MEDICINA PROIBITA

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di causacomune Inviato su SCIENZA

L’ENIGMA KESHE



di Tom Bosco
In passato Stampa Libera ha dedicato una discreta attenzione all’ingegnere iraniano Mehran T. Keshe, che si dichiara intenzionato a diffondere in tutto il mondo la tecnologia al plasma che avrebbe scoperto. Come chiunque si esponga in prima persona, Keshe è stato oggetto di ammirazione ma anche di critiche, a mio avviso non infondate. 

Come sempre, ai lettori l’ardua sentenza. J.C.

Dopo aver degnamente celebrato il passaggio alla Nuova Era con la nostra festa al B&B Espressione Arte del grande Gerry Lafratta, il tanto discusso 21 dicembre 2012, e goduto della magnifica presentazione offertaci in tale occasione dal mitico Jervé, è giunto il momento di tirare le somme sull’affaire Keshe. Seguire i tre convegni di fila organizzati in Italia nei giorni 15-16-17 di questo mese (a Montichiari, Abano Terme e Bologna) è stato un autentico tour de force, per quanto necessario a cercare di capire se ci troviamo davvero di fronte ad una rivoluzione scientifica e tecnologica epocale, oppure ad una bufala ben architettata e sostenuta… ma in tal caso, a vantaggio di chi?

L’ingegner Keshe non è stato di grande aiuto nel cercare di dirimere l’annosa questione: molti dei partecipanti, dopo aver pagato dai 30 ai 50 euro per assistere agli eventi, si aspettavano una dimostrazione pubblica del mitico reattore, o almeno qualche documentazione concreta dei suoi esperimenti, e sono rimasti piuttosto delusi nel sentire e vedere materiale perlopiù disponibile in rete ormai da settimane, se non da mesi, o vedersi propinare alcune sequenze filmate che non mostravano nulla di conclusivo, generando ancor più confusione.Per non parlare poi del “modellino” (o presunto tale) di un reattore, platealmente maneggiato dallo scienziato iraniano con tanto di guanti in lattice…

Paradossalmente, proprio dopo la sua esposizione più riuscita e convincente, almeno secondo me, di quella che è l’infrastruttura teorica della fisica da lui proposta (a Bologna), Keshe si è palesemente innervosito quando gli ho gentilmente fatto notare quanto sopra esposto, evocando le minacce subite dalla sua persona e dai suoi familiari e i pericoli che sta correndo, ricordando i sequestri di materiale subiti dalle autorità del governo belga e della sua stessa persona da quelle canadesi, durante uno scalo in un suo viaggio verso il Messico.

Senza entrare nei dettagli, in varie occasioni ha rilasciato dichiarazioni risultate in alcuni casi palesemente esagerate o quantomeno fuorvianti riguardo a ingegneri italiani che starebbero producendo un prototipo di reattore o aziende nostrane pronte a produrlo in serie. Per non parlare degli enormi problemi logistici e finanziari dei quali si sono fatti carico i vari organizzatori degli eventi, nel gestire un entourage di dieci persone in arrivo da posti diversi presso aeroporti diversi, da sistemare in varie strutture e da spostare a destra e a manca sotto scorta, in una cornice quasi hollywoodiana che sfiorava il grottesco.

A prescindere da questo bizzarro scenario, i sostenitori di Keshe non demordono, in primis l’onorevole leghista Fabio Meroni, che ha coraggiosamente legato le proprie fortune politiche all’implementazione delle tecnologie proposte dall’ingegnere iraniano, presentando ben due interrogazioni parlamentari al governo, peraltro ormai dimissionario. Dunque, nonostante tutte le “stranezze” che circondano l’affaire Keshe, l’impressione è che in mezzo a tanto fumo vi sia anche un po’ di arrosto, come ben documentato da questo articolo di Massimo Mazzucco. Considerando che le applicazioni mediche della sua tecnologia sembrano realmente assai efficaci e verranno definitivamente comprovate dai risultati su alcuni pazienti italiani attualmente in cura presso la sua fondazione, è ragionevole presumere che anche quelle energetiche e antigravitazionali possano funzionare come promesso, malgrado l’annuncio di un rinvio di 45/60 giorni nella consegna dei generatori già prenotati da molti acquirenti che avevano versato l’anticipo richiesto. Nonostante il più che giustificato scetticismo di alcuni “insider” che stanno seguendo da vicino la questione, io ritengo che potremmo presto avere delle sorprese, anche in virtù del fatto che una nuova “fisica del plasma” e le relative applicazioni tecnologiche non sono certo una novità: il pensiero corre all’affascinante e sempre più gettonata teoria del cosiddetto “Universo Elettrico”, o agli esperimenti nazisti con la misteriosa “campana” o, più recentemente, quelli statunitensi col misterioso TR3B Astra.


Insomma, Keshe non avrebbe lavorato su concetti sconosciuti (al contrario, visto che persino vari testi vedici, antichi di svariate migliaia di anni, citano i misteriosi propulsori al plasma di mercurio dei mitici Vimana…), ma potrebbe averli sviluppati e inquadrati in un contesto originale e innovativo, e infine rivelarsi quel catalizzatore che innescherà cambiamenti radicali sotto ogni punto di vista: etico, sociale, scientifico, filosofico, tecnologico…

Memore dei numerosi annunci eclatanti, poi finiti in una bolla di sapone, dei quali sono stato testimone negli ultimi anni (dall’auto volante di Moller ai vari generatori free energy presentati come pronti per la produzione e commercializzazione e di cui non si è saputo più nulla, come l’Orbo della Steorn) rimango estremamente prudente, ma anche speranzoso che quello di Keshe possa essere davvero il punto di svolta che molti di noi auspicano…

di causacomune Inviato su SCIENZA

KESHE: FORSE QUALCOSA DI VERO C’E’

di Massimo Mazzucco
Come avevo detto in precedenza, non avevo mai approfondito il caso Keshe – provavo una sensazione di fastidio nell’avvicinarmi ad un personaggio apparentemente ambiguo come lui – ma dopo l’ultima discussione in home ho sentito il bisogno di provarci. 
Per prima cosa, ho guardato tutti i video dei malati che hanno fatto la terapia con il “reattore al plasma” di Keshe. Non sapevo che questi video esistessero, e devo dire che la loro visione ha immediatamente cambiato la mia percezione di questo personaggio. 
Ho infatti troppa familiarità con questo tipo di interviste (ne ho fatte a dozzine, sia ai pazienti di Simoncini, sia per altri tipi di cure alternative) per non capire che siano tutte assolutamente genuine e reali. Non sto a spiegare perchè lo siano, anche perchè si tratta di mille piccole sfumature che richiederebbero troppo tempo per essere illustrate, ma la mia esperienza mi dice che sarebbe assolutamente impossibile realizzare quei video, nel modo in cui sono fatti, con attori che fingessero di essere guariti. 
E le guarigioni/miglioramenti presentati nei video sono innegabili: quando uno dice “prima non potevo camminare, ora ci riesco”, oppure “prima non sentivo nessuna sensazione nei piedi, ora le sento”, per me è più che sufficiente per capire che qualcosa di sorprendente ed inaspettato è successo a queste persone. 
Naturalmente – come nel caso di Simoncini – non è possibile confermare retroattivamemte la teoria che sta alle spalle del fenomeno verificato. In altre parole, non è detto che il cancro sia davvero causato dalla candida, … 
… solo perché i malati guariscono con il bicarbonato. (Certo, sarebbe curioso che Simoncini avesse imbroccato la cura sbagliando nell’individuare la causa della malattia, ma tutto può essere). 
La stessa cosa mi sento di affermare per Keshe: non sappiamo se queste guarigioni siano effettivamente dovute al suo “reattore al plasma”, e quindi alla teoria che starebbe alle sue spalle, ma è innegabile che questo signore abbia risolto dei problemi di tipo medico che la medicina ufficiale ritiene irrisolvibili. 
E sarebbe a sua volta curioso che Keshe avesso costruito dei macchinari che funzionano sbagliando nel contempo la teoria su cui sono basati: qui non siamo di fronte a semplici raffreddori o mal di pancia, qui stiamo parlando di Parkinson, di ALS e di Sclerosi Multipla, tutte patologie che la medicina ufficiale giudica irreversibili, e che invece nei casi presentati sono chiaramente regredite. 
Cosa ci sia dietro a quest’uomo, perchè segua la strategia che sta seguendo, e perchè dica le cose che va dicendo, non saprei spiegarlo. Ma è proprio con Simoncini che ho imparato a separare la pubblica immagine – inquinata purtroppo, nel suo caso, da mille elementi che sfuggono al suo controllo – dalla sostanza del suo lavoro. Suggerisco di fare la stessa cosa anche con Keshe, in attesa di ulteriori sviluppi. 
Ho anche visionato la lunga intervista che Keshe ha rilasciato per spiegare i vari aspetti del suo lavoro, e credo di aver capito, almeno in parte, da dove derivi quella sensazione di fastidio di cui parlavo all’inizio: Keshe ci parla dal dopodomani, non da oggi, perchè lui è già nel dopodomani. Nel suo, ovviamente. 
Mi spiego meglio: tutti i visionari (non uso la parola “genio” anche per non essere frainteso) hanno la capacità di vedere molto più lontano del punto in cui si trovano in un qualunque momento del loro percorso. In altre parole, quando Keshe dice “abbiamo la macchina volante”, è probabile che lui già preveda di arrivare con certezza a quel risultato, anche se magari oggi la macchina volante non ce l’ha ancora, e quindi non è in grado di mostrarla a nessuno. 
Ma lui nel suo cervello “ce l’ha già”, esattamente come Nikola Tesla riusciva ad immaginare nel proprio cervello macchinari complicatissimi, vedendone ogni minima parte già in funzione, senza nemmeno aver disegnato uno schizzo di quel macchinario. 
Purtroppo però, riuscire a “vedere” qualcosa che gli altri non vedono ancora può indurre nell’errore di dare per scontato che ciò che appare ovvio a noi lo sia anche per gli altri. 
Nel mio piccolo, anch’io commettevo questo errore, all’inizio della mia avventura sull’11 settembre, quando parlavo ad altri dando per scontato ciò che io avevo già capito – e cioè che le Torri Gemelle fossero state demolite intenzionalmente. Purtroppo è un errore che si paga caro, perché si può venire rapidamente tacciati di arroganza, di presunzione, ed anche di vera e propria ciarlataneria. 
Forse è questa l’origine della “sicumera”, decisamente fastidiosa, che Keshe mette in mostra nel parlare del proprio lavoro: una semplice limitazione dell’essere umano, della quale probabilmente non si rende nemmeno conto. 
Mi sembra però di aver capito che ci sia un filo conduttore molto forte fra tutte le affermazioni fatte da Keshe, ed è molto raro che una persona che spara baggianate a caso riesca poi a riportarle ad un discorso di fondo coerente e lineare come il suo. 
In fondo, Keshe fa un’affermazione enorme, ma relativamente semplice: dice di aver capito come si possano “creare contemporaneamente un campo magnetico ed un campo gravitazionale”, ed in base a questa affermazione fa conseguire tutti gli utilizzi che potrebbe fare l’umanità grazie a questa scoperta. Questi utilizzi possono essere più o meno visionari – alcuni magari sono già realizzati, altri invece sono solo in fase di gestazione mentale – ma comunque condividono tutti questa logica di fondo. 
Mentre un ciarlatano farebbe molta fatica a sparare cazzate dal mattino alla sera, per poi trovare un filo conduttore logico che le riunisse tutte, almeno dal punto di vista teorico. 
In ogni caso, secondo me un primo passo per guadagnarsi una grossa credibilità l’ing. Keshe lo ha già fatto, con le interviste ai malati che sono guariti, o in via di guarigione. 
Quel vecchietto che non camminava più da 15 anni ora cammina. E’ lì da vedere, e va pure in bicicletta. Andate a raccontarlo a lui che Keshe è soltanto un ciarlatano.

VIDEO – L’ANTIOBESITA’ DEL FUTURO

Strutture dell’intestino simili alle papille della lingua saranno il bersaglio antiobesità del futuro; Operata con successo a Zurigo una giovane colpita da un tumore causato da un verme parassita; Da ricercatori statunitensi il primo atlante delle cellule immunitarie

SCOPERTA LA PROTEINA IN GRADO DI FERMARE IL TUMORE AL CERVELLO

Scoperta una proteina in grado di fermare il tumore al cervello più frequente nell’uomo

Scoperto il meccanismo molecolare alla base della crescita del tumore cerebrale più frequente nell’ uomo, il glioblastoma umano, forma tumorale letale e incurabile. La scoperta si deve a un gruppo di ricercatori italiani diretto da Angelo Vescovi e coordinato da Elena Binda, che ha anche identificato un bio-farmaco in grado di inibire la crescita del tumore umano infiltrato nel cervello di un topo.
La ricerca si fonda su una scoperta fatta dal gruppo di Vescovi nel 2004, che dimostrava come la grande maggioranza delle cellule del glioblasoma umano multiforme (Gbm) non fosse in grado di far crescere il tumore, caratteristica che è invece appannaggio di una frazione minima di cellule, vere cellule staminali tumorali. Ora, nel nuovo studio i ricercatori hanno osservato che solo queste staminali tumorali esprimono sulla loro superficie livelli abnormi di una proteina (EphA2), già presente a bassi livelli nelle staminali normali, che determina un aumento incontrollato della replicazione delle staminali tumorali.
Dopo aver riprodotto copie fedeli del vero tumore umano nel cervello di un topo, i ricercatori hanno somministrato all’ animale, a livello intracerebrale, efrina A1, una proteina naturalmente presente nel cervello dell’uomo, in grado di spegnere i recettori EphA2 e hanno constatato come sia così possibile limitare significativamente la capacità delle staminali tumorali di replicarsi e di generare massa tumorale, inibendo la crescita del glioblastoma in vivo. Questi risultati sono stati ottenuti all’interno di StemGen spa, una star up che opera all’Università di Milano Bicocca in stretta collaborazione con l’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di Padre Pio. Il prossimo passo sarà la somministrazione direttamente nell’uomo. 
di causacomune Inviato su SCIENZA

DONNA PARALIZZATA MUOVE IL BRACCIO ROBOTICO CON IL PENSIERO

Donna paralizzata muove braccio robotico 
con il pensiero
Jan Scheuermann, una donna di 53 anni tetraplegica, è riuscita a muovere un braccio robotico grazie ad alcuni sensori impiantati nella corteccia cerebrale. E’ il risultato di un esperimento condotto dai ricercatori della Facoltà di Medicina dell’Università di Pittsburgh, che hanno pubblicato il loro studio sulla rivista The Lancet

Braccio Robotico

In realtà, questa non è l’unica tecnologia promettente. “Ci sono tantissimi altri progetti, sparsi un po’ in tutto il mondo, che hanno raggiunto risultati davvero ragguardevoli”, ha detto Eugenio Guglielmelli, direttore del laboratorio di Robotica Biomedica presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. “E’ possibile ipotizzare che tra 3 o massimo 5 anni saranno disponibili sul mercato protesi robotiche in grado di sostituire quelle tradizionali”, ha aggiunto. Ogni progetto attualmente allo studio, pur avendo lo stesso scopo, sfruttano tipologie di impianti diversi. “La differenza fra la tecnologia dell’Università di Pittsburgh con quella sviluppata da altri laboratorio, nonché anche il nostro, sta nei diversi metodi usati per raccogliere i segnali inviati dal cervello e nei modi per rilanciarli come comandi operativi alle protesi robotiche”. Ci sono tecniche invasive e più efficaci o elettrodi posizionati all’esterno del corpo, ma destinati a raccogliere impulsi nervosi deboli e quindi poco chiari.
A metà strada tra invasività estrema e sistemi completamente esterni al corpo si collocano i nuovi elettrodi TIME, presentati sempre a BioRob 2012 dai ricercatori dell’Università di Friburgo, e che verranno utilizzati in Italia il prossimo anno per un nuovo intervento d’impianto di mano roboticaguidata direttamente dal cervello. La sperimentazione replica il primo intervento di questo genere al mondo, avvenuto nel 2009 al Campus Bio-Medico di Roma in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (Progetto “LifeHand”). Gli elettrodi verranno inseriti, come nel precedente intervento, direttamente nei nervi ulnare e mediano del braccio che ha subito l’amputazione e proprio in questo collegamento diretto con il sistema nervoso del paziente sta l’eccezionalità di questo metodo rispetto a tecniche più tradizionali che mettono in comunicazione protesi e sistema nervoso attraverso elettrodi posizionati all’esterno del corpo, in particolare sui muscoli del petto. “Una delle novità più importanti di questi elettrodi – spiega Guglielmelli – riguarda i materiali con cui sono stati costruiti, che dovrebbero garantire all’elettrodo maggiore elasticità per reggere bene i movimenti del nervo anche in questo secondo tentativo in cui ci spingeremo a posizionarli in modo perfettamente perpendicolare ai fasci nervosi e quindi in modo più efficace per prendere i segnali del cervello ma anche più invasivo. In più saremo in grado con questi nuovi elettrodi di inviare dalla protesi al cervello segnali dieci volte più forti”.
Cosa ci riserverà il futuro è difficile prevederlo. “Tuttavia, sono convinto che investire in questo settore sia fondamentale, non solo per aiutare i pazienti affetti da gravi disabilità, ma anche per un ritorno economico non indifferente per la nostra società: sostituire le tradizionali protesi con le pinze, ad esempio, con protesi robotiche più all’avanguardia significa mettere in grado i pazienti di essere più produttivi nel lavoro” conclude Guglielmelli.
di Valentina Arcovio
di causacomune Inviato su SCIENZA

E’ POSSIBILE VEDERE "IN DIRETTA" GLI EFFETTI DEI TELEFONINI SUL CERVELLO

Possibile vedere “in diretta” gli effetti dei telefonini sul cervello





L’utente medio usa il cellulare per almeno 30 minuti al giorno – I ricercatori hanno misurato la quantità di energia elettromagnetica emessa dalle radiazioni del telefono cellulare e assorbita sia dal tessuto cerebrale bovino che da un gel con parametri elettrici e termici simili a quelli del cervello. Secondo gli studiosi i circa 6 miliardi di utenti di telefoni cellulari nel mondo corrispondono ad un tempo di trasmissione media di circa 30 minuti al giorno ed una lunghezza media delle chiamate di circa 3 minuti per utente. L’energia delle radiofrequenze prodotte dal telefono cellulare viene assorbita dal tessuto cerebrale e convertita in calore. Gli autori hanno utilizzato la tecnica della risonanza per creare immagini in 3D ad alta risoluzione dei campi termici provocati dell’esposizione, confermando l’esattezza di tali misure con sensori per la temperatura in fibra ottica.

Esiste un metodo indolore per misurare “in diretta” gli effetti delle radiazioni del telefono cellulare sul tessuto cerebrale. E’ un metodo non invasivo basato sulla Risonanza Magnetica Nucleare (Rmn) e permette di individuare le zone del cervello che “si scaldano” se soggette ai campi elettromagnetici. La ricerca è pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, ed è stata condotta da David Gultekin, del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, e Lothar Moeller, del Weill Cornell Medical College di New York.
Radiofrequenze vengono assorbite dal cervello e convertite in calore – “Gli esseri umani sono esposti ad una crescente quantità di radiazioni elettromagnetiche emesse da sorgenti come i telefoni cellulari, linee elettriche, radar e le apparecchiature mediche” spiega Gultekin. “Gli standard di sicurezza che definiscono i limiti massimi per i tassi di assorbimento specifico – prosegue – sono stati stabiliti per servire da linee guida ai produttori delle apparecchiature in vari campi, ma come è noto un ampio uso del telefono cellulare presenta la massima esposizione al pubblico delle frequenze radio”.
di causacomune Inviato su SCIENZA

IL PROGETTO EUROPEO PER PRODOTTI FARMACEUTICI SOSTENIBILI

Chem21, il progetto europeo per prodotti farmaceutici sostenibili

Tra gli obiettivi la riduzione del consumo di risorse
Ha recentemente preso il via il più grande partenariato pubblico-privato europeo con lo scopo di sviluppare e produrre farmaci sostenibili: il progetto si chiama Chem21, è coordinato dall’università britannica di Manchester e  dalla GlaxoSmithKline, uno dei giganti farmaceutici mondiali, ed  è stato finanziato con più di 26 milioni di euro, una parte dei quali stanziati dall’Unione europea. 
Al consorzio Chem21, sostenuto dall’Innovative medicines initiative e dall’European federation of pharmaceutical industries and associations partecipano 13 università e 4 piccole e medie imprese di Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna ed Olanda che vogliono sviluppare «Alternative biologiche e chimiche sostenibili ai materiali limitati, quali metalli preziosi, che sono attualmente utilizzati come catalizzatori nella produzione di medicinali.  L’introduzione delle biotecnologie nei processi di fabbricazione per i medicinali limiterà il consumo delle risorse mondiali ed avrà un beneficio duraturo sull’ambiente».  
Secondo Nicholas Turner dell’università di Manchester, «È un’opportunità unica per i gruppi accademici di lavorare accanto alle aziende farmaceutiche ed alle Pmi specializzate per sviluppare processi catalitici innovativi per la sintesi di farmaci. Crediamo che i problemi di questa natura si risolvano meglio su base pan-europea riunendo sotto lo stesso tetto le competenze di molti gruppi per stabilire un centro di ricerca di prima categoria sulla catalisi e sulla sintesi chimica sostenibili». 
Per Chem21 è prevista una fase iniziale di 4 anni con un finanziamento dell’iniziativa per i farmaci innovativi. Il progetto punta ad avviare un centro europeo di ricerca che fornirà le più recenti informazioni sulla chimica verde e svilupperà anche i pacchetti formativi per garantire che i principi della produzione sostenibile siano inseriti nella formazione dei futuri scienziati.  
John Baldoni,di GlaxoSmithKline, conclude: «Migliorare la sostenibilità dei nostri processi di produzione di farmaci attraverso collaborazioni come Chem21 non solo ridurrà l’impronta del carbonio del nostro settore, ma permetterà anche di accumulare risparmi che potranno essere reinvestiti nello sviluppo di nuove medicine, aumentare l’accesso ai medicinali tramite una riduzione dei costi e guidare innovazioni che semplificheranno e trasformeranno il nostro paradigma di produzione». 
di causacomune Inviato su SCIENZA

TRANSUMANESIMO: UMANI FUSI IN UNA RETE GLOBALE

La Singolarità è davvero così vicina?

Da alcuni anni i teorici del postumanesimo predicano l’imminente avvento di una “singolarità”, un salto tecnologico che trasformerà la razza umana regalandoci, tra le altre cose, l’immortalità. Ma a quale prezzo?

La Singolarità è davvero così vicina?

Quando si parla del futuro, gli scenari possibili che ci vengono presentati sono sostanzialmente due: uno di tipo apocalittico, che predice l’imminente collasso della civiltà, ormai giunta ai limiti del suo sviluppo; uno di tipo utopico, secondo il quale l’umanità è alle soglie di un cambiamento epocale che ne migliorerà radicalmente l’avvenire. Quest’ultimo scenario è generalmente sostenuto dai teorici del postumanesimo, per i quali la velocità sempre più forsennata dei cambiamenti scientifici e tecnologici prelude a un salto di qualità per la razza umana, che ne uscirà completamente trasformata. Questo “salto” è definito “singolarità” e tra i suoi principali sostenitori c’è l’americano Ray Kurzweil, il cui bestseller La singolarità è vicina apparve in Italia quattro anni orsono. Ma quanto vicina è davvero questa singolarità?

La prossima tappa dell’evoluzione

Finora, il progresso tecnologico – che pure ha assunto ritmi sempre più frenetici – non ha modificato l’essenza della nostra umanità. La paura atavica che molti di noi hanno per gli aerei, per esempio, ne è una dimostrazione: mentre la tecnologia si è evoluta permettendoci di volare, il nostro cervello è rimasto uguale a quello dei primi esemplari del genere Homo Sapiens; è rimasto fermo cioè a circa centomila anni fa. Un cavernicolo a bordo di un aereo sarebbe terrorizzato. E noi non siamo molto diversi da quel cavernicolo, anzi a livello biologico non è cambiato nulla. Tuttavia, di recente qualcosa sta cambiando. La decodifica del genoma umano, il potenziamento dell’ingegneria genetica e la scoperta dell’epigenetica – il modo cioè in cui l’ambiente incide direttamente nel nostro patrimonio cromosomico – suggerisce che presto l’evoluzione tecnologica potrà accelerare anche la nostra evoluzione biologica.

Ray Kurzweil
L’umanità che ne emergerebbe sarebbe, di sicuro, una post-umanità, radicalmente diversa da quella attuale, così come il genere Homo era del tutto diverso dagli ominidi suoi antenati. Ma la possibilità di predire come sarà questa post-umanità è molto scarsa. Per questo i sostenitori di questo scenario parlano di una “singolarità”. Nel linguaggio della fisica, una singolarità è un punto dello spazio-tempo in cui tutte le leggi note della fisica vengono meno, e non è possibile prevedere o spiegare ciò che avviene in esso e oltre di esso. Sia il Big Bang che i buchi neri costituiscono delle singolarità. Analogamente, mentre oggi siamo ancora in grado di prevedere vagamente i futuri sviluppi tecnologici (intelligenze artificiali, auto più ecologiche, aerei più veloci e così via), c’è un momento nel prossimo futuro in cui tutte le nostre previsioni vengono meno. È il momento della “singolarità”, oltre il quale quello che verrà sarà completamente diverso da qualsiasi cosa possiamo immaginare.

Le promesse della singolarità tecnologica

Per la verità, parlare di “singolarità” in questo contesto è un po’ un’esagerazione. Se vogliamo, di singolarità ce ne sono già state molte, negli ultimi anni. La più notevole è quella costituita da Internet: anche se il computer era l’inevitabile prodotto dell’evoluzione delle prime macchine calcolatrici, Internet ha costituito una novità imprevedibile e imprevista, così come tutte le applicazioni che successivamente ha sfornato, dai motori di ricerca ai contenuti wiki fino ai social network, e oltre. Nessun futurologo, trent’anni fa, sarebbe stato capace di immaginare tutto questo. Se allora è giusto parlare di singolarità, forse l’abbiamo già superata. Eppure, i teorici del postumanesimo non ne sono convinti. A loro dire, Internet e i computer rappresentano solo delle protesi, degli strumenti di cui ci serviamo, una semplice evoluzione degli utensili in bronzo che impiegavano i nostri antenati. La vera singolarità emerge quando la tecnologia diventa capace di trasformare non lo strumento, ma il suo utilizzatore: l’uomo. La civiltà postumana (o trans-umana) sarebbe allora capace di memorizzare enormi terabyte di dati in un hard disk virtuale all’interno del cervello, di connettersi alla Rete attraverso il battito delle ciglia (o magari sarebbe sempre connesso…), di usufruire di metodi per fare a meno del sonno per giorni interi, di impiegare tecniche genetiche per potenziare il proprio corpo. L’ambito di ricerca più promettente che potrebbe realizzare questi obiettivi è quello della nanotecnologia. La crescente miniaturizzazione permetterà di innestare nel nostro organismo sistemi cibernetici quasi invisibili, che faranno di noi dei cyborg: non come quelli dipinti da certa ormai vecchia fantascienza, in cui protesti di metallo sostituiscono rozzamente parti organiche del nostro corpo. Da fuori saremo identici a come siamo oggi, ma dentro saremo una perfetta fusione tra naturale e artificiale.
Kurzweil aveva inizialmente previsto nel 2045 la data indicativa per la singolarità
Oggi anticipa addirittura alla fine degli anni ’20 il cambiamento epocale. Per allora, a suo dire, i computer avranno superato l’uomo in capacità di calcolo e intelligenza artificiale. Un cervello fatto di microchip, insomma, sarà capace non solo di superare il test di Turing (il test che permette di verificare la raffinatezza di un’intelligenza artificiale), ma di superare gli stessi cervelli umani. Per evitare di affidare ai computer il futuro della Terra, non potremo far altro che integrarli con i nostri organismi. E allora, da qui alla fine del secolo, potrebbe nascere davvero una post-umanità: capace di immagazzinare tutti i dati del cervello in un hard disk trasferibile in un nuovo corpo, magari lo stesso ma più giovane, prodotto per clonazione. E dopo un necessario back-up, la nostra immortalità sarà garantita. Allora potremo pensare non più in termini di decenni, ma di secoli, e gettarci magari nell’impresa di colonizzare l’universo.

Studenti alla prima lezione della Singularity University, aperta nel 2009.
Sogni folli a cui credono sempre più tecnoentusiasti. Per i guru della Silicon Valley, le prospettive del postumanesimo possono e devono essere realizzate. Lì è nata la Singularity University, finanziata da tutte le grandi compagnie della new economy, e dalla NASA, per formare i leader dell’era postumana. Ma il problema più difficile che questi leader di domani dovranno affrontare, se davvero la “promessa” della singolarità si avvererà, sarà il gap che dividerà la postumanità, necessariamente occidentale, concentrata nel Nord del mondo, con i resti della vecchia umanità che continueranno ad abitare il Sud del mondo, inesorabilmente tagliato fuori dallo sviluppo tecnologico. E se il prezzo da pagare per godere di quest’evoluzione sarà quello di rendere incolmabile il divario che già oggi spezza il nostro pianeta a metà, non è detto che quello profetizzato da Kurzweil sia davvero il migliore dei mondi possibili.



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