CAUSA COMUNE QUOTIDIANA: NECESSITA UNA SVOLTA RADICALE E RIVOLUZIONARIA

Umanamente, è una condizione non è più sopportabile!!! Necessita una svolta radicale e rivoluzionaria”. 
Per il nostro paese, c’è un solo modo di rimanere in vita, così da rendersi alternativo a tutto e tutti, al punto tale da essere preso ad esempio dal mondo intero: LA TOTALE AUTONOMIA E INDIPENDENZA.
L’Italia è uno fra i pochi paesi al mondo in grado di compiere questo passo, in virtù di alcune prerogative ed eccellenze che la rendono unica fra tutti. La sua ubicazione geografica al centro del mediterraneo, la varietà del territorio e del clima, il patrimonio storico e culturale, gli 8000 km di coste, la molteplicità delle sue tradizioni, l’artigianato, la cucina, l’arte, le sue foreste e montagne, il suo patrimonio idrico, il calore umano dei suoi abitanti, e più in generale, l’unicità della sua bellezza, sono tutti elementi che ci inducono a considerare la seria possibilità di liberarci da ogni altro soggetto esterno di natura economica/finanziaria e politica, che non solo condiziona, ma che ci pone in uno stato di subalternità e di dipendenza rispetto ad altri stati, che non possono in alcun modo competere con noi, per risorse naturali e storiche.
Come possiamo noi italiani, vivere da poveri, quando calpestiamo il suolo di uno fra i paesi più ricchi e straordinari della terra, per tutti i motivi sopra elencati? Quale altra nazione europea (per restare nei paraggi), può concorrere con l’Italia e vantarsi di una tale e così straordinaria eredità? Dimentichiamoci del debito, dello spread, del pil, di banche, finanzia, e della Germania! Una guerra che non potremo mai vincere! Lasciamo invece che questa terra dia il meglio dei suoi frutti, delle sue potenzialità e capacità! Non abbiamo niente da importare – abbiamo tutto e di più! Chiudiamo i battenti al mondo per fare ciò che veramente sappiamo fare, e lasciamo ad altri quel lavoro sporco di cui tanto vanno fieri.
Dichiariamoci dunque “NAZIONE BIOLOGICA”, per liberarci da migliaia di fabbriche fumanti, malsane e inquinanti. Chiudiamola con la globalizzazione dei mercati e delle merci, per commercializzare i nostri di prodotti limitandoci alla quantità che siamo in grado di produrre e di consumare, o in caso di esportare. Consumiamo il nostro olio, il nostro vino, le nostre arance. Liberiamo le strade dal caos, dal fumo e dal frastuono di migliaia di camion, mezzi pesanti e affini che come una giostra impazzita si muovono avanti e indietro senza sosta e ragione per assecondare i bisogni effimeri di un consumismo demenziale e schizofrenico. Il mare è la nostra via di commercio – una opportunità che non abbiamo mai voluto cogliere, per dare in pasto il nostro territorio agli appetiti di multinazionali e gruppi di potere, che sulla nostra pelle hanno costruito le loro perverse fortune. Basta con le scorie e i rifiuti tossici dispersi in ogni dove, e con tutto ciò che mette a rischio la nostra salute, la qualità della vita dei nostri figli, e ipoteca il loro futuro.
Va fatta pulizia, adesso, perché questo nostro paese torni a splendere di quella luce che un tempo, come un faro, illuminava il mondo. E perché Dio ci perdoni di tutte le ferite che gli abbiamo inferto per dare forma alla nostra eccezionale stupidità.
Milioni di turisti si riverserebbero sulle nostre coste, sui laghi, fiumi, valli e montagne, ed altrettanti in coda per gli anni a venire. Perché questa è la realtà! Questo è il prossimo futuro: luoghi incontaminati dallo sterco industriale, dove l’acqua scorre pura dalla sorgente fino al mare, dove l’aria profuma di fiori e di terra, e dove il cibo e il vino ci raccontano la storia di questo grande paese.
Dobbiamo pertanto renderci autonomi, auto/sufficienti, liberi – e va fatto ora, riconvertendo industria in agricoltura biologica, in tecnologia, in artigianato, in lavoro in passione. In questo modo possiamo aspirare alla felicità e prendere consapevolezza dei veri bisogni e diritti dell’uomo.
Un tale ipotetico paese, susciterebbe l’invidia generale, e a breve, molti altri ne seguirebbero l’esempio.

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IL POTERE DELLA MENZOGNA

“E più la menzogna è spudorata, più esorbitanti sono i loro guadagni”
La menzogna, oggi, si materializza nelle promesse dei politici alla vigilia delle elezioni e negli Spot pubblicitari che propagandano a tambur battente gli straordinari effetti di miracolose diete, creme snellenti e farmaci taumaturgici. Si materializza nelle parole di preti in abiti principeschi dai volti emaciati e contratti dal dolore che, da esperti commedianti navigati, promettono gioia e vita eterna ai miserabili, agli afflitti, agli ammalati e ai diseredati, standosene comodamente appartati, al caldo nei sontuosi salotti vaticani, intenti a disquisire sull’immoralità dell’uso del preservativo, e altre amenità del genere. Nell’arco di solo mezzo secolo, la menzogna è stata assimilata a pratica relazionale e comportamentale, generazione dopo generazione, fino a noi, che ne abbiamo fatto baluardo di civiltà, di progresso e di semplificazione.
Come si è venuta a creare e a consolidare una tale condizione, senza che un moto di ribellione popolare, sia insorto ad arginare una tale degenerazione?
“Ci sono campi, campi sterminati, dove gli esseri umani non nascono, vengono coltivati. A lungo non ho voluto crederci, poi ho visto quei campi con i miei occhi…”
Gli individui che compongono le moderne società liberiste, inette e rammollite, non conoscono la verità. Il loro pensiero omologato e omologante, è il risultato di un libretto di istruzioni che il “Sistema Relativista Mediatico” distribuisce loro, e che, gli stessi, interpretano alla lettera in ogni suo punto, comma e nota. Questo succede, perché al di fuori di quella recinzione, che circoscrive la loro apparente esistenza, non saprebbero sopravvivere. “La fuori, l’acqua scorre immacolata dalla sorgente fino al mare, e l’aria profuma di fiori di pesco. La sera, intorno al camino, la fuori, la gente racconta storie fantastiche, e i bambini spalancano di meraviglia i loro occhioni, cavalcando cavalli alati sopra foreste primordiali popolate da elfi, gnomi e fate. La fuori, la terra è piatta e le stelle sono i desideri degli uomini appese al grande manto celeste. Perché la fuori, tutto è chiaro ed evidente, e il volto del male non ha le sembianze del mendicante. Ma all’interno della Grande Gabbia, tutto è relativo. Così, il giusto e l’iniquo si confondono, la licenza si fa libertà, la contraffazione verità, il falso spodesta l’originale mentre lo scempio ambientale si fa progresso. E intanto la bellezza si prostituisce, scandalosamente, alle lusinghe della perversione, e del vizio”. J.T.
Meglio restarsene buoni dentro la Grande Gabbia, dove tutto è già codificato e programmato, dove ogni più remoto barlume di consapevolezza e discernimento è stato cancellato, e principi e valori non sono che le parole sconosciute e vuote di un mondo ancestrale, di una dimensione onirica e di un tempo eroico che fu.
Tutto questo di contro, induce a forme di frustrazione, di depressione e di smarrimento panico, alle quali, il Sistema, cerca di ovviare, mettendo a disposizione nuovi strumenti di comunicazione virtuale, atti a fare interagire in tempo reale, i vari sentimenti di rabbia, di indignazione e di immaginifiche rivoluzioni e sommosse. In questo modo il Sistema li disattiva, rendendoli inoffensivi, tenendoli impegnati e dando loro l’impressione di essere protagonisti e possibili artefici del cambiamento. Ogni soggetto è schedato, controllato e, di privato, non è rimasto nulla.
Per questa inedita specie umana, non vi è alcuna speranza di riscatto essendo la sua mente, oramai completamente plagiata e la sua volontà e reattività, ridotta ai minimi termini. La sua passione per la terra si è estinta, e la fatica per il lavoro dei campi, un ostacolo insormontabile.
Noi occidentali, in primis, non siamo che polli in batteria. Nella Grande Gabbia ci siamo imprigionati volontariamente, dopo averla noi stessi costruita, recidendo ogni rapporto con il mondo degli spiriti. Ogni parametro di riferimento e di comparazione logica, necessari per giungere a decifrare e definire scelte oggettive di stampo etico, sono stati per sempre cancellati dalla nostra coscienza, e la nostra consapevolezza , è limitata all’area occupata all’interno della Grande Gabbia, dove tutti, trascorriamo una vita artificiale, .
Questo tipo di particolare schiavitù, (eccezionale nella storia dell’umanità) ha privato l’individuo, dell’alba e del tramonto, costringendolo ad un’esistenza limbica, a mezz’aria fra una presente assente e un domani inesistente. Un mutante umanoide, risultato ultimo di un processo regressivo di omologazione cognitiva che, inverosimilmente, lo stesso, ha pianificato e reso operativo. Un caso unico, per l’eccezionalità, nella storia dell’umanità.
Questo “singolare” esemplare umano, affetto da una particolare patologia (infantilismo cronico degenerativo), non è in grado di procurarsi il cibo, di scaldarsi, di produrre autonomamente alimenti, di soffrire e di decidere.
Un uomo privo della più remota forma di volontà, che rifiuta ogni fatica fisica, responsabilità individuale e ragione, essendosi consegnato anima e corpo fra le grinfie del Sistema Padrone da lui stesso partorito.
La maggior parte del suo cervello, che per milioni di anni gli ha consentito di sopravvivere, di adattarsi ed evolversi, non solo è rimasta inattiva, ma nella gran parte degli individui del mondo occidentale (nuove generazioni in particolare), è totalmente assente.
Nel frattempo il Sistema si sfrega le mani, sapendo che fuori dalla Grande Gabbia – da quella prigione – non è più in grado di sopravvivere.

RIFLETTIAMO INSIEME: IL 2013 SARA’ L’ANNO DEL "CONSENSO SOCIAL"?

Prepariamoci: grazie ai social media, chi godeva di rendite di posizione, ruoli ottenuti per nepotismo o per sotterfugio, presto dovrà guadagnarsi sul campo il consenso, in modo assai più democratico. 
L’alternativa? La marginalizzazione

Twitter ha cambiato le regole del gioco e reso assai più appetibile anche per chi non se ne era finora interessato spendere del tempo per “rompere il ghiaccio” iniziale dell’apprendimento di un nuovo strumento. Questa motivazione forte che ha convinto una “nuova generazione” di social networker è stata la possibilità di interagire direttamente con il personaggio pubblico. Infatti le novità dello strumento sono state quella di essere congegnato in modo da “forzare” il vip a produrre contenuti e la facilità di “botta e risposta” immediata con i followers. Avere utenti “di peso” che hanno cominciato ad usare twitter ha comportato lo “sbarco” in massa dei giornalisti che non potevano permettersi di “bucare” notizie importanti fornite direttamente online dai protagonisti. Il tutto ha comportato un enorme rinforzo dell’informazione online che si è alimentata di tutti i diversi canali finora già esistenti ma non ancora di massa critica. Il tweet rimanda al blog che include un video di youtube che viene liked su facebooke commentato sui forum. I commenti originano tweet che vengono ripresi da televisione e giornali come “voci della rete”, le notizie originano tweet e il cerchio si chiude.

Un mio video di un’ora su temi economici (quindi niente di clamorosamente pop) realizzato da Claudio Messora, un blogger, ha avuto circa 130mila visualizzazioni, cosa direi assolutamente impossibile solo pochi anni fa. Quindi prepariamoci perché chi godeva di rendite di posizione, cattedre “rubate”, ruoli ottenuti per nepotismo o per sotterfugio, si troverà ben presto a doversi guadagnare sul campo il consenso in modo assai più democratico. L’alternativa sarà non scendere nell’arena della discussione on line e venire quindi ad esseremarginalizzato, tamquam non esset, oppure partecipare, ma col rischio di rivelare al mondo la propria pochezza.

Stiamo vedendo questo fenomeno nella politica, nell’economia ma lo vedremo anche in settori finora “sacri” e di stretto appannaggio di èlites quali l’arte. Il meccanismo secondo il quale le fortune di un artista nascevano o morivano a seconda dei commenti indiscutibili del critico o del curatore sarà, a mio parere, sostituito sempre più dall’intervento diretto dei collezionisti e dalle discussioni via forum, anch’esse magari rinforzate dagli altri network. Un esempio? In attesa dell’uscita del mio libro “Investire nell’Arte” (dove questi temi legati ai social network vengono diffusamente trattati) ho provato a testare la reattività di twitter ad un argomento difficile come la storia dell’arte. Ebbene, la partecipazione alle discussioni di #unquadroalgiorno (raccolte poi in diversi storify e conservate sulla mia page di facebook) è stata sinora incredibile, con discussioni interessantissime fatte “live” anche ad orari proibitivi a notte inoltrata.

Il consenso si formerà anche in Rete e in misura sempre maggiore. Meglio capirlo subito. Buon Anno Social a tutti.

RIFLETTIAMO INSIEME: METTIAMO UN REDDITO GARANTITO NELL’AGENDA POLITICA

Consiglio direttivo del Bin Italia
In questa campagna elettorale si è cominciato, ancora con troppa timidezza, a citare il tema del sostegno al reddito, evocato con declinazioni diverse, a volte confuse e spesso contrapposte. Su come e quando il tema del reddito sarà discusso, su come si intende articolarlo, quali saranno i criteri che lo caratterizzeranno nella forma e nella sostanza economica, su come e quando si intende introdurlo non abbiamo ancora dei riferimenti chiari. Per quanto ci riguarda auspichiamo che sia uno dei punti da affrontare entro i famosi primi 100 giorni dell’azione governativa, che sia affrontato come una proposta urgente e necessaria per i cittadini di questo paese.

Circa un anno fa, all’avvio del governo Monti, denunciammo con una lettera aperta intitolata “Fate presto!” (www.bin-italia.org/informa.php?ID_NEWS=315) il rischio di default sociale del nostro Paese. Da allora la crisi sociale si è andata aggravando, gli ultimi dati a disposizione raccontano di un 29.9% delle persone in Italia a rischio povertà. Non aver preso in seria considerazione il nostro appello a “Fare presto!”, nel quale si indicava il reddito garantito come uno degli strumenti di contrasto alla crisi, ha evidentemente aggravato la condizione sociale di milioni di persone. I furti dei generi di prima necessità nei supermercati sono aumentati, i giovani privi di occupazione ed espulsi anche dal ciclo della formazione sono oltre 2,5 milioni, tra i disoccupati solo 1 su 4 riesce a trovare un lavoro, sempre più spesso precario, entro un anno.

Si aggiunga l’emergere di continui scandali nella gestione delle risorse pubbliche (oltre 60 miliardi di euro il costo della corruzione per la Corte dei Conti), e la perdurante incapacità di agire in modo convincente sul fronte dell’evasione fiscale (l’Agenzia delle Entrate stima circa 120 miliardi annui), così come l’enorme massa di denaro pubblico che finisce in sprechi ed inutili opere o il costo delle spese militari, non ultime quelle per la dotazione di nuovi cacciabombardieri. Il mix esplosivo tra crisi economica e impoverimento di massa da un lato e corruzione e ingiustizie sociali dall’altro, rende sempre meno differibile l’avvio di un’operazione di importante redistribuzione delle risorse.

La Commissione europea ci esorta da anni a combattere la “segmentazione“ del nostro mercato del lavoro e ci chiede di adottare misure universali di indennità di disoccupazione, oltre che efficienti misure di sostegno al reddito. Risale addirittura al 1992 la prima Raccomandazione in questo senso ed il Parlamento europeo ha adottato nell’ottobre del 2010 una Risoluzione dai toni ancora più netti verso il reddito minimo garantito. E’ noto che in numerosi Stati europei si ha la possibilità di accedere ad un sussidio di disoccupazione (in Italia solo il 17,2% di disoccupati riesce a farlo, contro il 94,7% dell’Olanda, il 91,8% del Belgio, il 70,9% della Francia, l’80% della Germania) e sappiamo anche che quando questo termina si ha diritto al reddito minimo garantito con un ammontare medio pari a oltre 600 euro al mese in Belgio o Austria, a 800 euro in Irlanda o in Olanda, senza poi menzionare i livelli di tutela degli ordinamenti scandinavi. E’ noto poi che oltre al sostegno finanziario i nostri concittadini europei possono contare sull’accesso ed il sostegno alla casa, ai trasporti, alla cultura o a misure per la famiglia o i figli.

A tale riguardo non sarà certo sfuggita ai candidati di questa tornata elettorale la straordinaria mobilitazione di questi ultimi mesi per l’istituzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese (si veda http://www.redditogarantito.it) con la raccolta di firme perl’adozione della legge di iniziativa popolare sul reddito minimo che ha attivato decine di comitati locali in tutto il Paese.

A ridosso delle elezioni politiche e per i governi di alcune importanti Regioni, riteniamo che a questo tema debba essere data la necessaria priorità e chiediamo che venga urgentemente inserito nelle agende di governo sia regionali che nazionali. Per questo il BIN Italia lancia una campagna dal titolo “il Reddito Garantito nell’Agenda politica” invitando la società civile, i movimenti, le reti e le associazioni, ma anche i candidati alle prossime elezioni sensibili al tema, ad organizzare iniziative pubbliche nei propri territori. Lanciamo un appello ad aprire in ogni territorio un confronto ed una discussione sulla necessità dell’introduzione del reddito garantito nel nostro paese.

Alle associazioni, alle reti ed ai movimenti della società civile chiediamo: di contribuire costruendo iniziative pubbliche nelle quali sollecitare ai candidati dei propri territori di riferimento un impegno a far inserire il tema del reddito garantito nell’agenda politica.

Ai candidati alle prossime elezioni politiche o regionali chiediamo: di prendere parola, di portare in agenda questo tema, di rendersi disponibili a partecipare ad iniziative pubbliche o di organizzare essi stessi incontri pubblici che diano visibilità e risalto alla questione del reddito garantito nel nostro paese.

Vi chiediamo di comunicarci data, ora, città e relatori dell’incontro che intendete organizzare così da consentirci di darne notizia anche sul sito del Bin Italia.

L’Associazione BIN Italia, oltre a garantire la pubblicazione on line delle iniziative si mette a disposizione per supportare – ove sia possibile – con pubblicazioni, materiali, relatori.

RIFLETTIAMO INSIEME: RIPOLITICIZZARE LA DECRESCITA

di Marino Badiale e Fabrizio Tringali

fonte: Main-Stream
Quest’anno la Conferenza Internazionale sulla Decrescita, ormai giunta alla terza edizione, si è tenuta in Italia, a Venezia, dal 19 al 23 settembre. Senza dubbio l’iniziativa è stata un successo: circa 700 partecipanti provenienti da 47 paesi diversi, età media piuttosto bassa (più di un terzo degli iscritti aveva meno di 30 anni), grande partecipazione sia alle assemblee plenarie sia ai workshop (più di 80 in tre giorni), circa 180 papers discussi. Tutto ciò, unito alla capacità dimostrata dagli organizzatori, prova che anche in Italia il movimento della decrescita, nelle sue varie componenti, è ormai una realtà ben consolidata. Un risultato di questa portata comporta anche, come è ovvio, una grande responsabilità: quella di far crescere e fruttificare le potenzialità che il movimento ha dimostrato di avere, riuscendo ad incidere effettivamente sulla realtà politica, a livello sia nazionale sia internazionale.

Il pensiero della decrescita ha certamente la possibilità di sparigliare le carte della lotta politica tradizionale, imponendo un’agenda non riducibile agli schemi concettuali che hanno segnato gli antagonismi del Novecento, in particolare quello fra destra e sinistra. Ma affinché la decrescita possa sviluppare le sue grandi potenzialità, è probabilmente necessario un ulteriore sforzo di focalizzazione di alcuni nodi concettuali.

E’ vero, infatti, che il movimento della decrescita appare oggi già ben attrezzato per un’azione efficace su questioni concreti e locali (buone pratiche di vita, difesa dei beni comuni), e questo è senz’altro uno dei suoi aspetti migliori, che lo rende molto diverso dai tanti gruppuscoli sempre pronti a definirsi “rivoluzionari” nelle intenzioni e negli slogan, ma mai capaci di esserlo nella realtà della vita. Ed è altrettanto vero che all’interno del movimento si sta elaborando una riflessione, difficile e impegnativa, sugli aspetti filosofici e antropologici di fondo che stanno alla base del nostro mondo “globalizzato” e della sua deriva verso l’autodistruzione.

Ciò che sembra mancare è una teorizzazione di livello, diciamo così, intermedio fra le pratiche concrete, da una parte, e la problematica del superamento degli schemi generali del pensiero del nostro “Occidente globale”, dall’altra.

Una teorizzazione“intermedia” di questo tipo è quella che ruota attorno alla nozione di “capitalismo” (o magari di “modo capitalistico di produzione”). Non che questi temi siano del tutto assenti nelle riflessioni “decresciste”, tuttavia spesso appaiono un po’ sfocati o addirittura sovrapposti a quelli di “Occidente” o di “Modernità”. In questo modo si corre il rischio di perdere di vista gli snodi storici e teorici da cui originano le trasformazioni della società capitalista, tra cui, per esempio, il passaggio, avvenuto a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del Novecento, dal capitalismo “riformista-keynesiano” del dopoguerra a quello “neoliberista-globalizzato” dell’ultimo trentennio.

Non ci stiamo impuntando su uno sfizio teorico. Stiamo sottolineando che la messa a fuoco delle ragioni e degli effetti di quel passaggio nodale assume oggi fondamentale importanza per la comprensione dei drammatici problemi che abbiamo di fronte. Infatti, è con l’instaurazione del capitalismo “neoliberista” e “globalizzato” che il capitale, pressato dall’esigenza di autovalorizzazione e incapace di soddisfarla nelle forme tipiche del trentennio precedente, avvia una dinamica in cui, da una parte, sviluppa forme sempre più pervasive di finanziarizzazione (sia per trovare nuovi impieghi profittevoli, sia per sostenere con il credito un certo livello di consumi), mentre dall’altra parte invade nuove sfere sociali (la scuola, la sanità, lo sport vengono forzati, in un modo o nell’altro, a sottomettersi ad una logica di tipo aziendale), fino a configurarsi come “capitalismo assoluto” [1]:la società, così come la natura, sono interamente sussunte alle esigenze di autovalorizzazione del capitale. Ciò ne altera inevitabilmente, speriamo non irreversibilmente, gli equilibri vitali. Si tratta, certo, di dinamiche che erano già potenzialmente presenti nelle fasi precedenti dal capitalismo, ma che appunto solo negli ultimi decenni hanno potuto dispiegarsi compiutamente, con forza devastante, senza che nessuna realtà antagonista sia stata capace di opporre forme di resistenza efficace e soprattutto visioni alternative sufficientemente elaborate e credibili.

Un altro livello concettuale “intermedio” che sembra non ancora messo a fuoco nella riflessione interna al mondo della decrescita, è quello che riguarda lo Stato e le sue istituzioni.

A Venezia si è visto con chiarezza quanto questo mondo offra un patrimonio di idee ed esperienze vastissimo per quanto riguarda la partecipazione democratica, lo sviluppo dei movimenti dal basso, la creazione di legami paritari dentro di essi, lo sforzo di presa di parola da parte di soggetti ai quali la voce è stata a lungo sottratta. Ma questa grande ricchezza pratica e teorica sembra avere qualche difficoltà a tradursi sul piano della lotta politica, della rappresentanza, delle istituzioni democratiche.

Si tratta, comprensibilmente, di un ambito che è guardato con sospetto da quanti lottano per il cambiamento, dato che oggi, in tutto l’Occidente e non solo in Italia, il sistema politico-istituzionale è occupato da un ceto politico ripugnante, dedito solo alla cura dei propri interessi e totalmente prono alle richieste delle élite dominanti dell’economia.

Resta tuttavia il fatto, ineludibile, che per produrre cambiamenti reali allo stato di cose presenti, le buone pratiche della decrescita devono potersi tradurre in buone leggi generali e in buone istituzioni politiche.

Questo relativo disinteresse verso l’organizzazione, il funzionamento e le istituzioni dello Stato, è talvolta motivato con l’argomento che la realtà della globalizzazione ha reso inefficace e obsoleto il potere dello Stato-nazione tradizionale. Si tratta però di un argomento che è facile rovesciare: è probabile che nessuno, nei vari movimenti anti-sistemici, abbia l’ingenuità di ritenere la “globalizzazione” un dato di natura, una realtà sorta per inevitabile necessità.

La globalizzazione è la forma attuale che ha assunto il progetto politico dei ceti dominanti internazionali, finalizzato a mantenere il loro potere anche dopo i mutamenti nelle condizioni economiche, sociali e geopolitiche intervenuti negli anni Settanta (qui si vede come il tema presente si colleghi a quello precedente sulla necessità di mettere a fuoco la dinamica interna del capitalismo nella seconda metà del Novecento). E se tale progetto ha bisogno dell’indebolimento dello Stato-nazione tradizionale per potersi dispiegare, questo dovrebbe essere un buon argomento in difesa delle sovranità nazionali. Per muovere ovunque le loro merci e i loro capitali, senza incontrare barriere o limiti, i ceti dominanti abbattono le frontiere (politiche ed economiche) e scatenano la concorrenza a livello planetario, spingendo una corsa al ribasso dei diritti dei lavoratori e dei livelli di vita dei ceti medio-bassi, e finendo per applicare una ripugnante divisione del lavoro al mondo intero: regioni adibite all’iper-produzione a basso costo, altre al consumo ossessivo-compulsivo, altre ancora relegate al ruolo di discariche di rifiuti tossici, e così via.

Di fronte a tutto ciò la reazione di chi voglia opporsi ai ceti dominanti e al loro capitalismo necrofilo dovrebbe essere, a nostro avviso, la strenua difesa dello Stato-nazione, non come valore assoluto e astorico, ma come concreta, fattuale, barriera politica capace di essere, in questa fase, ostacolo al pieno dispiegamento del capitalismo assoluto, e, nella prossima, culla di una nuova forma di democrazia partecipata e armonica con la natura. Del resto, uno dei pilastri del pensiero della decrescita è la difesa dei beni comuni e la loro de-mercificazione. Ma per sottrarre l’acqua, lo sfruttamento del territorio, la salute, i trasporti, alle logiche del profitto economico è necessario un settore pubblico, statale, dell’economia che se ne faccia carico. Il movimento per l’acqua pubblica nato in occasione dei referendum del giugno 2011 ha insegnato a tutti noi come sia possibile proteggere un bene comune mantenendone la gestione all’interno del settore pubblico, spogliandone ogni forma di possibile lottizzazione o mercificazione grazie a gestioni aperte, trasparenti e partecipative.

Purtroppo in alcuni settori del movimento della decrescita emerge una sottovalutazione dell’esigenza di un forte ruolo dello Stato nell’economia, senza il quale gli obiettivi che lo stesso movimento pone diventano irrealizzabili: pensiamo per esempio alla diminuzione del tempo dedicato al lavoro oppure all’abbassamento della domanda di energia ed alla sostituzione delle fonti fossili e inquinanti con quelle rinnovabili. A sua volta, per poter assegnare un forte ruolo al settore pubblico dell’economia è necessario che lo Stato recuperi piena sovranità nelle politiche economiche e monetarie, liberandosi dai vincoli imposti dall’appartenenza all’euro e all’Unione Europea.

Infine, per fare un esempio concreto di un approccio politico che potrebbe entrare in sinergia col movimento della decrescita, citiamo la proposta (fatta da Badiale e Bontempelli qualche tempo fa in alcuni scritti) di porre la Costituzione della Repubblica Italiana come elemento di base di una possibile forza politica antisistemica in Italia. Perché la Costituzione? Perché essa rappresenta un risultato di alto livello della temperie culturale nella quale nasce, e proprio per questo esprime una serie di valori e istanze in totale contrasto con la realtà del capitalismo attuale. In sostanza essa prevede forti elementi di limitazione del pieno dispiegarsi della logica capitalistica, perché, per esempio, assume che l’organizzazione del settore privato dell’economia debba comunque rispondere a finalità sociali. Nel dopoguerra tali aspetti venivano, ovviamente, declinati in chiave di riformismo socialdemocratico: sviluppo economico e aumento dei consumi. Ciò non toglie che essi possano oggi essere riletti in una chiave diversa, appunto quella del contrasto al pieno dispiegamento della logica del capitalismo assoluto e quindi, in sostanza, in un’ottica anticapitalistica.

Non a caso le proposte di modifiche della Carta che attualmente emergono dal mondo politico sono tali da rimettere in discussione quei principi (pensiamo, per esempio, agli attacchi all’articolo 41), oltre a quelli relativi alla divisione dei poteri.

Si comprenda bene: la nostra Costituzione, all’epoca in cui fu scritta, aveva poco o nulla di anticapitalistico. Essa si accordava molto bene con la logica del capitalismo “riformista-keynesiano” del “Trentennio dorato” seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Ma quella forma di capitalismo è stata travolta dalla crisi degli anni Settanta ed è stata sostituita dall’attuale capitalismo “neoliberista-globalizzato”. In questa nuova situazione, gli spunti costituzionali che all’epoca semplicemente traducevano istanze riformistiche potrebbero diventare ora, se usati da un movimento politico che sapesse sfruttarne questa valenza, leve per la messa in crisi dell’attuale organizzazione sociale.

Ma un tale tipo di capacità politica di uso della legge fondamentale dello Stato può essere assunto solo da un movimento politico che riesca a focalizzare con precisione i temi che abbiamo qui accennato.

Sono questi, noi crediamo, alcuni dei temi che la riflessione teorica del movimento della decrescita dovrebbe porsi.
[1] Sul concetto di “capitalismo assoluto” si veda M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari, 2007, pagg.169-175.

RIFLETTIAMO INSIEME: GUERRA E PACE


In Italia, dal dopoguerra, la politica estera è materia di scontro elettorale tra destra e sinistra, tra guelfi e ghibellini e, nel peggiore dei casi, purtroppo il più consueto, allineamento agli interessi di potenze straniere. Poco è cambiato in quasi settant’anni, dal confronto tra Trieste italiana o titina, dall’invasione dell’Ungheria benedetta dal Pci, ai missili di Cuba, alla guerra dei Sei Giorni tra Israele e Egitto, al Vietnam, alla prima e la seconda guerra in Iraq. Le ideologie e i retrobottega dei partiti hanno prevalso sugli interessi nazionali e sulla verità dei fatti, con una conseguente perdita di credibilità dell’Italia. Inaffidabile, serva, voltagabanna. 

Chi può fidarsi di una Nazione che ripudia la guerra nella sua Costituzione, firma un solenne trattato di pace con la Libia e la bombarda pochi mesi dopo? 
Chi può credere alla buona fede di uno Stato che ha occupato l’Iraq con il pretesto di armi di massa mai esistite, se non nella fantasia di Bush, e ha attaccato l’Afghanistan senza ragione alcuna e tuttora vi mantiene le sue truppe? 
I bombardamenti sulla Serbia erano parte di un intervento pacificatore dei post comunisti italiani?

Dopo il crollo del muro di Berlino e il dissolvimento del Patto di Varsavia, la Nato ha perso il suo significato originario di contrapposizione al blocco sovietico, il vecchio impero del male di reaganiana memoria. Da allora, dal 1989, l’Italia si è trasformata da piattaforma strategica ad ascaro al servizio della Nato. Arruolata in tutte le guerre, ma sempre con l’alibi della missione di pace. L’obiezione tipica è “Se si fa parte della Nato si deve partecipare a ogni qualsivoglia guerra da questa dichiarata“. Un falso. Un’obiezione contraddetta dai fatti. La Germania, che è nella Nato, non è infatti entrata in guerra contro la Libia. L’articolo 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“. La nostra politica estera deve attenersi strettamente alla Costituzione. Mai più guerre per favorire gli interessi di altre potenze, mai più guerre se non per scopi difensivi. Vannoritirati i nostri soldati dall’Afghanistan, dove gli USA stanno trattando la fine delle ostilità con i talebani da più di un anno senza che i nostri media ne diano notizia, dall’Iraq e da ogni teatro di guerra. La nostra politica estera deve essere di pacificazione, di prevenzione dei massacri religiosi o etnici, di rafforzamento dell’Onu e dei caschi blu. Dov’era l’Onu durante il genocidio in Ruanda o la strage di Sebrenica? A raccogliere le margherite di chi poneva il veto? E perché all’Onu qualcuno è più uguale degli altri e può bloccare un intervento umanitario? E dove sono i caschi blu durante i periodici bombardamenti in Palestina? Intervenire per garantire i più deboli, per evitare i massacri, interporsi tra le parti in guerra e dare assistenza ai civili: questo è lo spirito della nostra Costituzione, questa deve essere la base della nostra politica estera.

RIFLETTIAMO INSIEME: IL FALLIMENTO DELLE RIVOLUZIONI SOCIALI


fonte: Evolfenix

Le rivoluzioni falliscono innanzitutto perché non sono rivoluzioni. La rivoluzione è possibile solo nell’anima individuale. La rivoluzione sociale è uno pseudo-fenomeno, non avendo la società un’anima propria. La rivoluzione è un fenomeno spirituale. Non ci può essere una rivoluzione sociale né una rivoluzione politica né una rivoluzione economica. L’unica rivoluzione è quella dello spirito, è individuale. Se milioni di individui cambiassero se stessi, la società cambierebbe di conseguenza e non viceversa. Non puoi cambiare prima la società e sperare che, in seguito, cambino gli individui. Ecco perché tutte le rivoluzioni sono fallite: poiché le abbiamo iniziate dalla direzione errata. Abbiamo pensato che se avessimo cambiato la società, la struttura economica e politica, un giorno sarebbero cambiati anche gli individui, che sono gli elementi costitutivi della società. È una stupidaggine! Una simile rivoluzione cosa produrrebbe?

Per esempio nel 1917 in Russia accadde una cosiddetta grande rivoluzione. Chi poteva prendere l’iniziativa di fare questa rivoluzione? Chi avrebbe assunto il potere? Stalin arrivò al potere! Stalin non aveva vissuto alcuna rivoluzione interiore a livello personale; era un prodotto della stessa società che aveva cambiato o che stava tentando di cambiare. Ha dimostrato di essere un capo assai più pericoloso degli zar che aveva distrutto; di fatto aveva vissuto sotto quegli zar, era un sottoprodotto di quella società feudale.

Ha tentato di cambiare la società, però egli stesso aveva una mentalità da dittatore. Impose la sua dittatura alla Nazione e la rivoluzione diventò una controrivoluzione. Questa è stata la sfortuna di tutte le rivoluzioni accadute nel mondo, perché il rivoluzionario è sempre [nel senso di “ finora è sempre stato] lo stesso tipo di persona creata dal passato, non è una persona nuova. Cosa potrebbe fare se non ripetere il passato mettendogli solo etichette nuove? Chiamandolo comunismo, socialismo, fascismo [democrazia]; il nome non è importante, sono tutti nomi di fantasia. I nomi di fantasia turlupinano la gente [la bilingua di orwelliana memoria ne è un perfetto esempio]. Mulla Nasruddin [in molte culture orientali questo è il nome del saggio per antonomasia, con alcuni tratti ironici, per cui lo utilizzano nel raccontare le sue storie, sempre ricche di strane sorprese, allo stesso modo con cui noi utilizziamo Pierino, Tizio o Seneca] andò dal medico per farsi fare un controllo generale e gli disse: «Per favore mi parli in modo semplice, non voglio nessun abracadabra medico o scientifico. Mi spieghi con parole semplici qual è il mio problema . Non usi nomi roboanti in latino o in greco. Mi dica, con parole elementari, qual è il mio problema». Il medico lo visitò, poi gli disse: «Se vuoi sapere la mia diagnosi, in parole semplici, non hai nessuna malattia, sei soltanto pigro». Il Mulla rispose : « Bene, la ringrazio. Adesso mi dica un nome di fantasia da riferire a mia moglie. Più il nome è roboante e meglio sarà. Scelga il più difficile!»

Noi continuiamo ad attribuirle nomi di fantasia, ma in profondità la realtà rimane sempre la stessa [quantomeno diversa peggiorativamente rispetto alle aspettative].

Nel 1917 non accadde niente. Uno zar fu sostituito da un altro, naturalmente più pericoloso. Perché più pericoloso? Perché Stalin aveva distrutto lo zar: era più forte di lui e certamente più astuto. Conosceva il modo usato per distruggere lo zar, quindi sapeva bene come fare per proteggersi e per non subire la stessa fine. In Russia creò una schiavitù maggiore della precedente, perché aveva paura che, prima o poi, l’avrebbero spodestato. Pertanto dovette rompere tutti i ponti e gettare via tutte le scale che aveva usato per raggiungere il potere e dovette essere assai guardingo. Lo zar stesso non era stato altrettanto cauto, poiché era zar dalla nascita e, avendo ereditato il potere, l’aveva dato per scontato. Invece Stalin si era fatto strada da solo e la strada era stata difficile. Il viaggio era stato lungo e periglioso, aveva dovuto annientare molti nemici.

A rivoluzione avvenuta, cominciò a distruggere e a uccidere tutti coloro che avrebbero potuto, in un modo o nell’altro, competere con lui. Trockij fu ucciso perché era l’uomo pronto a succedergli, era il più vicino a lui. Di fatto, in russia, era più influente dello stesso Stalin; essendo un intellettuale ebreo e un grande oratore, attraeva maggiormente le masse. Intellettualmente Stalin era una nullità, se confrontato a Trotsky: questo doveva essere ucciso. È possibile che anche Lenin fosse stato avvelenato dai suoi medici. In seguito, negli anni in cui Stalin fu al potere, egli annientò tutti i suoi avversari potenziali. Tutti i membri del Politburo furono uccisi, a uno a uno. È stato l’uomo più potente nella storia di tutta l’umanità e trasformò la Russia intera in un ‘immensa prigione.

Così falliscono le rivoluzioni: la ragione principale del fallimento è che le abbiamo iniziate dalla direzione errata.

Il secondo motivo è che, a rivoluzione avvenuta, siamo stati costretti ad annientare i rivoluzionari, perché erano persone pericolose. Avevano distrutto la società esistente e allo stesso modo avrebbero distrutto la società appena creata: rivoluzionari sono i drogati della rivoluzione. Conoscono solo una situazione, sono esperti in un’unica materia:come fare per spodestare i governi, non importa di quale governo si tratti; il loro unico potere è annientare coloro che governano [tipico atteggiamento della stragrande maggioranza della popolazione…ma non tutta]. A rivoluzione avvenuta, il primo lavoro delle persone giunte al potere è annientare tutti i rivoluzionari sopravvissuti.. e pensare che avevano conquistato il potere grazie al loro aiuto! Pertanto ogni rivoluzione si trasforma in una controrivoluzione, perché i compagni che li avevano aiutati a raggiungere il potere sono le persone più pericolose!

Tenta di comprendere. La mentalità del rivoluzionario è distruttiva: conosce solo i metodi per annientare, non conosce i metodi per creare. Il rivoluzionario è in grado di provocare la violenza nel popolo, ma è assolutamente incapace di aiutare il popolo a ritrovare la calma e la tranquillità necessarie per lavorare e per creare. Non conosce altro linguaggio. È stato un rivoluzionario per tutta la vita; tutta la sua attività, tutto il suo lavoro consistevano nel provocare la gente alla distruzione [nel senso generale e non soltanto quello materiale]. Egli conosce solo questo linguaggio e non puoi sperare che cambi i suoi schemi di vita, neppure nella vecchiaia.

Quindi, chi conquista il potere deve annientare tutti gli altri rivoluzionari sopravvissuti. Ogni rivoluzione uccide i suoi stessi padri: deve farlo e, dopo che sono stati uccisi, la rivoluzione si trasforma in una controrivoluzione.

[…]
La stessa cosa accadde quando gli inglesi furono scacciati dall’India. Il mahatma Gandhi era stato l’artefice di quella liberazione. Quando il potere tornò in mano ai politici indiani, essi cominciarono a ignorare il mahatma Gandhi [a riprova dell’ipotesi che vede quest’ultimo come uno strumento burattinato]. Le sue ultime parole furono: «Nessuno mi ascolta. Io sono la persona più inutile». E pensare che quei politici avevano raggiunto il potere grazie al suo aiuto, ma nessuno lo ascoltava più. Ci sono sospetti fondati che gli stessi uomini, che Gandhi aveva messo al potere, fossero coinvolti nel suo assassinio, direttamente o indirettamente. Forse il loro coinvolgimento non fu diretto, ma indiretto: in ogni caso, erano del tutto consapevoli che Gandhi sarebbe stato ucciso, però non gli avevano dato nessuna protezione. Questo è un appoggio indiretto.

All’epoca Morarji Desai era al potere: lo informarono che era in atto una cospirazione, ma lui non tenne in nessun conto quell’informazione; come se tutti, in cuor loro, volessero liberarsi del mahatma, che rappresentava una difficoltà costante, a causa delle sue idee obsolete e che voleva procedere con i suoi vecchi metodi, nei quali era un vero esperto. Era sempre stato in opposizione al governo e lo era rimasto; anche ora che il governa era il suo, Gandhi continuava a fare critiche negative, creando continui imbarazzi tra i suoi membri. Dopo il suo assassinio, tutti si sentirono sollevati e, sebbene piangessero, si lamentassero e dichiarassero: «È accaduta una grande disgrazia!» in cuor loro si sentivano sollevati. [anche perché non fu affatto una disgrazia, ma, appunto, un assassinio].

[…] Una rivoluzione non può essere imposta dall’alto [come avviene oggi per quasi tutte le rivoluzioni colorate e quelle arabe]. Chi sono coloro che la impongono? Sono persone che fanno parte del passato e lo perpetueranno. Nessuna rivoluzione politica ha un futuro.

È possibile un unico tipo di rivoluzione: la rivoluzione spirituale,in cui ogni individuo dovrà cambiare il proprio essere. Se riusciremo a cambiare milioni di persone, allora cambierà anche la società. Non esiste un’altra via, non esistono scorciatoie.

È necessario comprendere anche un’altra cosa: è una caratteristica di ogni sistema nascente che emergano degli eroi, che sono eroi soltanto nel contesto che li ha prodotti[in Italia ce ne sono a bizzeffe]. Quando gli eroi vincono e il contesto subisce un cambiamento, essi diventano il contesto che deve essere cambiato.

Un eroe nasce in una certa situazione. Per esempio, il mahatma Gandhi nacque a causa [e grazie a] dell’impero britannico. Dopo la fine dell’impero britannico, il mahatma Gandhi non aveva più alcun significato. Il suo contesto non c’era più, da dove avrebbe preso il suo significato? Pertanto, una volta cambiato il contesto, l’eroe stesso diventa un peso inutile.

Lenin divenne un peso per coloro che avevano conquistato il potere, Gandhi divenne un peso per coloro che avevano conquistato il potere… È in atto una legge fondamentale: è una caratteristica di ogni sistema nascente che emergano degli eroi, che sono eroi soltanto nel contesto che avevano stimolato la loro creazione [in politica, li definisco scherzosamente gli urlatori].

I capi politici sono leader temporanei. Esistono in un certo contesto e, quando quel contesto cessa di esistere, spariscono a loro volta. Ecco dove i Buddha differiscono: il loro contesto è l’eternità; il loro contesto non fa parte del tempo. Ecco dove Gesù, Lao Tzu, Zarathustra rimarranno eternamente significativi: essi non fanno parte del tempo, il loro messaggio è eterno. Il loro messaggi esiste nel contesto dell’infelicità umana, dell’ignoranza umana. A meno che l’intera esistenza non diventi illuminata, un Buddha non diventerà mai insignificante.

Ecco perché io dico che i politici vanno e vengono: stanno sulla scena per breve tempo. Solo gli esseri spirituali permangono in eterno, sono stabili[intendendo per esseri spirituali chiunque di noi abbia accettato di prendere in mano e vivere la propria parte spirituale]. Il Buddha è tuttora significativo e lo rimarrà per sempre, per l’eternità, perché l’illuminazione sarà sempre un bisogno umano.

I politici non fanno la vera storia dell’umanità [né tanto meno i tecnici], fanno solo molto rumore. La vera storia dell’umanità è un’altra, è qualcosa che scorre come una corrente sotterranea, la vera storia dell’umanità non è ancora stata scritta, perché ci lasciamo assorbire troppo dalle cose temporali. Siamo ossessionati dalle notizie dei giornali, che sono importanti solo oggi, domani saranno già insignificanti. Se hai occhi per vedere, vedi questa evidenza e interessati di ciò che vive in eterno.

Le società del passato, le società antiche non erano molto interessate alle cose quotidiane: il loro interessamento penetrava più in profondità. Quella gente non era stata coltivata con i giornali, la radio e la televisione. Recitava il Corano, meditava sullaGita, cantava i Veda, faceva meditazione davanti alle statue del Buddha e di Mahavira: questi sono fenomeni eterni.

Ecco perché affermo che gli avvenimenti quotidiani sono praticamente insignificanti: accadono in un dato momento e poi improvvisamente scompaiono, perché è cambiato il loro contesto. Le rivoluzioni politiche sono accadute e sono scomparse: sono solo bolle, bolle di sapone. Per un momento possono sembrare molto belle, però non sono diamanti eterni.

La rivoluzione interiore è un diamante eterno. Ma la rivoluzione interiore è difficoltosa, perché necessita di creatività; invece la rivoluzione esteriore necessità di distruttività. È facile odiare, è difficile amare. Distruggere è facile! Ecco perché la gente è tanto interessata alla distruzione: pensa che sia una scorciatoia. Creare è molto difficile.

Di nuovo voglio rammentarti che tutte le rivoluzioni politiche, essendo distruttive e molto abili nel distruggere, riescono a provocare la gente alla distruzione. È molto facile provocare la gente alla distruzione! Poiché la gente è infelice, si sente frustrata, riesci a provocarla a qualsiasi insurrezione [insurrezione che avviene sempre più davanti ad uno schermo e sempre meno in una piazza]; ma subito dopo aver distrutto, sorge il problema: « E ora che facciamo?» Quella gente non conosce l’arte di creare, e i vostri cosiddetti rivoluzionari non sanno come gestire quella situazione, per cui tutti si sentono persi. L’infelicità continua ad essere presente anzi, a volte diventa più profonda, più sgradevole. Dopo qualche anno, la folla dimentica e di nuovo comincia a pensare in termini rivoluzionari e i capi politici sono sempre pronti a guidarla nella distruzione [oggi quasi sempre malvagiamente silenziosa]. Qui [nella sua Ashram] il mio lavoro è rendervi creativi. Non vi istigo ad alcuna distruzione. Non vi dico che dovete biasimare gli altri per la vostra infelicità. Io vi dico: ciascuno di voi è responsabile di ciò che gli accade, perciò solo coloro che hanno il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, possono restare con me. Ma questa è una rivoluzione vera ; se ti assumi la responsabilità della tua vita, potrai iniziare a cambiarla. Il cambiamento sarà lento, e solo nel corso del tempo comincerai a entrare nel mondo della luce e della cristallizazione. Però, dopo che ti sarai cristallizzato, saprai cosa è la vera rivoluzione; allora condividerai con gli altri la tua rivoluzione. Deve accadere in questo modo: da cuore a cuore [e non da lancia a lancia].

I governi e le strutture sociali sono già cambiati molte volte, ma in realtà non è cambiato mai niente: si continuano a ripetere le stesse cose. Ecco perché non chiamo i miei sannyasin [discepoli] “rivoluzionari”, bensì “ribelli”; proprio per sottolineare la differenza. La rivoluzione è stat atroppo contaminata dall’idea del sociale; la ribellione è individuale.

Ribellati! Assumiti la responsabilità della tua vita. Lascia perdere tutte le assurdità che gli altri hanno inculcato nella tua mente. Lascia perdere gli insegnamenti ricevuti e inizia ad imparare dall’ABC. Sarà un viaggio duro, arduo.

E ricorda un’altra cosa: all’inizio entrambi, i sistemi che subentrano e i governi, sono validi, poi diventano piano piano controproducenti. Questa è la natura del processo evolutivo in sé: qualsiasi cosa accada all’esterno, all’inizio sembra estremamente produttiva, ma ben presto diventa controproducente [come buona parte delle più importanti e praticate teorie economiche degli ultimi tre secoli], poiché la vita cambia continuamente. La vita continua a fare balzi nell’ignoto e le vostre strutture rimangono sempre indietro e ogni struttura diventa, a sua volta, una tomba: bisogna distruggerla, continuamente.

Io vi sto mostrando la Via, per percorrere la quale non avete bisogno di alcuna struttura interiore. La consapevolezza può esistere senza strutture: questo è il significato della parola “libertà”. La consapevolezza non ha bisogno di alcuna struttura, di alcun carattere. La consapevolezza può vivere momento per momento, senza alcuna struttura , senza alcuna moralità, senza alcun carattere: perché è sufficiente. Grazie a essa puoi rispondere e la tua risposta sarà buona e virtuosa, perché avrai sempre risposto consapevolmente [In questo paragrafo ha riassunto in breve i principi del Tao Te Ching].

Vivi consapevolmente, senza alcuna struttura, in modo da non essere mai catturato in un sistema controproducente. Altrimenti accadrà anche in te di apprendere una cosa, di trovarla bella, ma rimarrà bella solo per qualche giorno; ben presto diventerà un’abitudine, da esserne ingabbiato.

La vita reale deve essere vissuta senza abitudini. L’hai sentito dire molte volte, te l’hanno ripetuto da sempre: «Abbandona le vecchie abitudini!» Io ti dico: «Abbandona l’abitudine in quanto tale!». Non esistono abitudini buone e abitudini cattive: tutte le abitudini sono nocive. Rimani senza abitudini, vivi senza abitudini; in questo modo vivrai momento per momento, in libertà: questa è la vita di un vero rivoluzionario.

Ricorda anche che, quando rimuovi un programma, non devio condannarlo come controproducente, ma devi tenere conto della sua passata utilità. Ripulisci la casa, senza sensi di colpa. Rimuoverai un programma, quando non si adatterà più alla tua Gestalt [Buona forma interiore] in continua evoluzione. Evita però di giudicare severamente il programma che rimuovi, poiché le pietre miliari erano necessarie per poter arrivare dove sei ora. Amale per la funzione che hanno assolto, mentre stai disinnescando il loro potere su di te, in vista delle nuove fasi che si profilano all’orizzonte.

Qualsiasi cosa tu faccia, prima o poi, diventerà un’abitudine. Nell’istante in cui ti accorgi che è diventata un’abitudine, abbandonala, poiché è diventata controproducente, controrivoluzionaria. Ti frenerebbe, non ti permetterebbe di andare avanti. Ti terrebbe impastoiato nel conosciuto, non ti permetterebbe di andare verso ciò che non è catalogato, che non è su una mappa, cioè l’incommensurabile. Pertanto, ogni volta che rimuovi un’abitudine, non sentirti in colpa! «La pulizia della casa dovrebbe essere fatta senza sensi di colpa.» E dovrebbe essere fatta senza severità. Quando rimuovi un’abitudine, per quanto sia stata ottima, rimuovila senza sensi di colpa. Non pensare: «Mia madre, mi aveva insegnato questa cosa. Rimuovendola è come se tradissi mia madre». […]

L’essere umano è una Gestalt in crescita. Ogni giorno gli accadono cose nuove, è inevitabile, ogni giorno deve assorbire ciò che è nuovo. Dà spazio a ciò che è nuovo; ciò che è obsoleto deve andare insieme al passato e tu devi salutarlo con profonda gratitudine.

Se riuscirai a ricordare queste due cose: non devi sentirti mai in colpa rimuovendo un vecchio programma e non devi mai giudicarlo con severità, allora procederai verso la rivoluzione che io intendo farvi comprendere.

Un rivoluzionario no è mai veramente in collera. Perché dovrebbe esserlo? Non c’è motivo. I tuoi genitori hanno fatto per te tutto ciò che potevano fare e l’hanno fatto con le migliori intenzioni. Il fatto che i loro insegnamenti non ti sono stato di alcuna utilità e non ti hanno reso libero, è un altro paio di maniche: non era nelle loro intenzioni. Le loro intenzioni erano buone e loro non avrebbero potuto fare altrimenti, visto che avevano vissuto in un mondo diverso.

Pertanto, allevando i vostri figli, ricordate di non imporre loro alcun programma; aiutateli invece a comprendere [altrimenti se non ne siete capaci astenetevi da alcun insegnamento]. Non date loro regole fisse, date loro la capacità di vedere le cose, affinché possano scoprire le loro regole personali. Non date loro alcun sapere, date loro la consapevolezza…ricordate sempre che i vostri figli non vivranno nello stesso mondo in cui avete vissuto voi e vivete voi: avranno il loro mondo. Un mondo che voi non riuscite né a sognare né a pensare. Non ripeteranno mai i vostri schemi di vita. Avranno uno stile di vita loro.

Date loro la consapevolezza e , dovunque vivranno, troveranno la loro strada. Date loro la luce, date loro gli occhi per vedere, per comprendere; date loro il coraggio sufficiente affinché , ogni volta che troveranno nel loro programma qualcosa di sbagliato, riescano a scartarlo, riescano ad abbandonarlo. Questo è Amore!

Non costringeteli a seguire uno schema di vita prefissato. Vivranno in un mondo del tutto diverso: perciò date loro Amore, non date loro alcun sapere. Il mondo cambia così rapidamente che qualsiasi cosa diate ai vostri figli, diventerà in breve tempo obsoleta e per loro sarà soltanto un peso. E se dovranno abbandonare quel peso, si sentiranno in colpa; oppure, se vorranno proprio liberarsene, si sentiranno in collera con voi. Nessuno dei due casi sarà un bene per loro, perciò non create tali situazioni ai vostri figli!

Vivete una vita rivoluzionaria, insegnate la rivoluzione ai vostri figli e a tutti coloro che amate. Solo questa rivoluzione non fallirà mai; ma finora nessuno ha mai tentato di realizzare questo tipo di rivoluzione.

Gesù ne parlò, ma nessuno tentò di attuarla. Il Buddha ne parlò, m nessuno tentò di attuarla. Io vi parlo di questa rivoluzione: dipende da voi, se avrete voglia di tentarla oppure no [e in quest’ultimo caso studiate per farvela venire]. L’unica rivoluzione che possa accadere realmente, non è mai stata tentata, e tutte le rivoluzioni che l’umanità ha tentato di realizzare sono fallite.

RIFLETTIAMO INSIEME: IL PARTITO DELL’ANTISTATO AL GOVERNO DEL PAESE

di Gianni Tirelli


In un paese come il nostro, dove l’evasione fiscale, la corruzione, i bilanci stratosferici della criminalità organizzata e improvvisata, e la pratica disinvolta, consueta e sistematica di una gran parte della cittadinanza, volta a eludere le leggi, tutto questo, rende impossibile una qualsiasi forma di risanamento, di riconversione e di ipotetica crescita

Sostenere la tesi dell’esistenza di intrecci, fra politica, imprenditoria, finanza e criminalità, non solo è un eufemismo, ma una vera fesseria. Un dato di fatto che oggi sconfessa ogni promessa elettorale, rendendola retorica, anacronistica e demagogica. Gli interessi che girano attorno ad un tale sincretismo demoniaco raggiungono cifre da capogiro, da fare impallidire il più perverso dei regimi.

La politica che oggi governa il nostro paese, è rappresentata da una marmaglia di procacciatori d’affari al soldo del potere economico, che hanno trasformato la sacralità del parlamento in un postribolo di profanazione dove si mercifica la dignità altrui, a suon di privilegi, denaro e prostituzione.
Società italiana e istituzioni, sono così marce e corrotte in ogni loro cellula che, se per assurdo, si riuscisse ad imporre regole ferree e pene certe, lo stesso sistema economico, finanziario e criminale, imploderebbe in breve tempo, e il nostro paese affonderebbe definitivamente. E’ questa la cruda e sconcertante realtà, risultato di un liberismo tiranno, avulso da ogni regola, che attraverso un meccanismo perverso, improntato all’esclusivo profitto particolare, consolida il suo potere e privilegi. Una sorta di “antistato”, che detta l’agenda politica, legifera a suo vantaggio, e ne pone le condizioni. Un grande partito politico a tutti gli effetti, che ostacola e condiziona ogni altro auspicabile cambiamento e innovazione. Un partito senza un simbolo, senza un programma, uno slogan o un inno glorioso che lo differenzi – un partito che non c’è, ma che detiene il potere assoluto di vita, e di morte su tutto e tutti. Un’entità maligna, solo apparentemente virtuale, ma che condivide il consenso di milioni di italiani: la parte più marcia della nostra società e la feccia della politica. Un cancro in metastasi impossibile da estirpare, per la sua capacità di penetrazione e di diffusione sul territorio, che può contare su una tale lista di sicari al soldo e di servi, da vanificare e rendere sterile ogni sussulto di ribellione e sommossa.

In questo disgraziato paese, le votazioni politiche si sono ridotte ad orpello; una messinscena, carnevalata fuori stagione, che ha il solo scopo di mortificare l’intelligenza dei cittadini, dissolvere le loro ingenue speranze, e rinfrancare la boria, l’arroganza e la sete di sangue dei nostri carnefici.

Il fatto che l’Italia, sia da oltre un ventennio, un paese ingessato – sotto il profilo economico e culturale, e preda dell’imbarbarimento morale ed etico – è la dimostrazione lampante di una tale spaventevole condizione.

Ai tempi “gloriosi” della Democrazia Cristiana, la feccia strisciante della politica italiana, era spalmata in maniera omogenea e trasversale, all’interno di un cospicuo numero di partiti, grandi e piccoli, e questo, evitava forme di degenerazione. Oggi, con il BIPOLARISMO, i confini che relegavano la feccia all’interno di piccole aree depotenziate da un potere reale, non esistono più (sono stati superati), e tutte le varie correnti, sono convogliate in un solo bacino, dando origine al grande Partito della Feccia Unita: l’ANTISTATO al potere.

Stagnazione economica, disoccupazione, sottocultura e omologazione del pensiero, sono alcuni degli effetti di un tale modello politico.

Io perciò auspico un ritorno al passato, prima che gli ultimi brandelli di libertà siano soppiantati per sempre dalla demagogia di un regime totalitario mediatico e finanziario, che nella contraffazione della realtà e nella mistificazione della verità, attua il suo piano eversivo.

“Dobbiamo incominciare dal basso, e liberarci, innanzitutto, dagli opportunisti, dai leccaculo, dai servi, dagli imbecilli, dai cafoni e dagli ignoranti. Dobbiamo togliere loro il brodo di coltura in cui sguazzano e dal quale si alimentano – lasciarli a secco, sgominare i loro sudditi dementi & disperati, i senzatalento, i senzadignità, i senzaprincipi… Coraggio. E’ un lavoraccio, lo so! Ma ce la possiamo fare”. L.R.

RIFLETTIAMO INSIEME: LA FABBRICA DEL "SISTEMA"

Naturalmente anche la tv tiene in latitanza forzata una parte considerevole di informazioni, e questo succede perché l’effetto emulazione potrebbe mettere in serio pericolo lo status quo, ma anche perché le coscienze dei telespettatori devono essere plasmate attraverso quegli elementi che sono funzionali solo al sistema.

L’emulazione è insita nei bambini, essi copiano in maniera spontanea ciò che vedono e ciò che ascoltano; è anche attraverso l’emulazione che la natura mette in moto i meccanismi di apprendimento dei bambini, e questo processo di apprendimento, gli apparati dello Stato lo conoscono molto bene, perciò i censori hanno il preciso compito di esercitare un ferreo e costante controllo sulle informazioni, decidendo ciò che conviene o non conviene divulgare. Per inciso, gli adulti non sono esclusi dallo stesso processo di apprendimento, ma se ciò che viene appreso in età adulta può essere dimenticato, nel bambino le conoscenze apprese per emulazione (quindi per gioco) si stampano a fuoco nella sua coscienza, condizionando l’intero percorso di vita, i pensieri, le scelte, le azioni.
Ci sono invece cose che lo Stato ritiene assolutamente necessarie e basilari per la formazione dei bambini, cose che i più piccoli devono necessariamente assimilare, copiare, giocando: violenze d’ogni sorta, guerre, competizioni anche sportive, divisioni sociali, storie e favole di re e regine, di principi e principesse, di eroi e super eroi, donne oggetto, banalità edonistiche… cioè tutto il necessario affinché nel fanciullo si installi quel materiale cognitivo preposto alla formazione del futuro cittadino che perpetua, assolve, giustifica, persino ossequia il sistema violento e autoritario, competitivo e mediocre, borghese e capitalista, gerarchico e fascista.
Quando i bambini non sono davanti alla tv, essi si trovano generalmente a scuola, cioè in quel luogo ipercontrollato come un carcere, supernormato, dove vige la disciplina più intransigente giustificata da un presunto ‘dovere civico’ e da un’ipocrita ‘buona morale’. Il fatto però si è che la natura umana tende a cercare comunque la libertà, quindi a sovvertire le norme imposte dall’alto. E’ gioco-forza. Ma allora che cosa succederebbe se i bambini a scuola, in questo tipo di scuola autoritaria, venissero lasciati liberi? E’ evidente che i piccoli, avendo nella coscienza e nel bagaglio culturale solo elementi autoritari (si conosce per agire e viceversa), in quei brevi momenti di ricreazione, ma anche nei momenti in cui furtivamente riescono a sottrarsi al controllo, non possono far altro che esercitare l’autorità e competere. Perciò si spiegano anche i continui dispetti reciproci e il caos da artiglieria in rotta di battaglia. Una libertà concessa a chi ha assorbito il modello autoritario non potrà mai generare armonia e solidarietà. E’ ciò che vuole il sistema per imporre ai cittadini il suo ‘ordine’ a forza di coercizioni e repressioni.
Così i bambini mettono in pratica tutti i modelli acquisiti: copiano fedelmente l’autorità dell’insegnante (o del genitore più autoritario), aspirano ad una posizione di controllo sugli altri, si organizzano in bande contro alcuni compagni o compagne, si allenano all’obbedienza nei confronti di un capo riconosciuto (nota: un capo è quello che incute più paura degli altri, e questa paura è sempre frutto di un esercizio di violenza reiterata, anche psicologica). Finita la ricreazione, quando si ritorna nei ranghi, i bambini continuano ad esercitarsi con gli elementi autoritari che la scuola fornisce loro: tornano a informarsi sul valore della guerra e sulla potenza di qualche arma per dichiararsi con più fierezza ‘appartenente a uno Stato’, si identificano con un dittatore qualsiasi, con un generale, con un imperatore, disegnano armi di ogni tipo (in questo la loro creatività non ha limiti, è tutto dire), eccetera. Spesso questi studenti, durante lo studio forzato, evadono con la testa e pensano al successivo momento di svago-guerresco dove mettere in pratica le infinite strategie di supremazia per poter praticare il loro sacrosanto ‘diritto’ al dominio, la disuguaglianza e la classificazione dei ruoli sociali. E tutto come fosse la cosa più normale e naturale del mondo.
Sotto questa luce i bambini appaiono già come dei piccoli adulti, ma questi ultimi, i genitori, cosa pensano dei loro figli?

Solitamente i bambini sono sempre motivo d’orgoglio per ogni genitore che li vede così ‘scaltri da non farsi mettere i piedi sulla testa’. E ci sarebbe davvero da esserne fieri se questi bambini imprassero veramente a non farsi mettere i piedi sulla testa, ma non dagli altri bambini (gli eguali-nemici), bensì dall’autorità! Invece i piccoli imparano anche dalla scuola ad essere forti con i deboli e deboli con i forti. Chi sbaglia paga e subisce, ma solo se chi sbaglia è in minoranza o se è più debole. Insomma, così piccoli e già così cittadini, pronti a farsi comandare dal più forte e a comandare a loro volta sul più debole, sempre felici per la promessa di un premio, e sempre terrorizzati di fronte ad una paventata punizione. Schiavi e padroni ad un tempo, ligi kapò e feroci dittatori, imprigionati in questo ciclo di violenza, di abbrutimento, di omologazione e di ingiustizia. Tutto dovuto per ‘diritto’, tutto voluto dallo Stato.

vignetta di Jossot: ‘credo che sia maturo per la caserma’

RIFLETTIAMO INSIEME: LIBERTA’ E INDIPENDENZA PER L’ITALIA

di Gianni Lannes

Se essere italiani significa far finta che da noi la democrazia sia viva e vegeta, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa omettere che la Costituzione repubblicana ed antifascista sia stata congelata dal Trattato di Lisbona, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa ignorare le clausole segrete dell’armistizio di Cassibile (3 settembre 1943), lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa tacere sui crimini mondiali del padrone USA, (sedicente alleato), lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa essere militaristi, filosionisti ed angloamericani, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa digerire l’affermazione che la guerra ambientale è un’invenzione complottista, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa non vedere coi propri occhi che nei cieli del Belpaese ogni giorno va in onda l’aerosolterapia bellica della Nato che ci avvelena, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa negare ai massimi livelli istituzionali che centinaia di bombe atomiche targate USA stazionino da anni sulla nostra terra, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa far finta che le sperimentazioni militari sulle nostre vite siano una barzelletta, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa non sapere che lo Stivale è imbottito di basi militari straniere (USA-Nato) da cui partono le guerre, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa dimenticare che i partiti hanno occupato i gangli vitali dello Stato succhiando linfa vitale alla Nazione, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa solo farsi tassare fino al midollo, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa solo accettare di essere trattati peggio degli analfabeti, quando si vota per mettere una croce su candidati imposti dal Potere, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa nascondere l’inesistenza di una classe dirigente all’altezza dei tempi, lascio questa italianità a Voi.
Se essere italiani significa tacere che il sistema in cui viviamo è basato sulla menzogna sistematica e sull’impunità ininterrotta dell’Autorità, lascio questa italianità a Voi.
L’Italia è alla deriva: milioni di leggi e nessuno diritto. Fine della democrazia già da un bel pezzo.
Siamo noi che accettiamo di essere sfruttati da questo branco di politicanti d’accatto, malfattori per conto terzi.
Siamo noi che accettiamo di essere controllati, ispezionati e maltrattati. In fondo, l’oppressione cova dentro di noi.
Ma c’è ben altro che inquieta e disgusta, a parte il servilismo dilagante. In effetti, il sistema di potere ci vuole docili e obbedienti, tutt’ al più consumatori voraci. Pensiamo tanto al futuro che dimentichiamo di vivere il presente.
Calpestano quotidianamente i nostri diritti, quelli dei nostri figli e dei nostri genitori e familiari. Noi? Zitti e muti.
Siamo in uno Stato di Polizia, non più di diritto, dove la democrazia viene demolita ogni giorno nei piani alti.
Il Popolo italiano sembra sia stato privato degli anticorpi, vale a dire della capacità di reagire a questa deriva.
Che fare? Provocare il risveglio delle coscienze.  E’ l’ora di proteggere l’Italia da qualsiasi attacco esterno ed interno.
Allora? Una marcia di Pace, nonviolenta al fine di paralizzare la Penisola. Uno sciopero ad oltranza in ogni paese e città. Ci fermiamo per giorni, settimane, mesi. Dovranno per forza capitolare. Non c’è più tempo per fuorviare il discorso.
All’opera, uniti, partigiani e patrioti, per una nuova Costituente, senza distinzioni, senza divisioni.
In politica, ormai, centro, destra e sinistra non esistono più.
La storia insegna: sono le minoranze attive a dirigere gli eventi, insomma, a fare appunto la storia.
La lotta per restituire libertà e indipendenza al Nostro Paese è appena iniziata. Sta a noi andare fino in fondo.
Altrimenti sono parole, anzi, chiacchiere morte ed insepolte.