamo parlare di fallimento del governo Monti? Si e no. Certamente si se l’obbiettivo era quello dichiarato: risanare le finanze pubbliche italiane e rimettere in moto la crescita economica. Ma era davvero questo l’obiettivo o si trattava solo della copertura di ben altro fine? Se quello che si cercava era la garanzia dei creditori, la stabilizzazione dell’Euro, del sistema di potere attuale ed, in particolare, la salvaguardia degli interessi tedeschi, non si può dire che il governo Monti abbia fallito; anzi, per ora l’obbiettivo è raggiunto, anche se questo ha significato il massacro della nostra economia –ma cosa volete che gliene importi?-.
Ora la lista Monti punta a completare l’opera iniziata a garanzia dei poteri forti: loro sanno perfettamente di non avere alcuna speranza di vincere alla Camera e sarebbe già un clamoroso risultato (ad oggi molto distante dalla realtà) se arrivassero secondi e non terzi. Lo scopo è un altro: diventare determinanti al Senato, dove si spera che la coalizione di Bersani non conquisti la maggioranza. Il bersaglio ulteriore è quello di ottenere un numero di seggi che renda irrilevante Sel che, così potrebbe essere sbarcata, per consentire un pieno accordo Pd-Monti. E per questo secondo esito occorrerebbe conquistare una ventina di seggi a Palazzo Madama.
Considerato che:
a. nelle regioni minori (Val d’Aosta, Liguria, Trentino, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna) occorrerebbe ottenere ben di più dell’8% e che si tratta di regioni di debole insediamento dei montiani
b. che salvo, una sorpresa siciliana, il centro-destra montiano non dovrebbe conquistare il premio di maggioranza in nessuna regione
questo significa che occorrerebbe prendere mediamente 1,75 senatori nelle restanti 12 regioni, cioè una media del 16-17% dei voti opportunamente distribuiti. Un risultato possibile ma non facilissimo, anzi… Però è evidente che la lista unica del centro ci proverà.
Dunque: la vittoria parziale sarebbe un Pd privo di maggioranza al Senato costretto ad allearsi, ed una vittoria piena rendere non determinante Sel. Vice versa, vediamo quali sarebbero i livelli al di sotto dei quali si potrebbe parlare di sconfitta o di disastro del centro.
Ovviamente, se Pd e Sel fossero autosufficienti anche al Senato, questo significherebbe che l’obiettivo principale è stato mancato –almeno per il momento-. Ma, se questo dipendesse da un crack della destra e ad una buona affermazione del centro (poniamo un 20-22% che rappresenta una raccolta all’80% dell’elettorato potenziale, un risultato altissimo) si tratterebbe pur sempre di una vittoria, perché questo significherebbe che il gruppo montiano si avvia a sorpassare la coalizione berlusconiana, candidandosi così alla guida della destra. Inoltre, il centro-destra montiano potrebbe sedersi sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere di Bersani: a consegnarglielo potrebbe essere una offensiva dei “mercati” paragonabile a quella dell’autunno 2011 o le fratture interne alla coalizione (non importa se sulla destra ad opera dei renzian-montiani o sulla sinistra ad opera di Vendola e Fassina).
Se, invece, il risultato dovesse attestarsi al di sotto del 15% sarebbe un insuccesso dichiarato, perché vorrebbe dire che o il Pd o il Pdl hanno avuto un risultato al di là delle previsioni e questo “cancellerebbe” politicamente l’area di Monti. Inoltre, inizierebbe ad esserci il rischio di arrivare non terzi ma quarti, alle spalle del M5s, il che sarebbe un segnale psicologico molto negativo.
Al di sotto del 12% sarebbe una Caporetto: considerato che l’Udc, negli anni scorsi, ha sfiorato il 7% e che ora c’è anche Fini (presumibilmente con un 1,5-2%), questo significherebbe che il ”valore aggiunto di Monti sarebbe intorno al 3%. Se, poi, “Verso la Terza Repubblica” di Montezemolo e Riccardi (il cuore del montismo) raccogliesse uno striminzito 5%, questo sarebbe la fine della coalizione. Casini e Fini (che già ora stanno maledicendo il momento in cui hanno deciso di mettersi sotto l’ombrello del Professore) sono considerati da Monti e dai suoi “terzo-repubblichini” come alleati che non si lavano e che è imbarazzante portare nei salotti buoni dei poteri tecnocratico-finanziari, sono dei politici, con decenza parlando! Se poi venisse fuori che questi professorini così pieni di sé, prendono più o meno quanto gli odiati “politici”, l’operazione sarebbe pienamente fallita e Udc e Fli sarebbero felici di rompere le righe alla ricerca di intese dirette con il Pd.
Se le cose finissero così sarebbe un’ottima cosa. Quante probabilità ci sono? Consideriamo che lo slancio iniziale sembra già affievolito, che la Chiesta ha ridotto i suoi entusiasmi, che i sondaggi si fanno più sfavorevoli, segnando una crescita dei due poli maggiori ed il richiamo del “voto utile” non gioca a favore dei terzi e dei quarti, non è impossibile una Caporetto dei “tecnici dello strozzinaggio fiscale”.
E c’è anche da considerare che Monti si sta rivelando simpatico come il vomito dei gatti. E in politica la simpatia vuol dire molto…

ALDO GIANNULI: PERCHE’ LA GERMANIA VUOLE UN’EURO FORTE A TUTTI I COSTI



In effetti, la Germania è paese manifatturiero ed esportatore, per cui, in teoria, avrebbe tutta la convenienza ad avere una moneta debole per rendere competitive le sue merci. Però questo ragionamento è troppo schematico e non considera altri aspetti della questione, sia in termini oggettivi che soggettivi, che invece ci sembra opportuno prendere in considerazione:

1. la Germania non è solo paese esportatore ma anche importatore, soprattutto di materie prime da trasformare e di prodotti di altri paesi ed, ovviamente, ha interesse a pagare il meno possibile quel che compra ed a farsi pagare al prezzo più alto possibile quel che vende. Come qualsiasi studente di economia del primo anno sa, il “punto di Cournot” (cioè il punto in cui si realizza il maggior profitto possibile) è quello in cui è possibile vendere la maggior quantità di merce possibile al prezzo più alto possibile. Per cui, in una scala da 1 a 10 di pezzi venduti e da 1 a 10 del prezzo unitario per pezzo, il punto di maggior convenienza non è il prezzo più basso (1 Euro) con la vendita di 10 pezzi ed un ricavo di 10 Euro, e neppure il prezzo più alto 10 Euro e la vendita di un solo pezzo, con un ricavo, parimenti di 10 Euro. Il rapporto migliore è vendere 5 pezzi ad un prezzo di 5 Euro che darebbe un ricavato di 25 Euro.

Quindi la moneta forte, a determinate condizioni, è quello che consente il miglior rapporto fra prezzi e merci vendute ed è tale da rendere attiva la bilancia commerciale.

2. I prodotti tedeschi hanno una elevata appetibilità sul mercato internazionale essenzialmente per la loro elevata qualità tecnologica, che rende il loro acquisto non comprimibile oltre un certo livello. Si pensi all’acquisto di macchine industriali: in teoria un prezzo più vantaggioso dovrebbe spingere l’acquirente a preferire l’offerta di un concorrente, anche se il prodotto fosse di qualità tecnologica poco inferiore. Ma, in realtà, questo potrebbe significare maggiore deperibilità o rischio di più rapida obsolescenza del macchinario o minore produttività, e questo costituirebbe uno svantaggio rispetto a concorrenti che preferissero la migliore tecnologia tedesca. Sul lungo periodo, preferire una tecnologia acquistata a buon mercato, ma meno avanzata, determinerebbe un declassamento dell’azienda che avesse fatto questa scelta, avviandola verso la marginalità di mercato. Dunque, il rapporto qualità/prezzo, nel caso tedesco consente prezzi più alti, anche se non oltre i livelli di ragionevolezza economica.

In altri termini: una moneta più debole, e, di conseguenza, dei prezzi più bassi delle merci tedesche sul mercato internazionale, difficilmente provocherebbe un aumento di vendite tale da compensare la perdita del margine di guadagno per pezzo, perché il mercato già assorbe una quantità elevata di quelle merci ai prezzi attuali.

3. In terzo luogo, la Germania ha condizioni di mercato più favorevoli di altri per la sua particolare posizione geografica e per la struttura della sua economia. La Germania ha un vicino che è il suo esatto complementare, la Russia, ricchissima di materie prime, ma povera di cultura manageriale, debole tecnologicamente, con una rete infrastrutturale pietosa e limitate riserve finanziarie. I tedeschi, al contrario, sono poveri di materie prime ma ricchi di tecnologia, riserve finanziarie e cultura manageriale. Dunquel’attrazione verso est è nei fatti, prima ancora che nei progetti e costituisce una formidabile carta di riserva al probabile indebolimento dei mercati dell’Europa meridionale e della Francia. E la moneta forte non è un impedimento in questo senso: anzi permette di comprare a prezzi buoni le commodities russe consentendo a Mosca di rafforzare le sue riserve finanziarie, mentre l’assistenza nella costruzione delle reti infrastrutturali sarebbe l’ideale locomotiva per l’esportazione dei prodotti tecnologicamente avanzati delle industrie tedesche.

Altri mercati ancora possono interessare i tedeschi: Cina, Kazhakistan, India, Turchia, Indonesia ed, anche in questi casi, non è necessaria una moneta debole per essere competitivi.

4. C’è un ulteriore motivo di convenienza economica: la Germania ha un debito pubblico ufficialmente ad un po’ più dell’80% del suo Pil, in realtà al 105% se consideriamo (come per tutti gli altri casi del Mondo) anche la cassa depositi e prestiti che, per un espediente giuridico non viene considerata dai tedeschi. Questo significa che anche la Germania non è in grado, sostanzialmente, di restituire il suo debito (se è vero, come ci insegna Rogoff, che quando il debito supera la soglia del 90% si entra in una spirale senza ritorno), però ha un costo limitatissimo degli interessi, tanto basso da essere a momenti inferiore al tasso di inflazione, dunque da diventare interessi negativi. Ma questo costo così basso è dovuto sia all’immagine di solidità dell’economia tedesca, sia ad una moneta stabile su livelli alti, per cui i bond tedeschi sono un ottimo bene rifugio, tale da accettare anche interessi quasi nulli in cambio della sicurezza del capitale investito. Ovviamente, se l’Euro subisse una sensibile svalutazione, questo effetto svanirebbe ed inevitabilmente crescerebbe l’interesse da pagare per rendere appetibile l’investimento in bond tedeschi. Per cui, mentre le economie del sud d’Europa hanno bisogno di svalutare la moneta per rendere gestibile il loro debito, la Germania non ha interesse a questa soluzione, perché può gestire diversamente il problema del suo debito grazie ai bassissimi interessi ed alle diverse prospettive che consentono di far calare il debito grazie alla crescita.

5. E c’è un ultimo motivo di ordine non economico ma storico-psicologico: per i tedeschi la moneta stabile non è una scelta economica, è un dogma. L’esperienza dell’iperinflazione di Weimar ha scavato profondamente nella memoria dei tedeschi, passando una generazione all’altra. Per i tedeschi fu l’iperinflazione a spalancare la porta all’inferno nazista con tutto quel che ne conseguì. Storicamente non è vero, perché l’iperinflazione si arrestò nel novembre 1923 con il passaggio al nuovo marco, mentre a spianare la strada ad Hitler, semmai, furono le misure di austerità del governo Bruning. Ma questo passaggio è totalmente rimosso e il dogma della stabilità della moneta forte è la base della filosofia economica della Bundesbank così come dell’immaginario del tedesco medio. A Berlino, nessun governo sfiderebbe mai questo totem.

Ed allora, siete sempre del parere che i tedeschi abbiano interesse alla politica delle svalutazioni competitive?