CENSURA SUL WEB ? UN RISCHIO OGNI GIORNO PIU’ CONCRETO

Nessuno ne parla più. D’altronde il pericolo di un nuovo bavaglio all’informazione web sembrava essere scongiurato dopo che il ddl salva-Sallusti era stato epurato nei suoi (imbarazzanti) provvedimenti contro blog e testate telematiche (diritto all’oblio, mediazione obbligatoria e obbligo di rettifica). In realtà l’allerta deve necessariamente restare altissima. Il clima politico di questi ultimi giorni è più che mai rovente e senza dubbio è destinato a surriscaldarsi ulteriormente man mano che ci avvicineremo alla fatidica data del 24 febbraio. Nessuno dei personaggi politici in corsa, d’altronde, digerirebbe una notizia scomoda sul suo conto: si rischierebbe, gioco forza, di compromettere tutta una campagna elettorale. Quanto accaduto solo pochi giorni fa sulla pagina wikipedia di Mario Monti è un esempio lampante: nella notte tra il 24 e il 25 dicembre è stato cancellato un intero paragrafo sui risultati (non proprio encomiabili) della gestione Monti e ammorbiditi i rimandi al gruppo Bilderberg e alla Commissione Trilaterale.

La domanda a questo punto nasce spontanea: in che modo l’informazione web, nell’attuale vuoto legislativo, rischia di essere imbavagliata? C’è concretamente questa possibilità? La risposta è sì. Vediamo perché.
ALESSANDRO SALLUSTI, LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE
Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, viene condannato dalla Corte di Cassazione a 14 mesi di carcere. Un caso unico quello italiano: nelle altre democrazie occidentali il reato di diffamazione appartiene al codice civile. Soltanto nel nostro Paese si rischia una pena carceraria per quello che si scrive. Immediata la reazione di tutte le forze parlamentari: bisogna modificare la norma. In men che non si dica viene confezionato un disegno di legge che salvi il giornalista. Peccato però che la cancellazione del reato penale per la diffamazione altro non è che uno specchietto per le allodole: vengono infatti inserite altri provvedimenti (gli ennesimi) nel tentativo di imbavagliare l’informazione, soprattutto quella più pericolosa perché meno controllata e indirizzata, quella telematica. Nella bozza del testo, infatti, viene introdotto il diritto all’oblio, ossia il diritto di chiedere a un sito web o a un motore di ricerca di cancellare un articolo, un link, un’immagine che, pur veri, possono a distanza di tempo ledere la reputazione del diretto interessato. Facciamo un esempio per capirci: se un bel giorno Silvio Berlusconi si svegliasse e ritenesse “offensivi” (poiché non c’è stata mai alcuna condanna) tutti gli articoli in cui il suo nome è accostato a quello di Cosa Nostra, potrebbe chiedere la rimozione di tutti i link, articoli o immagini che mostrino questo legame. Le multe previste, peraltro, sono più che ingenti: da 5 a 100 mila euro. Non solo. Nel disegno spunta anche l’obbligo di rettifica, per blog e testate online, entro 48 ore. Anche in questo caso multe pesantissime previste:fino a 100 mila euro.
La vicenda Sallusti, insomma, altro non era che l’opportunità per inserire provvedimenti che impedissero di far circolare notizie scomode sul web. L’ennesimo tentativo di bavaglio. Mentre tutti erano presi a difendere il direttore de Il Giornale si è pensato bene di prendere la palla al balzo. L’occasione, d’altronde, fa l’uomo ladro.
IL DDL NAUFRAGA. PER ORA
Il coro di proteste ad una norma nata con le migliore intenzione ma poi dimostratasi assolutamente iniqua e indegna di un Paese democratico è fortissimo. Tanto che il disegno viene subito modificato ed epurato appena arriva in Assemblea:le norme anti-web scompaiono. Ma, d’altronde, anche se fossero rimaste poco sarebbe cambiato dato che il ddl – come molti in questa legislatura – naufraga e si arena in Senato per non essere più approvato. Almeno per ora.
IL BAVAGLIO DELL’EUROPEA. I PAESI OBBLIGATI A RATIFICARE
C’è da tirare un sospiro di sollievo allora? Come detto, assolutamente no. Soprattutto per quanto riguarda il diritto all’oblio. Quasi un anno fa, lo scorso 25 gennaio, la Commissione Europea infatti ha approvato una riforma della privacy online nella quale viene inserita un articolo – il 17 – tramite cui si impone alle aziende del web di cancellare i dati personali degli utenti che ne faranno richiesta. La ratio della norma è ben precisa: “i dati personali sono nel mondo odierno la moneta del mercato digitale e come ogni moneta devono essere stabili e devono essere affidabili”. Sembrerebbe una tesi condivisibile in difesa della privacy. Peccato però che non sia proprio così. Si legge infatti direttamente dal comunicato di allora della Commissione che “il diritto all’oblio permetterà di gestire meglio i rischi connessi alla protezione dei dati online: chiunque potrà cancellare i propri dati se non sussistono motivi legittimi per mantenerli”. Ma di quali dati stiamo parlando? “Sono dati personali – si legge ancora – tutte le informazioni relative a una persona, alla sua vita privata, professionale o pubblica”. Anche ciò che è relativo alla vita pubblica e professionale. Ciò, in pratica, di cui nei fatti si occupa l’informazione. Non solo. Chiosa il comunicato: “tutto può essere dato personale”. In pratica, dunque, tutto può essere cancellato se arriva la richiesta.
Un grosso aiuto ai censori, dunque. Soprattutto perché i Paesi membri saranno obbligati a recepire la norma UE entro il 2015. In altre parole, se per ora i provvedimenti del salva-Sallusti sono stati accantonati, prepariamoci a vederli ratificati nella prossima legislatura.
LA CASSAZIONE CONFERMA: IL WEB È (FORSE) GIÀ IMBAVAGLIATO
A questo punto si dirà: perlomeno non ci saranno episodi di censura nella corrente campagna elettorale.Purtroppo non è detto sia così. A dar valore a quanto previsto dal regolamento UE è arrivata, nell’aprile scorso, una sentenza della Cassazione – la 5525/2012 – che potrebbe rendere operativa la norma europea prima del tempo debito. La sentenza infatti potrebbe fare giurisprudenza: un precedente a cui si potrebbero appellare in tanti. In pratica la Cassazione ha riconosciuto l’obbligo al diritto all’oblio anche per le testate online.
Il caso esaminato dai giudici della Suprema Corte è un classico: un esponente politico di un piccolo comune lombardo, appartenente al Partito Socialista, viene arrestato per corruzione nel lontano 1993, ma alla fine del procedimento giudiziario viene prosciolto. Ebbene, il politico lamenta che ancora ai tempi attuali, attraverso una normale ricerca in rete, la notizia che appare online, precisamente nell’archivio web de Il Corriere della Sera, è quella dell’arresto, senza fare riferimento al successivo epilogo favorevole della vicenda giudiziaria. Il politico chiede l’intervento della magistratura che accerta, appunto, il diritto all’oblio: il giornale è obbligato a cancellare l’articolo dall’archivio.
Condivisibile o meno che sia l’accaduto, riprendiamo il caso già avanzato di Silvio Berlusconi: con la sentenza della Cassazione nulla potrebbe impedire al Cavaliere di avanzare le stesse pretese del politico socialista. Con la conseguenza che tutto il materiale reperibile sulla rete su Berlusconi e i suoi (accertati) rapporti con Cosa Nostra scomparirebbero. In altre parole, le testate telematiche potrebbero essere obbligate a cancellare notizie e fatti di cronaca che, pur ‘veri’, sono talmente risalenti nel tempo da divenire oggi, a detta delle persone coinvolte, lesivi della loro dignità.
COSA CI ATTENDE. IL CASO “WIKIPEDIA”
Non bisogna d’altronde nemmeno fare esempi tanto lontani per avere un’idea di cosa ci potrebbe attendere nei prossimi giorni. Indicativo è quanto accaduto solo pochi giorni fa sulla pagina wikipedia di Mario Monti. Nella notte tra il 24 e il 25 dicembre è stato cancellato un intero paragrafo nel quale si ricostruivano i risultati (non proprio encomiabili) del governo tecnico. Riprendendo autorevoli quotidiani non certo ostili al governo Monti (La Repubblica, il Corriere della Sera, La Stampa, il Sole 24 Ore), si fornivano dati e statistiche su Pil, debito pubblico e crescita. Semplici numeri che, si vede, erano probabilmente troppo scomodi in periodo di campagna elettorale (qui le due versioni a confronto). Come se non bastasse, anche i riferimenti tra Monti e le (oggettive) associazioni internazionali private di cui il premier ha fatto parte sono stati decisamente ammorbiditi: scomparsa, ad esempio, la breve sezione sulla pagina wiki di Bilderberg in cui erano elencati i pochi italiani che avevano fatto parte dello steering committee, tra i quali Mario Monti, Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, i fratelli Gianni e Umberto Agnelli.
Una censura tecnica, insomma. Che, per quanto detto, rischia di essere la prima ma non l’ultima.

FACEBOOK: L’ULTIMO VOTO DEGLI UTENTI, IL SOCIAL NETWORK CAMBIA LE REGOLE

Facebook, l’ultimo voto degli utenti.
Il social network cambia le regole

Oltre un miliardo di iscritti è chiamato a esprimere il suo parere. Che sarà vincolante se votanti saranno più del 30% del totale; se meno la consultazione avrà un valore “orientativo”. In passato questa percentuale non ha mai superato lo 0,5% degli iscritti. Che cosa cambia. Intanto montano le proteste
di MAURO MUNAFO’

L’ULTIMO voto degli utenti, poco più che una formalità, e Facebook cambierà per sempre il suo modo di interagire con gli iscritti, mandando in soffitta l’immagine di grande democrazia digitale che aveva provato a costruirsi. Sono infatti aperte fino al 10 dicembre le votazioni per gliutenti del social network, che potranno decidere se accettare le modifiche avanzate da Facebook su due documenti del sito: quello su privacy e trattamento dei dati personali e quello sui diritti e responsabilità dei gestori della piattaforma verso i propri iscritti. Modifiche che si considerano approvate se non viene raggiunto il quorum del 30%.

Il referendum farsa. Con il suo miliardo circa di iscritti, 23 milioni solo in Italia, per rendere valida la votazione servirebbero 300 milioni di voti. In caso contrario i risultati della consultazione non saranno vincolanti. “Come indicato in entrambe le normative, se vota più del 30% di tutti gli utenti attivi registrati, i risultati saranno vincolanti”, si legge nelle pagine del sito, “Se la percentuale di utenti che partecipa al voto sarà inferiore al 30%, i risultati saranno a titolo orientativo”.

Criticato sin dalla sua 

prima apparizione nel 2009, il meccanismo dei referendum ha permesso a Facebook di indire votazioni senza alcun pericolo che la community bocciasse le proposte. In caso di modifiche del testo sulla privacy infatti, se alcune migliaia di utenti esprimono dubbi sulle nuove procedure, Facebook deve aprire un votazione globale. Complice la scarsa pubblicità data a questi eventi, in nessun caso ha mai votato un numero di persone superiore allo 0,5% degli iscritti.

Un sistema di votazione adottato più per facciata che per efficacia quindi, ma che adesso il social network si prepara ad eliminare del tutto per poter snellire le sue procedure interne e rispondere con più reattività alle necessità del mercato e della borsa. Una volta accertato il flop di quest’ultima votazione infatti, le votazioni lasceranno il posto a una non ben precisate formula per “facilitare le discussioni dirette con gli utenti”, con la promessa dell’azienda di Palo Alto di “integrare i suggerimenti degli utenti nella creazione di nuovi strumenti che migliorino la comunicazione in merito alla privacy e alle normative”. 

Cosa cambia. Messe da parte le votazioni e la pseudo-democrazia interna, i cambiamenti proposti da Facebook riguardano anche altri settori molto sensibili, tra cui la privacy e il trattamento dei dati personali. La modifica più significativa riguarda il rapporto di Facebook con le sue “affiliate”, naturale conseguenza della nuova politica della società di Zuckerberg circa le acquisizioni. “Potremmo condividere le informazioni che riceviamo con altre aziende che, legalmente, fanno parte dello stesso gruppo di aziende a cui appartiene Facebook, oppure che entrano a far parte di tale gruppo. Allo stesso modo, anche i nostri affiliati potrebbero condividere delle informazioni con noi”. In poche parole Facebook potrà usare i dati della nuova acquisita Instagram e unificarli a quelli che già possiede per costruire profili ancora più precisi (e appetibili per gli inserzionisti). Le altre modifiche risultano invece più terminologiche che di sostanza.

Le proteste. Le modifiche proposte da Facebook hanno sollevato anche alcune proteste, soprattutto in Europa. A mobilitarsi più di ogni altro è stato il sito Europe versus Facebook, l’iniziativa dello studente austriaco Max Schrems che da oltre un anno rappresenta la principale spina nel fianco per Facebook quando si parla di privacy. Proprio la mobilitazione di Schrems e del sito creato per l’occasione Our Policy.org hanno portato Facebook ad aprire questa votazione e a cercare di modificare i sistemi di approvazione delle policy da parte degli utenti. Schrems e soci, da parte loro, lamentano lo scarso rispetto del social network verso le leggi sulla riservatezza irlandesi (paese da cui Facebook controlla le operazioni europee) e chiedono alla società di Zuckerberg una radicale riforma delle sue politiche sulla privacy e di non cancellare il sistema di votazione. Un sistema che fino ad oggi ha mostrato tutti i suoi limiti, ma che non sembra peggiore rispetto a quanto prevede per il futuro la società di Palo Alto.

di causacomune Inviato su WEB

UN CANALE DI COMUNICAZIONE DIGITALE CONTRO LA CENSURA

Una cassaforte digitale contro la censura

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Reporters sans frontières mette a disposizione dei giornalisti minacciati un canale di comunicazione digitale criptato per trasmettere articoli, foto e video.
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di Pino Bruno

Ci sono giornalisti e blogger che rischiano la prigione e la pelle, per raccontare cosa accade nel loro paese. Da oggi Reporters sans frontières mette a loro disposizione un canale di comunicazione digitale criptato per trasmettere articoli, foto, video e documenti altrimenti vietati in patria. L’organizzazione li pubblicherà dopo una scrupolosa verifica delle fonti. Il sito We Fight Censorship garantisce la pubblicazione di documenti sottoposti a censura, la cui pubblicazione ha causato o può causare rappresaglie nei confronti degli autori. I contenuti sono ospitati in lingua originale e tradotti in francese e inglese. Reporters sans frontières fa appello al volontariato per la traduzione in altre lingue.

La cassaforte digitale creata dall’organizzazione che si batte per la libertà d’informazione permette di inviare documenti in modo anonimo e a prova di intercettazione. Se si clicca su questo link si può trasmettere ogni tipo di allegato. Per incrementare la sicurezza, RSF consiglia di usare una connessione VPN o strumenti di crittografia come Tor, o Psiphon.

Il nuovo sito è un rifugio virtuale che offre protezione alle vittime di censura e mette a disposizione di giornalisti e blogger un kit di sopravvivenza – strumenti digitali, informazioni, guide per l’uso -per sottrarsi alle “attenzioni ” delle forze di sicurezza dei regimi dittatoriali.

We Fight Censorship si aggiunge al rifugio fisico aperto daReporters sans frontières a Parigi a giugno del 2010.
di causacomune Inviato su WEB

GOOGLE LANCIA L’ALLARME SUL TENTATIVO DEI GOVERNI DI CENSURARE IL WEB

Vogliono censurare il web: Google lancia l’allarme sul bavaglio dei governi

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La censura rischia di arrivare anche sul Web, dove fino ad ora i governi non erano riusciti a mettere le mani.
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Google, e non solo Google, sostiene che il web debba rimanere uno strumento accessibile liberamente e senza censure o restrizioni, ovvero come lo abbiamo sempre conosciuto, ma  a quanto pare la rete sta correndo il serio pericolo di essere imbavagliata dalla censura. Proprio per questo la società di Montain View lancia il suo grido di allarme ”alcuni governi hanno intenzione di sfruttare l’opportunità di un incontro a porte chiuse che si terrà a dicembre per autorizzare la censura e regolamentare il Web in modo restrittivo

Il prossimo 3 dicembre si terrà un incontro a porte chiuse tra i vari rappresentati dei governi che potrebbero decidere di sottoscrivere un trattato su come regolamentare il web, aprendo così le porte anche alla censura verso contenuti che, magari, vengano pubblicati on line senza violare nessuna norma. Come ha più volte sottolineato Google i governi hanno nel loro interesse quello di bloccare la libertà di circolazione di notizie sul web e se questo trattato venisse approvato verrebbe minacciata seriamente la libertà di espressione che ora sul web si ha. Anzi, oltre a ridurre la circolazione di  notizie si potrebbe arrivare anche a vedere  i governi bloccare l’accesso ad internet e addirittura a introdurre tasse per l’uso di servizi ad oggi gratuiti come Skype, Facebook o YouTube.

Google applica già una censura sul proprio motore di ricerca eliminando tempestivamente quei contenuti che vengono pubblicati in rete in maniera illegale o che violino il rispetto di normative o che manchino delle autorizzazioni necessarie, quindi non è necessaria una censura da parte dei governi, visto che un controllo sul web è già presente anche tramite la Polizia Postale.
Ma l’azienda di Montain View si è sempre mostrata molto restia a soddisfare le richieste dei governi che pretendevano la rimozione di contenuti pubblicati legittimamente, solo perchè questi criticavano magari l’attività proprio di quel governo o ne parlavano in modo ironico o satirico. I governi hanno aumentato sempre di più le richieste di accesso ai dati degli utenti che navigano in rete (circa 21.000 in 6 mesi). Presente tra questi governi anche quello italiano che ha avanzato 841 richieste di accesso a dati di utenti registrati a Google, di cui soltanto il 34% sono state accolte dall’azienda.


di causacomune Inviato su WEB

IN QUALE MANIERA FACEBOOK COLLABORA CON LE FORZE DELL’ORDINE ?

Ecco cosa si legge circa il rapporto tra forze dell’ordine ed il famoso social network sul sito di Mark Zuckerberg:
Collaboriamo con le forze dell’ordine ove appropriato e nei limiti richiesti dalla legge per garantire la sicurezza degli utenti di Facebook. Potremmo rivelare informazioni per adempiere a citazioni, ordinanze o richieste di altro tipo (comprese questioni penali e civili) se abbiamo ragione di ritenere che ciò sia richiesto dalla legge. Tali richieste possono provenire anche da giurisdizioni esterne a quella degli Stati Uniti, se abbiamo ragione di ritenere che ciò sia richiesto dalla legge locale della giurisdizione in questione, possono riferirsi ad utenti che rispondono a tale giurisdizione e devono essere conformi agli standard internazionali di ampia accettazione. 

Potremmo condividere le informazioni anche se abbiamo ragione di ritenere che ciò sia richiesto ai fini della prevenzione di frodi, attività illecite o danni fisici imminenti, o ancora per tutelare noi stessi e gli utenti da eventuali violazioni della nostra Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità da parte di altri individui. In quest’ottica, potremmo condividere informazioni con aziende, avvocati, tribunali o altri enti governativi.

Informazioni per le forze dell’ordine:

Requisiti per i procedimenti legali negli Stati Uniti

Rilasciamo dati registrati per gli account solo nel rispetto delle nostre condizioni d’uso e delle leggi applicabili, compreso lo Stored Communications Act (“SCA”), 18 U.S.C. Sezioni 2701-2712, in base al quale:
  • per obbligare Facebook a rivelare dati essenziali sui propri utenti, tra cui nomi, data di registrazione, dati di carte di credito, indirizzi e-mail e, se disponibile, un indirizzo IP da cui è stato effettuato l’accesso di recente, è necessario che venga emesso un mandato di comparizione valido nell’ambito di un’indagine ufficiale [(ai sensi del Titolo 18 U.S.C., Articolo 2703(c)(2)].
  • per obbligare Facebook a rivelare informazioni specifiche o altri dati relativi agli account, tra cui intestazioni di messaggi e indirizzi IP, in aggiunta ai dati essenziali sugli utenti di cui sopra, è necessaria un’ingiunzione del tribunale, come previsto dal Titolo 18 U.S.C., Articolo 2703(d). Sono invece esclusi i contenuti delle comunicazioni.
  • per obbligare Facebook a rivelare i contenuti memorizzati su un qualsiasi account, tra cui messaggi, foto, video, post in bacheca e informazioni sui luoghi, è necessario che, alla luce di “fondati motivi”, venga emesso un mandato di perquisizione in conformità alle procedure contenute nelle “Federal Rules of Criminal Procedure” o ad altre procedure statali sui mandati di perquisizione equivalenti.

Requisiti per i procedimenti giudiziari internazionali

Rilasciamo dati registrati per gli account solo nel rispetto delle nostre condizioni d’uso e delle leggi applicabili. Potrebbe essere necessaria una richiesta Mutual Legal Assistance Treaty o una rogatoria per ottenere il rilascio dei contenuti di un account. Maggiori informazioni sono disponibili qui: facebook.com/about/privacy/other.

Conservazione dell’account

Prenderemo delle misure per mantenere i dati di un account in presenza di investigazioni penali per 90 giorni, in attesa della ricezione di una richiesta legale ufficiale. Il modulo ufficiale per richiedere la conservazione dei dati è disponibile qui:www.facebook.com/security/preservation.

Richieste di emergenza

Qualora un rappresentante delle forze dell’ordine si trovasse di fronte a situazioni che comportino un pericolo imminente per un minore o rischio di morte o di gravi lesioni fisiche per una persona e che richiedano l’immediata divulgazione di informazioni, può ottenere un modulo per una richiesta di emergenza contattandoci all’indirizzo  records@facebook.com” style=”cursor: pointer; color: rgb(59, 89, 152); text-decoration: initial;”>records@facebook.com. Nota importante: le richieste inviate da chiunque non appartenga alle forze dell’ordine non verranno prese in considerazione. Qualora un utente fosse a conoscenza di una potenziale situazione di emergenza, è tenuto a contattare immediatamente le autorità locali.
Dal centro assistenza di Facebook
di causacomune Inviato su WEB

ANONYMOUS IN FAVORE DEI PALESTINESI

Anonymous ha lanciato una campagna, denominata #OpIsrael, che ha attaccato circa 700 siti istituzionali israeliani in segno di protesta contro la nuova offensiva dell’esercito di Tel Aviv. 











L’attacco più eclatante è stato al sito del Ministero degli Esteri il cui database è stato cancellato dall’organizzazione pirata. Oltre a questo sono stati attaccati anche il sito di Kadima, il partito centrista che fa parte della coalizione di governo guidata da Netanyahu, quello della Banca di Gerusalemme e della città di Tel Aviv. Molti di questi siti sono semplicemente inaccessibili mentre alcuni riportano delle immagini e dei messaggi a favore dei palestinesi. 

Uno di questi, ad esempio, riportava il messaggio: 
Questo attacco è in risposta all’Ingiustizia perpetrata contro il popolo palestinese

Anonymous, inoltre, sta cercando di dare supporto, come può, alla popolazione palestinese. Sul proprio account Twitter, infatti, l’organizzazione ha messo a disposizione il “Gaza Care Package“, una sorta di pacchetto di salvataggio, che contiene informazioni in arabo e inglese in caso di caduta della connessione internet. Il pacchetto contiente anche informazioni su come evadere la sorveglianza dell’esercito israeliano ed istruzioni di primo soccorso.” 

di Mr SPOCK, VG
fonte: Blog di Beppe Grillo
di causacomune Inviato su WEB

PRESTO CONNESSIONE INTERNET 700 VOLTE PIU’ VELOCE

Un team in Usa sta per presentare a Nizza un progetto rivoluzionario, che renderebbe la connessione senza fili (WiFi) in luoghi pubblici, addirittura 700 volte più veloce di quella esistente.

Connessione tramite WiFi potrebbe cambiare radicalmente dopo il progetto di un team americano


Capita spesso di trovarsi in luoghi pubblici, come caffè o aeroporti, e cercare di connettersi ad Internet tramite reti WiFi. Che si tratti di Smartphone, tablet o di computer portatili non vi è differenza: il problema rimane sempre lo stesso. Spesso la connessione è lenta e questo è dovuto al traffico enorme di dati generato dal fatto che tante persone sono collegate allo stesso momento.

Le cose però potrebbero cambiare a breve. Un team della NC State University, che si trova in Nord Carolina, Stati Uniti, sono pronti a rilasciare un documento con un progetto che porterebbe la connessione WiFi nei vari luoghi pubblici ad essere più veloce del 700% rispetto ad ora, spiega il sito Engadget in un articolo di Sean Buckley.

Il team ha chiamato questa invenzione WiFox: durante alcuni esperimenti nella propria area ha notato che la connessione è già, in media, quattro volte più veloce. 

WiFox tiene traccia della quantità di traffico dati su un canale WiFi e assegna accesso prioritario al fine di evitare una coda di richieste di dati.

L’autore principale del progetto, Arpit Gupta, spiega che WiFox potrebbe “essere incorporato in WiFi già esistenti”.

L’intero progetto sarà presentato alla ACM CoNext, una conferenza internazionale di network emergenti, a Nizza, in Francia, il mese prossimo.

di causacomune Inviato su WEB

IL WEB GENERERA’ TRA IL 3,3% ED IL 4,3% DEL PIL ITALIANO

Il contributo che il web fornirà all’economia dell’Italia nel 2015 oscillerà tra il 3,3% e il 4,3% del Pil, e la cosiddetta ‘internet economy’ registrerà una crescita annua tra il 13% e il 18%, raggiungendo un valore di 59 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 31 miliardi del 2010. Lo ha detto da Giorgia Albetino, responsabile relazioni istituzionali di Google, in occasione di un’intesa siglata oggi con Regione Toscana e Cna, dedicata alla formazione dei giovani e digitalizzazione delle Pmi.

Albetino ha illustrato alcuni dati di una ricerca intitolata ‘Fattore Internet’, realizzata dal Boston Counsulting group in collaborazione con il gigante di Mountain View. L’analisi dimostra, ha ricordato Albetino, che le imprese attive sul web fatturano, assumono ed esportano di più e sono più produttive di quelle che su internet non sono presenti. Negli ultimi tre anni “le Pmi attive su internet hanno infatti registrato una crescita medi dell’1,2% dei ricavi, rispetto a un calo del 4,5% di quelle ‘offline’, e un’incidenza di vendite all’estero del 15% rispetto al 4% di quelle non presenti in rete”. Secondo lo studio inoltre, in un ipotetico paese medio, l’aumento della difffusione di internet del 10%, comporta un aumento dell’occupazione dello 0,44% e dell’1,47% per quella giovanile.

fonte: La Repubblica

di causacomune Inviato su WEB

UNA RETE PER TROVARE OCCUPAZIONE: CRESCONO LE "FREELANCE COMMUNITIES"

Liberi, per definizione. Indipendenti, per scelta. Ma anche a rischio di restare isolati, da colleghi e potenziali clienti. Un lato oscuro dell’autonomia che sempre più freelance cercano di combattere attraverso la rete, entrando in comunità. Sono le freelance communities, siti dove liberi professionisti e società alla ricerca di competenze si incontrano. 
Luoghi di lavoro virtuali: nel mondo gli iscritti sono milioni, specie informatici, pubblicitari o designer, in generale tutti gli esperti per cui la presenza fisica in azienda non è necessaria. Tanti americani, ma anche cinesi e indiani. E da qualche mese i numeri si stanno impennando anche nel nostro paese. Quasi 9 mila i freelance tricolori su Odesk, la comunità più grande del web, 10 mila su Twago, che ha una sezione in lingua italiana, altri 9 mila su Elance, dove il giro di affari in un anno è cresciuto del 50%, superando gli 8 milioni di euro. 
Una nicchia. Ma con un grande bacino potenziale: in Italia, dei 5 milioni di titolari di partita Iva, un quinto è costituito da professionisti. Nasce negli Stati Uniti questo nuovo modello di lavoro: «Il primo era la grande industria, il secondo il campus tipo Google», spiega Gary Swort, ad di Odesk, la community più popolata. «Il 3.0 è l’ufficio virtuale: qualunque azienda ha accesso ai migliori talenti del pianeta con cui può collaborare come se fossero nella stanza accanto». Fondata nel 2006 nella Silicon Valley, Odesk conta oggi 2,5 milioni di membri. 
Ci si iscrive come in un social network: profilo, competenze, una presentazione dei propri lavori. Poi si parte alla ricerca di una commessa, ai più bravi capita di essere contattati direttamente, magari da un’azienda che sta nell’altro emisfero. Gli italiani sono 8900, ma la crescita è notevole: dalle 6.500 ore lavorate nel 2009 quest’anno siamo già a 45mila. Che funzioni anche qui, terra di microimprese e lavoratori autonomi, lo ribadisce Silvia Foglia, ad in Italia di Twago: «Grazie a noi anche una piccola società con un network limitato può trovare in breve tempo un collaboratore». L’azienda lancia un bando, descrivendo ciò di cui ha bisogno e fissando un budget. Poi sceglie uno dei preventivi proposti dai freelance, sulla base delle valutazioni che questi hanno ricevuto per i precedenti incarichi. In due anni Enrico Oemi, ingegnere informatico di Parma, ha ottenuto 14 commesse in tutta la penisola. 
Racconta: «I feedback sono decisivi. Gli imprenditori si fidano dei giudizi dati dai loro colleghi». Enrico ha guadagnato oltre 6 mila euro, usando la piattaforma per allargare il bacino di clienti. Ma metà dei freelance, rivelano i dati di Odesk, lavora nella comunità a tempo pieno: «Penso sia già possibile anche in Italia», dice Enrico, «il numero di offerte e il loro valore continua ad aumentare». Opportunità per i programmatori, che dal salotto di casa possono creare il sito di una società tedesca. Ma anche per ingegneri, designer, traduttori. La specialità di Shicon, comunità nata a Milano nel 2010, è la comunicazione. 
Come in un’agenzia tradizionale, le commesse sono affidate ad un project manager. «La differenza», spiega il presidente Enrico Aprico, «è che lui sceglie la squadra tra i membri della comunità». Si lavora a distanza, sulla piattaforma, e una volta terminato il lavoro arriva il pagamento. Buona parte dei 10mila iscritti a Shicon non sono italiani, molti indiani. Perché nelle community tutto è globale Fabio Rosati è al vertice di Elance, piattaforma basata in California: «Il servizio che noi offriamo è una mediazione tra lavoratore e azienda, non un outsourcing». Per questo, sottolinea, su Elance c’è sempre un contatto diretto tra il professionista e il suo committente. La piattaforma serve da garanzia. Per la società che può scegliere il collaboratore ideale affidandosi ad un accurato sistema di valutazione. E che attraverso lo spazio di lavoro virtuale può monitorare le ore lavorate e lo sviluppo del progetto. 
Ma anche per il freelance: il suo compenso, depositato all’inizio, viene versato dal sistema man mano che il progetto avanza. Elance trattiene una percentuale dell’8% sul pagamento, ma altre comunità fanno pagare il servizio in modo diverso, ad esempio chiedendo ad aziende e freelance una tassa di iscrizione. Su Elance si parla inglese. Quasi 2 milioni i membri che nel 2011 hanno guadagnato oltre 100 milioni di euro. La comunità più grande è quella americana, 600mila professionisti, subito dietro arrivano India, Pakistan e Filippine. Gli italiani sono 8.800, meno di nigeriani ed egiziani. Ma Rosati sottolinea la rapida crescita: +59% di registrazioni nell’ultimo anno, +52% per valore di contratti chiusi. La società vuole aprire a breve un ufficio nel nostro paese: «In fondo i freelance, lavoratori con competenze e talento, sono nati qui», conclude Rosati. «Erano gli artisti del Rinascimento».
di Filippo Santinelli